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Il Nome della Rosa, quando eravamo nani sulle spalle dei giganti…

A quasi 30 anni dalla pubblicazione, il bestseller di Umberto Eco torna nella serie tv trasmessa il lunedì dalla Rai. Ma l’effetto non è più quello degli esordi: adesso i grandi che ci hanno preceduto vengono fatti fuori dalla logica di “uno vale uno”
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Se questo articolo fosse un “giallo” la vittima sarebbe la cultura, il serial killer lo scoprirete a poco a poco. Ma iniziamo con il giallo vero, il best seller Il nome della rosa che da romanzo questa volta è diventato una serie tv, diretta da Giacomo Battiato.

Fa un certa impressione vederla. Non solo perché è fatta bene e nonostante una certa lentezza continua ad avere uno share molto alto: l’ultima puntata ha raggiunto il 19,86 per cento, due punti circa in meno della scorsa settimana, ma pur sempre due punti in più della terribile edizione di quest’anno dell’Isola dei famosi.

Ciò che colpisce è però soprattutto un’altra cosa: si è travolti dalla mole di cultura che la storia immaginata da Umberto Eco mette in gioco. Si guarda la fiction e si vede un mondo. Si assiste a dei dialoghi e si intravede un’intera biblioteca, osservi con attenzione il volto di John Turturro nella parte di Guglielmo da Baskerville e ti sembra di toccare l’intera storia della filosofia. Siamo nel mondo dei segni, degli indizi, degli intrecci. Così ogni volta ti colpisce un particolare, la chiave, la tua personale chiave per entrare in una realtà che non c’è più.

Guglielmo da Baskerville è un francescano, è intriso di sapere, con un linguaggio forbito. Tra le tante citazioni che fa, recita la celebre frase del filosofo Bernardo di Chartres, vissuto un paio di secoli prima dell’epoca in cui è ambientato Il nome della Rosa: «Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti».

La storia del romanzo è ambientata nel 1327, e la disputa – che è anche il cuore della trama – è tra chi vuole restare fermo nel passato e chi invece intravede il futuro, a partire dal valore della ragione contro le credenze irrazionali. Guglielmo arriva nel monastero benedettino per affrontare gli inviati della curia papale che rifiutano la modernità. Il Medioevo è descritto come un’epoca ricca di fermenti, di passato, ma soprattutto di futuro.

Per questo Guglielmo da Baskerville cita l’aforisma dei nani e dei giganti. Siamo nani ma quando saliamo sulle spalle dei giganti siamo più alti di loro, possiamo vedere anche più lontano. Ma per fare questo si deve essere riconoscenti a chi ci ha preceduto, studiare e amare la conoscenza. Il Medioevo descritto da Eco, rivisto oggi, sembra il futuro. Un futuro che oggi, a volte, appare sempre più lontano.

Il romanzo Il nome della rosa viene pubblicato nel 1980, un anno dopo vince il Premio Strega. Da allora è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 50 milioni di copie. Secondo alcune classifiche è da considerarsi uno tra i cento romanzi più importanti di sempre della letteratura mondiale.

Eco pare un po’ si infastidisse di tanto successo. Era convinto che i suoi romanzi successivi fossero migliori. Ma il pubblico è sempre rimasto fedele alla sua prima invenzione, insieme giallo, romanzo storico, filosofico, di iniziazione. Tra i più grandi semiologi mondiali, Eco sa come disseminare la narrazione di tracce, segni, rimandi. E la mole di cultura citata, si aziona attraverso il più classico degli espedienti: nel monastero benedettino avvengono delle strane morti su cui Guglielmo da Baskerville è chiamato a indagare.

Dietro al mistero c’è il secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato al comico e al riso. In un’epoca ancora buia, il comico è avvertito come una minaccia. Fa paura. Ma la cultura del protagonista vince sulle tenebre. Il film realizzato nel 1986, protagonista Sean Connery e diretto da Jean Jacques Annaud, costa 17 milioni di dollari e ne incassa 77 milioni. Un successo. Il film arriva poco dopo il romanzo, è una replica fedele anche dal punto di vista del rapporto con il pubblico.

Secondo alcune interpretazioni, Eco attraverso il Medioevo mette in scena gli anni 70: i francescani che sostengono le tesi pauperiste sono i giovani che combattono per il cambiamento, i dolciniani (seguaci di Fra Dolcino, un predicatore poi accusato di eresia) sono coloro che usano le armi, la curia è il potere che resiste al cambiamento. Un po’ banale, vista la grandezza dell’affresco, ma anche un po’ vero.

Oggi la serie tv, pur raccontando la stessa storia, fa venire in mente altre letture. La disputa tra cambiamento e resistenza è quella che vediamo ogni giorno. Da una parte c’è chi vuole affossare la cultura e pretende di azzerare tutto (uno vale uno) e chi invece resiste e continua a ricercare il secondo libro della Poetica di Aristotele. C’è chi si sente un nano sulle spalle dei giganti e chi invece pensa di abbattere quei giganti e di sostituirsi a loro.

Guglielmo da Baskerville è sì un francescano, ma la sua critica al potere è collocata dentro il culto del sapere. Il Medioevo descritto nella serie tratta dal romanzo Il nome della rosa non uscita tanto un interesse storico o filosofico. Anche questo, certo. Ma prevale soprattutto un altro sentimento. Quello della nostalgia per il tempo che fu. Il tempo in cui viveva Umberto Eco e la sua intelligenza, il tempo in cui la cultura era un motore essenziale dello stare insieme, della politica, della scuola, dell’informazione. La nostalgia di quando eravamo ancora nani sulle spalle dei giganti. Ma l’assassino è facile da trovare (e allora non tutto è perduto).

 

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