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La Calabria di Gangemi bellissima e maledetta… un po’ come l’umanità

"Marzo per gli agnelli", ultimo romanzo dello scrittore calabrese, racconta i soprusi delle cosche e l'inutilità di uno Stato a cui nessuno crede sullo sfondo di una terra meravigliosa, dove il mare viola contrasta con il colore bianco delle pietraie
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Mimmo Gangemi è di nuovo nelle librerie con il suo ultimo lavoro: Marzo per gli agnelli ( Piemme editore) Il romanzo è ambientato in un paese della Calabria sulla bellissima costa Viola dove si trova una assolata pietraia declinante sul mare e su cui cresce solo qualche filo d’erba per le capre.

Terra di nessun valore commerciale fintanto che a qualcuno non viene l’dea di impiantarvi un villaggio turistico. Occorre unificare i vari lotti sotto un’unica proprietà e bisogna fare in fretta ed in silenzio perché nessuno deve accorgersi del valore reale di quello scorcio di Calabria che sembra rubato al Paradiso. Ed è per accaparrarsi la pietraia che inizia una lotta violenta che si lascia dietro una lunga scia di crudeltà, omertà e sangue, intorno a cui Mimmo Gangemi costruisce il suo romanzo. Ufficialmente nessuno sa chi si muove dietro il “progetto”; nel circolo si parla d’una “grande società del Nord“ ma in realtà tutti sanno che dietro c’è la sfinge della ndrangheta, anzi delle varie cosche che si contendono il territorio. E che pur essendo tutti ndranghetisti ragionano in maniera differente ed ogni cosca pensa di poter fregare l’altra ! Perché la ndrangheta non è una sola.

C’è la cosca di “Zi Masi“che nonostante la decisa agiatezza conquistata resta attaccata alla terra, al bestiame e sostanzialmente alle “regole”. In grado di dosare e programmare la violenza, perché “Zi Masi” è convinto che ci sia sempre “Marzo per gli agnelli”. Nel linguaggio del vecchio ndranghetista significa che c’è un tempo per uccidere ed uno per trattare. E Lui, ormai anziano e saggio, avrebbe preferito trattare piuttosto che uccidere. «Ce ne sarebbero voluti altri Zi Masi 9ora che la Legge la spacciava l’efficienza e pretendeva eroi armati di coraggio civile e carta bollata».

Apparentemente alleati ma in realtà in lotta con “Zi Masi”, i “Survara” ndranghetisti attratti dalla società dei consumi, amanti del lusso pacchiano, velenosi come i serpenti, irrispettosi delle “regole”. Sullo sfondo una vecchia famiglia di ndrangheta, i Calivi, che, dopo la morte violenta del padre avevano pensato di ritirarsi dalla società criminale per godersi la ricchezza accumulata grazie al genitore morto ammazzato e rinunciando così a lavare l’onta col sangue.

L’avvocato Giorgio Marro, proprietario di un lotto di pietraia, è il protagonista del romanzo ma solo per caso e solo perché non avendo più alcun motivo di restare in vita, non ha paura della ndrangheta. Anzi la sfida ed indaga sulle intimidazioni e gli omicidi che si susseguono ad un ritmo sempre più serrato.

In mezzo il Paese ed il suo “circolo”. Un paese non protagonista e non complice ma rassegnato a non contrapporsi alla ndrangheta e ad assistere impotente alla guerra tra le cosche. Espressione farsesca della democrazia è la “politica” paesana sintesi del “nulla” e di una marginalità assoluta rispetto ai luoghi in cui si prendono le decisioni vere. Una “politica” così inconsistente da non essere tenuta in considerazione alcuna neanche dalla ndrangheta.

Così come la “legge” che pur da queste parti fa gran sfoggio di muscoli con gli innocenti e con i poveracci! Nella realtà la “legge” non è in grado di capire ed ancor meno di contrastare i disegni e gli appetiti dei malavitosi. Ed infatti dinanzi al dispiegamento della strategia mafiosa tesa alla conquista della pietraia nessuno, pur dinanzi alle intimidazioni, pensa di rivolgersi alla “legge” nella certezza che ciò sarebbe stato pericoloso oltre che inutile.

Ognuno degli intimiditi reagisce a modo proprio ma nessuno sporge denuncia. Certamente non i “Calivi”, ma neanche il “nobile” di antico lignaggio, don Lamberto De Rupe, ed ancor meno l’avvocato Giorgio Marro.

E se don Lamberto “cede” la sua parte di pietraia al fattore Cosimo, espressione di una ndrangheta ottusa e violenta, facendo finta di non accorgersi e col sorriso sulle labbra, l’avvocato Marro quando squilla il cellulare che lo avverte della bomba esplosa dinanzi alla sua villetta sul mare, prende la pistola del cassetto e passa dritto dinanzi alla caserma dei carabinieri. E non ha torto! Infatti il sistema di allarme era collegato anche con la caserma ma quando arrivò alla villetta dei carabinieri non c’era neanche l’ombra.

E non ci saranno neanche nelle ore immediatamente successive. I mafiosi saldano i conti ignorando la legge ed infatti di nessun tra i tanti omicidi consumati verrà scoperto l’autore e nessuna intimidazione verrà interpretata nella maniera giusta. Come sfondo Mimmo Gangemi dipinge, ancora una volta, una Calabria meravigliosa.

Dalla pietraia si scorge l’Etna che sbuffa, si vede il mare viola che contrasta con il colore bianco della pietra e quindi gli agrumeti lussureggianti e degli oliveti secolari. Una terra incantata che la ndrangheta calpesta e che lo “Stato”, nella sua espressione storica, ha condannato e dimenticato.

Le vicende della pietraia lo dimostrano senza dubbio alcuno.

Marzo per gli agnelli è un romanzo ambientato in Calabria ma non parla ai soli calabresi anzi Mimmo Gangemi scolpisce i suoi personaggi liberandoli dalle catene della “calabresità” ed infatti ingoia la storia della Regione nella convinzione che l’oggi sia figlio del passato. Ed il “passato” è una sconfitta storica che brucia ancora sulla pelle del popolo calabrese.

L’autore proietta la Calabria nel mondo come una fibra dell’umanità smarrita in cui trovano posto paure ed angosce, potere e violenza, ricchezza e povertà. Pulsioni di amore e di morte! Il ritmo è avvincente ed il finale sorprendente.

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