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«L’Italia paese sessista» non guarisce con le manette

Il rapporto dei centri D.i.Re: di fronte alla violenza sulle donne, l’Italia ha reagito soltanto sul versante normativo e sulla criminalizzazione delle condotte, senza fare nulla per applicare in maniera efficace quelle norme.
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Di fronte alla violenza sulle donne, l’Italia ha reagito soltanto sul versante normativo e sulla criminalizzazione delle condotte, senza fare nulla per applicare in maniera efficace quelle norme. E il nuovo governo si è presentato «come reazionario rispetto ai diritti e alle libertà delle donne», delineando «un quadro molto preoccupante». È questa l’immagine sconfortante offerta dal primo “Rapporto ombra”, elaborato da 25 associazioni e professioniste coordinate da “Donne in rete contro la violenza”, per verificare l’applicazione della Convenzione di Istanbul. Un documento ratificato dall’Italia nel 2013, ma, nei fatti, mai applicata. A denunciare la situazione, ieri, ci hanno pensato le diverse associazioni anticipando la visita di marzo del gruppo di esperte sulla violenza contro le donne in Italia, primo Paese a finire sotto osservazione del Consiglio d’Europa.

La discussione, moderata dalla caporedattrice del Dubbio Angela Azzaro, ha focalizzato le numerose criticità: una cultura misogina, la carenza di un’adeguata educazione sin dalla scuola e nella formazione professionale in grado di superare gli stereotipi, la disomogeneità e l’insufficienza dei dati, le criticità nel processo penale e in quello civile, le difficoltà delle donne migranti, aggravate dal Decreto sicurezza e il vuoto informativo sulle ragazze con disabilità e sulle mutilazioni genitali. Senza contare i fondi altalenanti e distribuiti a macchia di leopardo sul territorio. Troppi, dunque, gli ostacoli, in un contesto sociale caratterizzato da pregiudizi nei confronti di quelle donne che decidono di denunciare. Un arretramento culturale che pervade anche la politica, denuncia il report, la quale «non ha voluto» potenziare gli strumenti per contrastare la violenza. «È un momento storico critico – ha sottolineato Lella Palladino, presidente di D. i. Re – Il Paese sta scivolando in una deriva di limitazione dei diritti fondamentali, negando i principi della sua Costituzione». L’incontro di ieri «ha valenza politica», dunque, per riportare avanti le lancette dell’orologio in un Paese dove l’accesso alla giustizia per le donne vittime di violenza è sempre più difficile e, a volte, criminalizzante. «Noi vogliamo che le donne vengano messe in sicurezza – ha evidenziato – ma contrastiamo ogni deriva securitaria. La legge prova ad azzerare la dimensione politica dietro la violenza e non connette la stessa con la discriminazione che le donne vivono», complice un linguaggio dei media che rende inutile la prevenzione. L’appello è quello per la costituzione di un programma che riesca, nei prossimi mesi, «a ribaltare» le politiche attuali, che riportano le donne indietro nei loro diritti, ha sottolineato Linda Laura Sabbadini, statistica ed editorialista de La Stampa. «Tutto va inserito in un preciso contesto politico – ha spiegato – che, a 11 anni di crisi economica, da cui le donne sono uscite meglio degli uomini, ma sfiancate e divise, ha aggiunto un attacco ai diritti: dal punitivo ddl Pillon, alla politica pro natalista della Lega. Dobbiamo vincere ed essere unite». Tante cose che un tempo provocavano vergogna, ha evidenziato Elena Biaggioni, del centro antiviolenza di Trento, «sono state sdoganate e misoginia e sessismo vengono esibiti con disinvoltura. L’Italia ha già ricevuto diverse raccomandazioni negli anni, che devono essere considerate una base di partenza». Ma manca una strategia per la prevenzione, complice un forte livello di assuefazione, che «non fa che giustificare e incitare episodi di violenza», ha evidenziato Claudia Signoretti, di Parteciparte. «Nelle scuole serve un’educazione che promuova le differenze e il rispetto dell’altro nei rapporti – ha evidenziato – Ciò che è stato fatto è frutto del lavoro di singoli docenti che spesso vengono ostacolati o boicottati, nel silenzio delle istituzioni». A ciò si aggiungono «campagne di disinformazione», come il tentativo di attribuire «significati strani» ai programmi di educazione sui generi, delegittimando le competenze, mentre le campagne di sensibilizzazione «ripropongono lo stereotipo delle donne come soggetti passivi e deboli, parlando come se fosse solo un loro problema» . Ma le criticità riguardano anche le forti differenze tra nord e sud, ha evidenziato Maria Rosa Lotti, de Le Onde di Palermo, un quadro che si innesta sul non riconoscimento dei servizi specialistici. «Non c’è alcuna risorsa», ha ammonito, e le poche presenti sono destinate basandosi sull’assistenzialismo e non sulla qualità. «Si pensa che più servizi significhi più risposte – ha aggiunto Ciò crea più consenso, ma anche minore qualità». Le donne rimangono vittime, dunque, non essendo messe nelle condizioni di ricostruire il proprio futuro, perpetrando la stessa cultura che genera la violenza: «quella patriarcale, che sta dentro una modalità di gestione del potere», ha concluso.

Il problema della strategia si associa a quello della carenza dei dati, evidenziato da Paola Sdao, del Centro Lanzino di Cosenza, strumento essenziale per monitorare il fenomeno e definire politiche di contrasto. In Italia «manca un sistema di dati condiviso» e le uniche indagini presenti sono quelle Istat, risalenti al 2006 e al 2014, che dipingono un quadro preoccupante: una donna su tre ha subito violenza fisica e sessuale dal partner o dall’ex, il 96 per cento delle violenze non viene denunciato e il 65 per cento dei maltrattanti è italiano, contrariamente alla narrazione voluta dalla politica. «Serve un nuovo approccio politico alle rilevazioni – ha aggiunto – che devono essere periodiche, puntuali e complete».

 

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