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Cinzia Tani: «Vi dico perché le donne del ’ 500 sono uguali a quelle di oggi»

È in libreria “Donne di spade”, il secondo volume della trilogia dedicata agli Asburgo della scrittrice, conduttrice televisiva e radiofonica. «Scrivo romanzi storici perché la storia ci insegna quello che stiamo vivendo oggi»
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È in libreria “Donne di spade”, il secondo volume della trilogia di Cinzia Tani, “Il volo delle aquile”, dedicata agli Asburgo. Maddalena, Flora, Agnes, Dorotea donne che combatteranno per la propria libertà, tra intrighi, calcolo, bisogno d’amore, nel Cinquecento di Carlo V. C’è poi Ana de Mendoza, la tiratrice di scherma con la benda che le copre l’occhio ferito. Ana sembra incantare lo stesso re. Cinzia Tani, giornalista e scrittrice, autrice e conduttrice di programmi radiotelevisivi, introduce il lettore nelle corti del XVI secolo, dentro i meccanismi del potere politico e delle relazioni umane.

Cosa ci raccontano dell’universo femminile le “Donne di spade”?

In questo secondo volume della trilogia ho voluto dare molto spazio alle donne, perché di solito quando si parla del Quattrocento, del Cinquecento, le donne non appaiono mai, sono sempre i re, gli imperatori a dominare la scena. Nel mio libro ho voluto far risaltare donne buone e cattive: donne di spade.

È una trilogia solo sul Cinquecento o vuole dire qualcosa ai nostri anni?

Scrivo romanzi storici perché la storia ci insegna quello che stiamo vivendo oggi. È incredibile quanto quel che è successo nel Cinquecento stia accadendo anche adesso. Penso agli scontri con i musulmani: Solimano il Magnifico, il pirata Barbarossa. Penso alle lotte religiose: ci sono due scismi, quello di Martin Lutero e quello di Enrico VIII. È il tempo di tremendi massacri tra calvinisti, luterani, cattolici, tutto ciò che purtroppo vediamo anche oggi, per esempio tra sunniti e sciiti, con guerre civili all’interno dello stesso Paese. E poi l’impero asburgico non era dinastico, per diventare imperatore bisognava chiedere prestiti alle banche, perché servivano i soldi per essere eletto. Qualcosa che stiamo vedendo…

La Storia e le storie. C’è uno studio lunghissimo dietro la trilogia…

Sono una secchiona: vivo in una casa con 25.000 libri, ho un programma che si occupa solo di libri. Per scrivere questa trilogia avrò letto 600 libri in lingua. Poiché in Italia non c’è una tradizione di romanzo storico, i miei libri sono tutti inglesi, spagnoli, francesi, tedeschi… Fortunatamente oltre all’università ho frequentato la scuola di interpreti. Inoltre mi sono recata sui luoghi. Sono andata a vedere la fortezza di Giovanna la Pazza, il fiume Tago a Toledo. In fondo alcune atmosfere sono le

stesse.

Non semplice…

La grandissima difficoltà è stata dividere il materiale in tre parti uguali, in modo che ogni libro avesse un ugual numero di colpi di scena, di fatti. Un’altra difficoltà consiste nell’inserire i personaggi di fantasia tra i personaggi storici perché siano verosimili. Un maestro in questo è Ken Follett, che racconta la storia esattamente come è, ma con dentro i suoi personaggi, capaci di appassionare il lettore.

Perché nella sua narrazione ha scelto di dare molto spazio ai dialoghi?

Insegnando scrittura creativa, mi rendo conto che la storia è un materiale difficile, quando bisogna muoversi tra tanti nomi e avvenimenti. I dialoghi servono a snellire il racconto, altrimenti, il narratore si introduce e si mette a descrivere – “Margherita di Parma era…” –, mentre è molto meglio che due personaggi dialoghino: “Ma che ne pensi di Margherita di Parma?”. Tutto diventa più scorrevole.

I discorsi tra i personaggi del libro sembrano contemporanei, discorsi tra madre e figlia, tra amiche. Un’attualizzazione?

È una scelta, perché se io avessi dovuto scrivere con il linguaggio del Cinquecento, sarebbe diventato un libro noiosissimo. Riferendomi sempre a Ken Follett, il linguaggio va riportato ai giorni nostri. Inoltre io ho scritto tutto al presente, mentre di solito i romanzi storici sono al passato. In questo modo riesco a far entrare il lettore di oggi nel Cinquecento, con dialoghi comprensibili.

Sul piano della psicologia, ha scoperto che in fondo poco è cambiato nelle relazioni tra allora e oggi?

Per questo mi sono serviti moltissimo i libri dove ho trovato numerose lettere che i personaggi si scambiavano, i discorsi che Carlo V faceva al figlio. Per esempio, Filippo II scrive alla figlia grande mentre lui era lontano, in Portogallo: “Ma Filippo ha messo il primo dentino?”. Sono cose che non si immagina un imperatore possa dire, invece è così. Per questo i dialoghi e i rapporti fra i familiari sono verosimili.

Flora, Agnese, Sofia, Maddalena, Dorotea e altre donne che a volte si aiutano, a volte si sfidano e si recano danno. È l’universo femminile di tutti i tempi…

Io ho voluto raccontare, in particolare in questo secondo volume, il femminile come è e come è sempre stato. Se noi leggiamo tutte le storie di corte, c’erano rivalità. Per esempio Elisabetta I non voleva intorno donne che offuscassero la sua bellezza. I difetti e le qualità sono sempre gli stessi: donne generose, guerriere, determinate, a volte ambigue, cattive.

Carlo V è una specie di protagonista occulto della trilogia?

Sì. Nel primo volume Carlo V è protagonista, perché il libro inizia nel 1500, anno in cui lui nasce. In questo secondo lo vediamo abdicare: cosa meravigliosa se pensiamo all’attaccamento alle poltrone dei nostri politici. Lui, ancora giovane, abdica a favore del figlio, si chiude in convento e poi muore. Anche nel terzo volume, lui sarà sempre il grande imperatore, tutti faranno riferimento a lui. Sempre si fanno paragoni tra il padre e il figlio: si ricorda che Carlo V partecipava alle guerre anche in lettiga, invece Filippo II non mette piede in un campo di battaglia. D’altronde è Carlo V che crea l’impero più grande del mondo, quello in cui non tramonta mai il sole. È lui che fonda l’Europa, ne pone le basi.

Gli omicidi, attraversano la trilogia. La morte è anche un motore narrativo?

Per me che sono una storica del delitto e ho scritto moltissimi libri sul tema è fondamentale. Nei miei romanzi storici sono sempre presenti morti e mistero. Nella trilogia c’è un giallo, un delitto di cui si parla dal primo al terzo volume, anche se si possono leggere separatamente. Gli omicidi allora erano all’ordine del giorno: sicari, avvelenamenti, re morti in modo misterioso, ad esempio bevendo acqua gelata. Non c’era l’autopsia, quindi come si poteva capire la verità. La morte era presentissima. Se pensiamo all’Inquisizione e ai suoi roghi… La morte e la nascita erano due punti centrali, e nella nascita avevano un ruolo sostanziale le donne: le donne reali dovevano fare figli maschi e morivano tutte di parto giovanissime.

Anche la nascita aveva del mistero, perché non esisteva il test del Dna…

Una cosa meravigliosa che non ho detto di Carlo V è che un imperatore di quel livello non abbandona i figli illegittimi: Margherita di Parma diventerà la governatrice delle Fiandre, Giovanni d’Austria sarà il trionfatore di Lepanto.

Venendo a Cinzia Tani: scrittrice, giornalista, conduttrice di programmi televisivi e radiofonici. Qual è il segreto per coordinare i tempi della scrittura con tutto il resto?

Io non esco mai, non ho un compagno, a casa ho un pappagallo parlante. La trasmissione sui libri mi prende un giorno, per il programma radio “Mangiafuoco”, che è tutti i pomeriggi, posso registrare da casa i miei interventi. Quindi io scrivo, studio, leggo sempre. Non sono per nulla una persona stressata, sono della Vergine, so organizzarmi. Le trasmissioni poi finiscono, nei mesi estivi vado a fare i sopralluoghi per i miei libri. Per me non c’è un giorno senza la scrittura.

 

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