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Minaccia la madre della vittima, ora il giudice è linciato sui social

Bonafede pronto all'ispezione su Calabria, che in corte d'appello a Roma ha paventato denunce ai familiari del giovane ucciso nel 2015
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Alla fine il caso degli attacchi ai giudici si rovescia nel suo opposto. Da allarme per la magistratura, e per l’incolumità di chi opera nelle aule di tribunale, a sgradevolissimo eccesso verbale di un singolo magistrato. È questo il paradosso estremo dell’episodio verificatosi due giorni fa in Corte d’appello a Roma, e che ha visto protagonista in negativo il presidente di sezione Andrea Calabria, chiamato a pronunciarsi sul caso di Marco Vannini, il giovane ucciso nel 2015 da una pistolettata del suocero e dal ritardo dello stesso nel soccorrerlo.

Il giudice Calabria ha prefigurato alla madre della vittima il rischio di un «giro a Perugia». Voleva intendere che se avesse continuato a urlare «vergogna» ( di fronte alla lettura della sentenza che ha ridotto da 14 a 5 anni la condanna per il suocero di Vannini, Antonio Ciontoli) l’avrebbe denunciata per oltraggio alla Corte. In base all’articolo 11 del codice di procedura penale, sono di competenza dei magistrati di Perugia non solo i reati “commessi da” ma anche quelli “contro” i colleghi della Capitale. Ecco il senso del riferimento, altrimenti incomprensibile, al capoluogo umbro. Alfonso Bonafede ha avviato accertamenti preliminari.

A breve potrebbe decidere di mandare gli ispettori in Corte d’appello a Roma. E incontrerà la madre di Marco Vannini, Marina Conte. D’altra parte la storia è il punto di caduta peggiore di una lunga sequenza in cui i giudici che leggevano pronunce sgradite, perché ritenute troppo lievi o anche troppo pesanti, venivano attaccati duramente dal pubblico in aula. Stavolta è il magistrato ad aver usato toni gravi nei confronti di una madre disperata. Ma ora contro di lui è partito anche il solito linciaggio social, con richiami ad altre, precedenti sentenze ritenute troppo lievi. Il tutto naturalmente con il tipico insistere sulle generalità del giudice, quasi a voler incoraggiare vendette personali nei suoi confronti. È un corto circuito che nessuno riesce più a fermare e che merita attenzione quanto le parole fuori luogo di un magistrato.

 

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