Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

L’asse Roma-Pechino allerta Washington

Bruxelles bacchetta l’Italia e Washington avvisa. Insomma, il nuovo asse tra Roma e Pechino per la realizzazione della nuova “via della seta” preoccupa tutte le diplomazie occidentali
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

La Cina è un «partner» con cui l’Unione europea ha obiettivi condivisi in alcuni settori, ma anche un «concorrente economico» e un «rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance». La nuova liaison tra Roma e Pechino, che ha intenzione di coinvolgere l’Italia nel progetto sulla nuova via della Seta, preoccupa, e non poco, Bruxelles. Senza mai far esplicito riferimento al nostro Paese, la Commissione europea ha infatti inviato un avvertimento a tutti i paesi che intendono aderire alla Belt and Road Initiative lanciata da Pechino. E messaggi arrivano anche da Washington. Gli Stati Uniti sarebbero infatti «molto preoccupati per l’opacità e la sostenibilità degli accordi che coinvolgono la Belt and Road Initiative (Bri)». Washington «continua ad esortare l’Italia ad analizzare con attenzione» eventuali accordi con la Cina dal punto di vista della sostenibilità economica e dell’aderenza a principi condivisi», fanno sapere fonti dell’ambasciata Usa a Roma.

Ma la preoccupazione principale appare di natura geopolitica, da qui il nuovo forte monito al nostro Paese: «Noi continuiamo ad esortare l’Italia ad analizzare con attenzione gli accordi di commercio, investimento ed assistenza per assicurare che siano economicamente sostenibili, operino sotto i principi di libero mercato di apertura e giusto accesso ai mercati e rispettino la sovranità e lo stato di diritto». E di qui l’invito a discutere «le reali sfide che la Bri nella sua forma opaca e asimmetrica presenta».

Da parte sua il governo italiano ribadisce la “fedeltà” all’Ue e agli Stati Uniti: «L’interesse e la partecipazione italiana alle iniziative tese a sviluppare infrastrutture per la connettività euro- asiatica, sono e saranno declinate in linea con i criteri e i principi condivisi in quadro Ue», ribadisce palazzo Chigi che però tiene aperti tutti i canali con Pechino.

Più prudente Salvini. Allertato dalle sirene d’allarme che arrivano d’Oltreoceano, il vicepremier leghista specifica che «se si tratta di aiutare imprese italiane a investire all’estero siamo disponibili a ragionare, con chiunque, se si tratta di colonizzare l’Italia e le sue imprese da parte di potenze straniere, evidentemente no». In ogni caso il governo italiano potrebbe siglare il memorandum con Pechino in occasione della visita del presidente Xi Jinping prevista a Roma a fine mese. Anche se non è ancora chiaro il livello di coinvolgimento previsto dal memorandum che l’Italia si appresta a siglare con la Cina, è evidente che lo spessore economico della Belt and Road Initiative ( BRI) apre a Pechino mercati fino a dieci anni fa inimmaginabili.

Si parla di un maxi- progetto per la connessione infrastrutturale di tre continenti, del valore di oltre mille miliardi di dollari, e che oggi conta 152 paesi aderenti. L’iniziativa può contare su alcuni progetti che già oggi stanno contribuendo a ridisegnare lo scacchiere globale. Il più noto è il Corridoio economico Cina- Pakistan, che ha un valore di 62 miliardi di dollari, e che vede nel porto pakistano di Gwadar uno sbocco primario per l’accesso all’Oceano Indiano.

Anche l’Africa riveste un ruolo importante nell’iniziativa: la stampa cinese ha salutato come un successo il completamento della ferrovia che collega Addis Abeba e Gibuti.

Il risultato più significativo è stata l’acquisizione di un quota di controllo del porto del Pireo, in Grecia, da parte del gigante delle spedizioni marittime cinese, Cosco. Nel 2017 è stata aperta la prima tratta che collega Cina e Gran Bretagna mentre tre anni prima è stato inaugurato il percorso ferroviario che giunge in Cina da Madrid.

Ultime News

Articoli Correlati