Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Alfredo Galasso: «Così le interdittive hanno spinto Rocco alla morte»

Parla il legale di Rocco Greco, l’imprenditore di Gela che ha denunciato i suoi estorsori ed è stato “punito” dallo Stato con un’interdittiva antimafia. Un’onta così grande da decidere di suicidarsi. «Credo che le interdittive siano uno strumento utile - ha spiegato - ma è importante che venga maneggiato con cura». 
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Ma come si fa a dimenticare che aveva denunciato e che grazie a lui tanti mafiosi di Gela sono finiti in galera? Si può rovinare la vita delle persone in questo modo?».

È arrabbiato Alfredo Galasso, storico avvocato di Palermo, che per anni ha difeso Rocco Greco, l’imprenditore di Gela che ha scelto di farla finita dopo essersi visto punire con un’interdittiva antimafia. Un caso come tanti, verrebbe da dire. Se non fosse che Greco, 15 anni prima di scegliere di uccidersi, ha denunciato i suoi aguzzini, i mafiosi che gli chiedevano il pizzo, facendoli condannare. Ma proprio quel “rapporto” con i mafiosi è diventato, tre lustri dopo, il prezzo da pagare allo Stato per aver deciso di aiutare lo Stato. Con una motivazione assurda: «Nel corso degli anni ( Greco, ndr) ha avuto atteggiamenti di supina condiscendenza nei confronti di esponenti di spicco della criminalità organizzata gelese», recita l’informativa della “Struttura di missione antimafia sisma”. «Credo che le interdittive siano uno strumento utile – ha spiegato due giorni dopo la tragedia, al Dubbio, Galasso – ma deve essere maneggiato con cura e attenzione».

Avvocato, qual è la storia di Rocco Greco?

Rocco, che tutti chiamavamo Riccardo, tra il 2006 e il 2007 è stato il capofila di una denuncia nei confronti di capimafia sia della cosiddetta “Stidda” sia di Cosa Nostra, due organizzazioni mafiose presenti a Gela e dintorni che avevano continuato, sulla base di minacce, ad estorcere a lui e ad altri sei o sette imprenditori associati a lui dei denari. Si trattava di persone che avevano alcuni appalti nel settore della raccolta dei rifiuti.

Le denunce di questi imprenditori che conseguenze hanno avuto?

Si è aperto un processo, denominato “Munda Mundis”, che si è concluso con una condanna con pene durissime nei confronti di questi estorsori, tra i quali alcuni diventati, col tempo, collaboratori di giustizia. Nel corso di questo dibattimento, però, alcuni di questi capimafia compresi alcuni pentiti, hanno accusato Greco e altre parti offese di essere stati d’accordo, in qualche modo, con i mafiosi che poi hanno denunciato. Gli imputati, cioè, non hanno negato di aver intascato dei soldi, ma hanno negato che si trattasse di estorsione, parlando, invece, di un accordo tra le parti per far aggiudicare gli appalti della raccolta dei rifiuti a Gela.

Insomma, Greco, stando a quelle dichiarazioni, sarebbe stato non una vittima, ma uno che si era avvalso della protezione e degli appoggi dei capi di Cosa Nostra. Questi elementi sono stati trasmessi dal tribunale alla procura di Caltanissetta, ma lo stesso tribunale di Gela ha condannato gli imputati a pene molto pesanti e anche al risarcimento dei danni – materiali e morali – subiti dagli imprenditori estorti.

Erano accuse false, dunque.

Certo, era una strategia difensiva. Tant’è vero che mentre la procura di Caltanissetta decideva cosa fare, la Corte d’appello prima e la Cassazione poi, per quanto riguarda il processo relativo alle estorsioni, prendendo in considerazione le denunce fatte nel corso del dibattimento dai mafiosi, le hanno liquidate in maniera anche un po’ sfottente come espediente, dicendo che quella ipotizzata dagli imputati era «una suggestiva ed alternativa ricostruzione» che la Corte d’appello aveva attentamente valutato, giungendo alla conclusione che si sia trattato di un artificio finalizzato a rimescolare le carte ed a gettare l’ombra della collusione sulle vittime. Un artificio «manifestamente infondato».

Mentre a Caltanissetta cosa è accaduto?

Intanto la procura di Caltanissetta ha deciso di portare avanti le indagini e di chiedere il rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa per Greco e altri. Il tribunale, a dicembre 2017, ha assolto con formula piena gli imputati, riportandosi anche a ciò che era stato detto dalla Cassazione. La procura generale ha però deciso di impugnare la sentenza e c’era, dunque, un procedimento pendente in appello che si sarebbe concluso sicuramente con un’altra assoluzione sicuramente.

Perché allora il signor Greco ha perso la speranza?

La cosa veramente grave e che secondo me rappresenta la stortura di tutto quello che è successo è che il Sisma – struttura creata nel 2016 presso il Viminale e che si occupa del controllo della regolarità degli appalti – ad un certo punto, avendo chiesto l’azienda del signor Greco, cioè la Cosiam, l’informativa antimafia, ha recepito in maniera integrale l’appello della procura di Caltanissetta, ignorando totalmente l’assoluzione, e ha così notificato all’azienda un’interdittiva che ha distrutto ogni possibile attività in corso e futura.

Di che danno parliamo?

Si trattava di una società che aveva degli appalti importanti e che dopo aver subito estorsioni e minacce si era rimessa in piedi. Ma vivendo di commesse pubbliche, all’improvviso, ha perso praticamente tutto.

Quando ha visto l’ultima volta il signor Greco?

Ci eravamo visti in udienza in Corte d’appello, il 10 febbraio. Ci eravamo detti “andrà bene”, ma in sede amministrativa il Tar non ha accolto la richiesta di sospensiva per l’interdittiva e questo lo ha molto destabilizzato.

Si aspettava un gesto del genere?

Era molto giù, si capiva che c’era stato un profondissimo turbamento. Ma questa decisione è stata una grande sorpresa.

Crede si fosse pentito di aver denunciato i suoi estorsori?

Per nulla. Era solo profondamente amareggiato, non si aspettava un trattamento del genere. Tenga conto – e da un punto di vista giuridico non è secondario – che questi presunti collegamenti con la mafia, questa presunta contiguità con i capi di cui era accusato risaliva ad un periodo compreso tra il 1998 e il 2003, perché dopo si è stufato di subire angherie dai clan e ha deciso, assieme ai suoi soci, di denunciare e andare in giudizio. La rottura di questo eventuale – inesistente – rapporto di convenienza con Cosa Nostra e la Stidda risale, dunque, a oltre 15 anni fa. Dopo 15 anni, dopo aver denunciato, dopo averli mandati in galera, qualcuno prende quell’accusa, di tipo vendicativo e anche difensivo, lanciata nel processo scaturito dalle sue denunce e si emette un’interdittiva antimafia. Si può rovinare la vita delle persone in questo modo?

Crede che le interdittive siano dannose?

Credo siano uno strumento di prevenzione assolutamente utile, ma è importante che venga maneggiato con cura e attenzione, per non rovinare la vita delle persone. Spero che questa storia assurda, almeno, serva da lezione.

Ultime News

Articoli Correlati