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Gli intolleranti deturpano le pietre d’inciampo, simbolo dell’odio nazista

Le prime sono state poste a Roma perché nella capitale si verificò la prima e più drammatica deportazione ebraica in Italia a partire dal 13 ottobre 1943, data in cui i nazisti distrussero la biblioteca del collegio rabbinico
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Del tutto recentemente alcuni episodi di intolleranza razzista a sfondo antisemita si sono nuovamente verificati in Francia, a Parigi, con insulti pubblici al filosofo ebreo Alain Finkielkraut; a Strasburgo, con l’abbattimento di una stele commemorativa davanti alla Sinagoga; a Herrlisheim nel Basso Reno e a Quatzznheim presso Strasburgo con l’oltraggio a tombe ebraiche (disegni di svastiche naziste sulle loro lapidi); in Germania, a Offenbach, con gli insulti pubblici al rabbino capo Menachem Mendel Gurevich; a Feinberg con le minacce continue al titolare di un ristorante ebraico; in Danimarca, a Copenhaghen con l’attentato dinamitardo contro la Sinagoga maggiore; in Svezia, a Goteborg con l’attacco alla Sinagoga con bombe molotov; e financo in Argentina, a Buenos Aires, con il pestaggio pubblico del rabbino capo Gabriel Davidovich.

Anche in Italia recentemente hanno avuto luogo azioni xenofobe con avulsione di numerose “pietre d’inciampo” dai selciati di Roma (venti in via della Madonnina dei Monti 82 a ricordo dei componenti delle famiglie Di Castro e Di Consiglio, due in via Monticelli in memoria delle sorelle Ada e Giuditta Spizzichino, due in via Reginella a ricordo di Grazia Di Segni e di Rosanna Calò, una in via Garibaldi 38 in me- moria di Augusto Sperati) e di Venezia Cannaregio ( in ricordo di Gustavo Corinaldi) ove erano state cementate a ricordo di quegli ebrei nei Campi di sterminio nazisti, dai quali non avevano più fatto ritorno.

Ricordiamo in merito che per “pietre di inciampo” si intendono comunemente gli ostacoli che, sporgendo accidentalmente da un percorso pianeggiante naturale o artificiale (quale, ad esempio un selciato) causano intoppo ai viandanti, costringendoli a interrompere il loro cammino. Esse sono dovute, di solito, a irregolarità del terreno e la loro sporgenza di varie entità è occasionale. Esistono anche “pietre d’inciampo” che, con analoghe caratteristiche, sono inserite deliberatamente da parte dell’uomo in determinati percorsi prescelti, proprio allo scopo di costringere í passanti a “inciamparvi”, nell’intento di indurli a porre mente ai motivi di quelle anomalo situazioni.

L’esempio più famoso di una “pietra di inciampo” è senz’altro quello realizzato da Gesù Cristo che pose come pietra d’ inciampo (metaforicamente) addirittura se stesso, secondo quanto aveva preconizzato il Profeta Isaia (Isaia 8, 14) quando l’aveva indicato come “pietra d’inciampo ove inciamperanno coloro che non crederanno”; e come ebbe a definirlo San Pietro nella sua prima lettera ai Romani (8T2,6 ) “sasso di scandalo e pietra di inciampo per Sion sulla via che porta alla salvezza”: nel corso della Storia altre e assai numerose furono le “pietre di inciampo” che gli uomini posero lungo speciali percorsi con gli scopi più diversi.

Per limitarci ai tempi recenti, possiamo ricordare le pietre sporgenti (“Stolpersteine”) che uno storico e filosofo tedesco, Gunter Demming, inserì, nel 1933, nei marciapiedi della rotonda di Gerling a Colonia al fine di farvi inciampare i viandanti e richiamare quindi la loro attenzione sulla persecuzione e sulla diaspora cui erano stati costretti, in molte zone d’Europa, gli zingari di etnia Sinti e la cui persecuzione era iniziata, in Germania, proprio a Colonia.

Quelle “pietre” erano in realtà cubetti porfido di cm 10 x 10, con inserita, su un lato, una targhetta in ottone che riportava le generalità del deportato nel corso dei “pogrom” degli anni Trenta. Sulla scorta di questa iniziativa e con l’intervento esclusivo dello stesso Demming, in Europa sono state poste, dall’inizio dell’anno 2000, oltre 70.000 “pietre d’inciampo” in diverse Nazioni in memoria di varie tragiche vicende e delle persone che vi furono coinvolte nel XX secolo.

In Germania ne sono state messe in opera, a tutt’oggi, circa 31.000 (fra le quali 8.176 a Berlino, 5.534 ad Amburgo, 2.306 a Colonia, 1.4402 a Francoforte); in Olanda 5.500; in Austria 1.100; nella Repubblica ceca 800 e migliaia in altre Nazioni, tutte a ricordo di ebrei deportati e uccisi dai nazisti. Anche in Italia, in decine di città (fra cui Roma, Milano, Venezia, Torino, Genova, Padova, Teramo, Lanciano, Ravenna, Lecco, Ancona, Alessandria, Livorno, Lucca, Ivrea, Faenza…) sono state messe in opera centinaia di pietre d’inciampo davanti ai portoni di ingresso di quei caseggiati ove avevano abitato cittadini ebrei che erano stati deportati dai nazisti dal 1943.

Ciascuna di esse porta inciso il nome e cognome dell’abitante deportato, la sua data di nascita, la data del suo arresto e della sua deportazione e quella della sua morte e il nome del campo di concentramento ove morì. Le prime di queste pietre furono poste in Italia a Roma nel 2010 a ricordo degli ebrei razziativi nell’ottobre del 1943 nel corso della prima grande azione antiebraica effettuata nel nostro Paese, quando furono catturati nella capitale 1.259 ebrei (689 donne, 363 uomini, 207 bambini) di cui 1.022 furono deportati nei Campi di sterminio tedeschi ( 237 vennero rilasciati in quanto ‘ discriminati’, cioè riconosciuti non perfettamente ebrei per nascita) : e di questi sopravvissero soltanto 16. Le razzie antisemite in Italia ebbero inizio a Roma in quanto sede del maggior numero di ebrei italiani, secondo i dati desunti dal censimento ordinato dal Governo fascista nel 1936.

In base a questo censimento, su circa 47.000 ebrei residenti in Italia, 12.799 facevano parte della Comunità israelita di Roma, la più antica del mondo occidentale. A seguito delle leggi razziali emanate dal Governo fascista nel novembre del 1938, circa 10.000 di questi ebrei lasciarono Roma e l’Italia così che, nel 1943, la Comunità romana contava circa 2.000 individui sui circa 15.000 ebrei presenti ancora in Italia, e quindi in assoluta maggioranza.

Quando, dopo l’armistizio dar 8 settembre, l’Italia cadde praticamente sotto il dominio dei tedeschi ( con l’assoluta accondiscendenza e collaborazione del Governo fantoccio di Mussolini rintanato a Salò sul lago di Garda) le disposizioni emanate dal Governo nazista in senso antisemita ( Leggi di Norimberga 1935) vennero estese all’Italia ed ai suoi cittadini ebrei. Il 12 settembre lo Sturrannfuehrer SS Herbert Kappler, comandante della Polizia segreta tedesca ( Gestapo) a Roma, ricevette l’ordine, direttamente dal Reichfue- rer SS Heinrich Himmler, di rastrellare e deportare in Germania tutti gli ebrei romani, sulla scorta di quanto stava avvenendo in tutto il resto dell’Europa. Per eseguire tale ordine, Kappler, che non era in grado, con i soli uomini al suo comando, di ottemperarvi, si rivolse al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante del Gruppo Armate sud della Wehrmacht, affinché gli fornisse un numero di soldati sufficiente alla bisogna, ma Kesserling affermò di non poter distogliere ‘ neppure un uomo’ dal fronte italiano.

Di fronte a questo rifiuto, Kappler chiese disposizioni al Capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich (R. S. H. A.) Berlino, SS Gruppenfuehrer Ernst Kalterbrunner, che gli ordinò di richiedere alla Comunità ebraica la consegna di 50 kg. di oro in cambio della promessa della sua immunità. Conseguentemente, il 26 settembre, Kappler convocò presso l’Ambasciata tedesca di Roma il Presidente della Comunità israelitica romana Ugo Foà e il Presidente della Unione delle Comunità ebrache italiane Dante Almasi, comunicando loro l’ordine di Kaltenbrunner, che doveva essere eseguito entro 36 ore.

Esattamente allo scadere di tale ultimatum, il 28 settembre quanto richiesto venne consegnato dai rappresentanti delle Comunità all’Ufficio collocamento per i lavoratori italiani in Germania nella famigerata sede della Gestapo a Roma, in via Tasso 155 (esso fu poi inviato a Berlino alla sede dello R. S. H. A. ove fu ritrovato alla fine della guerra in due casse nell’ufficio di Kaltenbrunner). I tedeschi non mantennero però il patto circa l’incolumità promessa agli ebrei di Roma e il 29 settembre un reparto di SS al comando dello Hauptsturmfuehrer Heinrich Mayer invase la Sinagoga maggiore e gli uffici della Comunità al Lungotevere Cenci, asportandone tutti i documenti e, successivamente, il 13 ottobre, anche la biblioteca del Collegio rabbinico, distruggendo ogni cosa.

Il 2 ottobre era giunto a Roma un reparto speciale di 365 SS agli ordini dell’Obersturmfueher Theodor Dannecker, con l’ordine tassativo di catturare tutti gli ebrei romani e di deportarli in Germania entro 15 giorni, ignorando l’impegno preso il 26 settembre. Il 16 ottobre, sabato, giorno sacro per gli ebrei, alle ore 05.30, il distaccamento di Dannecker, coadiuvato dai commissari della polizia italiana Raffaele Aniello e Gennaro Cappa, iniziò il loro rastrellamento a cominciare dal quartiere del ghetto, seguendo le indicazioni riportate negli elenchi del censimento giacenti presso la Direzione della Demografia e della Razza del Ministero degli Interni ed in quelli della Questura centrale e dei vari Commissariati di Pubblica sicurezza.

Come già ricordato, 1022 dei catturati furono condotti al Collegio militare in Piazza Salviati e, due giorni dopo, inviati quasi tutti al Campo di sterminio di Auschwitz. 820 di essi vennero eliminati mediante gasazione subito dopo il loro arrivo al Campo. A Berlino era giunta però notizia che non tutti gli ebrei romani erano stati catturati: Dannecker fu accusato di inefficienza e venne sostituito dallo SS Sturmbannfuehrer Robert Bosshammer che riuscì a scovare, catturare e deportare ad Auschwitz, tra il 7 e il 10 aprile, 1944, altri 1084 ebrei di Roma. Complessivamente, dei 2106 ebrei romani deportati ne tornarono, dopo il 1945, soltanto 101.

Questo è il motivo per cui le prime “pietre d’inciampo” sono state poste a Roma in quanto fu nella capitale che si verificò la prima e più drammatica deportazione ebraica. Oltre 200 sono oggi le pietre d’inciampo sparse in tutta la città a ricordo degli ebrei deportati e uccisi: vale ricordare, tra tutte, quelle messe in opera davanti alle abitazioni dei componenti della famiglia Terracina, la più colpita nei suoi 27 elementi abitanti a Roma, catturati, deportati e tutti uccisi in vari Campi di concentramento tedeschi ( Adriana, Amedeo, Anna, Cesare, Cesira, Eleonora, Emanuele, Emma, Enrichetta, Franca, Giacomo, Giovanni, Giuditta, Leo, Leone, Leone David, Leonello, Letizia, Marco, Marco Mosè, Mirella, Pellegrino, Raffaele, Rina, Rosa, Virginia) cui scampò soltanto Piero.

E quante altre pietre d’inciampo potrebbero essere ancora installate a Roma, in Italia e in Europa a ricordo di quei tragici eventi? Gli ebrei uccisi dai nazisti dal 1939 al 1945 sono oltre sei milioni.

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