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Grazie prof: ritorna il bel “Registro di classe” di Sandro Onofri

Il libro, pubblicato da Minimum Fax è un atto d'amore nei confronti degli studenti
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Nessuno ha mai scritto della scuola come Sandro Onofri. Il suo Registro di classe, ripubblicato di recente da Minimum Fax, e che ha visto la luce nel 2000 un anno dopo la morte dell’autore – per i tipi di Einaudi, è una fotografia luminosa sulla realtà di questo macrocosmo di cui nessuno sa niente – talvolta nemmeno gli insegnanti – ma sul quale tutti si sentono autorizzati a parlare. Il motivo per cui Registro di classe brilla per la sua unicità è espresso in poche righe nell’appassionata postfazione uno degli inutilissimi corsi di aggiornamento professionali per insegnanti sa che i ragazzi vengono definiti “prodotti”: Onofri è nato alla Magliana, quella che nel 1955 è e sarà considerata ancora per molto tempo la periferia estrema di Roma, e sceglierà di insegnare ai ragazzi della Magliana, con tutte le frustrazioni, i dubbi, le difficoltà che ciò comporterà. Sa perfettamente che, su settanta alunni, uno solo ha letto Pinocchio, sa che i libri a scuola non esistono, sa che non fanno parte dell’orizzonte dei ragazzi, eppure non si stanca di osservarli, di cercare di capire cosa gli succede, di stare dalla loro parte. Tuttavia, è anche consapevole del fatto che i ragazzi sanno essere crudeli, come quella volta in cui gli rimproverano di essere «troppo di sinistra» per via di «tutti quei brani che ci ha fatto leggere sul razzismo» di Vanessa Roghi: «Sappiamo per certo, leggendo le pagine del suo diario che a scuola Onofri porterà sempre tutto se stesso».

E, con se stesso, il suo sguardo compassionevole – nell’accezione etimologica del termine – che gli consente di individuare subito i chiaroscuri degli studenti, uno sguardo che diventa impietoso quando guarda i colleghi: «Quelli che io, con questi studenti qua, posso concedere al massimo un cinque. Quelli che ma questi sono bestie, cosa gli vuoi dare? Quelli che la scuola sarebbe così bella se solo non ci fossero i ragazzi». Chiunque abbia frequentato . E allora si dice: «I ragazzi sono ragazzi, e va bene, però pure le cazzate sono cazzate. Allora mi tocca spiegare che essere antirazzisti non è né di destra né di sinistra. È semplicemente da persone intelligenti. Aggiungo che non sempre c’è l’obbligo di dare spazio a due punti di vista opposti. Se affrontiamo il fenomeno dello stupro, per esempio, non è che mi potete accusare di essere comunista perché non invito a scuola uno stupratore».

La scuola è difficile, è complicato il rapporto con i ragazzi, con i genitori, con l’istituzione. Onofri non è immune da dubbi, è proprio questo atteggiamento critico a restituirci l’immagine più fedele della scuola, un quadro amaro, a tratti grottesco, malinconico ma sempre amatissimo, il solo mondo in cui l’autore vuole vivere anche quando i ragazzi che si trova di fronte sono difficili, provocatori, impermeabili all’unico terreno su cui si può costruire loro qualche certezza: la lingua. L’unica scarpa su misura in cui gli studenti possono camminare senza sentirsi imbranati.

«Caro Marco, cominciamo col dire le poche cose di cui siamo certi: primo, ci piacciamo, non c’è dubbio. Secondo, non andiamo d’accordo per niente. Terzo: tu ti fidi di me, io di te neanche un po’. Ci piacciamo, lo sappiamo tutti e due. Io sono uno dei pochi professori che ti hanno trattato da uomo. Gli altri sono spesso andati avanti a forza di note disciplinari, rimproveri e sospensioni. Non hanno sopportato la tua apatia, si sono lasciati spaventare dalla tua arroganza».

Tutti gli insegnanti hanno avuto uno studente così: c’è chi ha reagito sbraitando, minacciando, bocciando, chi ha tentato di capire. Nessuno è meglio di nessuno, scrive Onofri, ma una cosa è certa: la scuola sono i ragazzi, senza di loro gli insegnanti non esisteremmo, e qualsiasi professore a scuola impara più di quanto insegni. E più gli studenti sono problematici, più deve esistere, qualcuno che si ( pre) occupi di loro. «A professo’, mannaggia, ma che j’è annato a di’ a mi’ padre? Mo’ quello chissà che se crede!».

Leggere Registro di classe non significa essere confortati, né consolati. Non vi aspettate la pacca sulla spalla, non pensate di potervi abbandonare alle lacrime come ad un atto catartico, ché tanto va a finire tutto bene. Non cercate ammiccamenti, né battute facili, né commozione da due soldi. Sandro Onofri, scrittore, giornalista, poeta, avrebbe potuto scrivere un libro furbo, invece ha scritto un libro vero, senza sconti: né – in primo luogo – a se stesso, né agli altri. Sapeva che la scuola era imperfetta, ma voleva starci dentro, era da lì che voleva combattere la sua battaglia contro l’indifferenza e l’abbandono degli adolescenti.

È morto a quarantaquattro anni, per una malattia feroce e fulminante. Al funerale, celebrato nella chiesa di San Gregorio Magno, nel cuore della Magliana, i suoi studenti hanno letto, con voce incrinata, pagine strappate dai quaderni. La frase più pronunciata tra le lacrime, da quei ragazzi che “tanto sono bestie” è stata «Grazie, professore!».

 

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