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La memoria è un filo: i ragazzi raccontano l’orrore di Auschwitz

La mostra “Testimoni dei testimoni” ideata dai giovanissimi, fino al 31 marzo al palazzo delle esposizioni di Roma. Spiegano gli autori: «la trasmissione diretta di quelle terribili esperienza tra pochi anni sarà definitivamente interrotta, tramandare i ricordi è una missione fondamentale»
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«Per mantenere viva la Memoria, – aveva detto la sindaca di Roma Virginia Raggi durante l’inaugurazione– è importante non solo raccontarla ma viverla». L’intento che sta alla base della mostra multisensoriale Testimoni dei Testimoni. Ricordare e raccontare Auschwitz, visitabile fino al 31 marzo presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, è proprio questo.

L’esposizione è ideata da un gruppo di ragazzi che tre anni fa prese parte a un viaggio della Memoria e decise di tramandare in maniera partecipata e personale le storie degli ultimi sopravvissuti della Shoah, intessendo un’efficace sinergia con Studio Azzurro, noto collettivo di artisti italiani da sempre coinvolto in esperienze di arte partecipata coniugata all’impiego dei nuovi media.

“Ambito di ricerca artistica, che si esprime con il linguaggio delle nuove tecnologie”, fondato a Milano nel 1982 da Fabio Cirifino ( fotografia), Paolo Rosa ( arte visiva e cinema) e Leonardo Sangiorgi ( grafica), il collettivo parte infatti da sperimentazioni – definite spesso dal critico bolognese Renato Barilli come rituali del comportamento umano – che ineriscono, oltre alla produzione di film di carattere più tradizionale – come Il mnemonista – alla videoarte, alle videoambientazioni interattive e a collegamenti con le varie arti, per giungere infine alla creazione di “ambienti sensibili” che esaltano l’interazione tra oggetto e osservatore.

Molte loro opere fanno parte di allestimenti museali – Il giardino delle anime è stato acquisito dalla New York Hall of Science – e di installazioni interattive pubbliche mentre alcune di esse hanno giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione del design. «In seguito al viaggio della memoria ad Auschwitz I e Auschwitz II – Birkenau, – raccontano gli studenti – noi ragazzi abbiamo deciso di prenderci un impegno dinnanzi ai testimoni che ci hanno guidati attraverso i loro ricordi, storie di una realtà che appare più lontana di quanto non sia: ricordare, trasmettere il ricordo di quanto accaduto e non dimenticare le atrocità che hanno mietuto migliaia di vittime, diventando noi stessi testimoni» .

«Manca poco – rilevano al riguardo gli artisti di Studio Azzurro – e saranno trascorsi cent’anni dalla Crisi del 1929, dalle leggi sulla sterilizzazione a fini eugenetici in Germania ( 1933), dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia ( 1938). Circa quattro generazioni. E la trasmissione diretta dell’esperienza sarà definitivamente interrotta».

Esperienza che si veste di voce, parole che disegnano la tragedia. Voci, come quelle da cui, accostando l’orecchio alle pareti, si possono ascoltare i racconti sofferti dell’orrore perpetrato nei lager. Voci, che compongono la mesta cacofonia dello sgomento: grida in tedesco che risuonano nell’oscurità dell’interno del vagone ricostruito in apertura di mostra – a simulare il viaggio di deportazione degli ebrei –, alternate all’inneggiare delle folle, al ringhio dei cani e a una rara registrazione del discorso sulla razza di Mussolini.

Voci, che costruiscono, accento dopo accento, la disperata babele della sopravvivenza, la Lagersprache – linguaggio costituito per metà da tedesco e per il rimanente da una mescolanza di lingue dei Paesi d’origine dei deportati –, quando capire e capirsi equivaleva a evitare di venire fucilati all’istante.

Volti, non solo voci. Volti – come quelli raffigurati sui pannelli del quinto locale della mostra – dai lineamenti sfocati, che diventano nitidi man mano che lo spettatore si avvicina a essi – a suggellare un possibile percorso di restituzione identitaria –, contornati a latere dalle foto in bianco e nero dei prigionieri. Volti, che attualizzano la drammatica cesura della Storia: quella fra i gruppi di famiglie – ancora unite – di origine ebraica, che ci osservano da un ampio mosaico di fotografie all’ingresso, e coloro – non solo ebrei, ma anche prigionieri politici, sinti, rom, omosessuali – che ci interrogano dai ritratti posti a parete e che hanno ormai irrimediabilmente varcato la soglia dei campi di sterminio.

Saldare le voci degli ultimi sopravvissuti alle coscienze delle nuove generazioni: opera indifferibile sul filo della Memoria. «In un periodo – argomentano i ragazzi – in cui si ha paura del diverso, dello straniero e si mettono in atto leggi emarginatrici, la memoria di ciò che è stato può salvarci. Bisogna riacquistare fiducia in noi stessi, spronarci a credere e investire in ciò che c’è di buono nelle persone. Noi siamo un anello della catena tra passato e presente: “Testimoni dei Testimoni”. Ora quella che è stata la nostra esperienza sarà l’esperienza di tutti voi. Un anello e un altro ancora. La memoria genera futuro».

 

 

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