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L’Aminta rock n’roll di Antonio Latella, un esperimento riuscito a metà

Il regista campano mette in scena il poema di Torquato Tasso come un concerto. E trasforma la platea nella sala prove di una voluta "non regia"
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Uno spettacolo non riuscito non è il fallimento di un singolo. Non prendiamocela solo con Antonio Latella se l’Aminta di Torquato Tasso, da lui diretto e in giro per l’Italia in questi giorni, è uno “spettacolo” non felice – “brutto” la critica non lo dice più –, che potrebbe portare agli insonni tanti benefici, salvo poi svegliarli sul più bello con indimenticabili momenti di strilli e di chiasso. Di queste operazioni grandiose – peraltro piuttosto acclamate da giornaloni e giornaletti – siamo tutti responsabili.

La prima responsabile è, ovviamente, la critica teatrale. Piccola parentesi. Esiste ancora la critica, sebbene troppo spesso non prenda posizione, descriva senza carpire, con inconsapevolezza, oppure esalti senza spiegare, o ancora si impegni in un esercizio di cattiveria gratuita, facendo peggio che se non esistesse: non costruisce nulla, non aiuta gli artisti nel loro percorso di crescita. Sono responsabili, in parte, gli operatori culturali e i direttori artistici, nel migliore dei casi poco scrupolosi nel verificare se davvero ai significanti – i “nomi” – corrispondano proposte significative, poco curiosi e poco desiderosi di trovare un bagliore nuovo. Gli attori sono responsabili, per quel che gli compete sulla scena, per l’incapacità di essere al bisogno anche “obiettori di coscienza”, e il pubblico è così silente, ossequioso, spesso superficiale, stocasticamente plaudente, però anche pronto a far perdere le sue tracce senza attivare nessuna dialettica.

Con una scelta diversa da quella ronconiana del 1994, Antonio Latella ha costruito così il suo “spettacolo”: quattro attori e quattro microfoni ad asta chiusi dentro un binario su cui si muove un proiettore acceso. Mise en espace più che messa in scena, come un concerto d’Opera.

Un’ottima idea – non la scoperta del secolo, intendiamoci, basti farsi un giro anche solo sugli scritti teatrali di Pasolini –, ma chiamiamo le cose con il loro nome, mise en espace appunto, senza vuote elucubrazioni sul potere della parola che solo così emerge, che addirittura costruisce la regia: «È il verso che si fa dardo e la parola si fa esperimento, stimolando una trasparenza della regia. Vorrei provare ad essere fuori dal gioco, non stabilire regole, ma seguire regole che non vengono decise da me, ma da chi ha scritto», sostiene Latella. Qui, però, non è la parola che si fa esperimento, è l’edificio teatrale, con dentro il suo pubblico, che si fa sala prove di un esperimento di non- regia. È lecito? Sì e no. Certo il teatro non è il mercato, in cui un prodotto prima di finire sugli scaffali deve essere testato.

Per fortuna uno spettacolo, anche il più classico, è un’esperienza diversa a ogni replica. “Esperienza”, però, non “esperimento”. L’esperimento è ammissibile nel proprio laboratorio o, a un livello alto, in un festival, non dentro la stagione. Nella stagione il pubblico ha il diritto di vivere un’esperienza. Altrimenti i registi faranno il deserto e lo chiameranno “platea di ricerca”.

Occorre dirlo: l’Aminta di Antonio Latella è un susseguirsi di rappresentazioni della parola affidate esclusivamente agli attori, ai loro pregi e ai loro limiti; “trasparenza della regia” non può essere inconsistenza. Qualche simbolismo registico, aggiunto disorganicamente qua e là, non cambia la situazione, piuttosto la confonde. La parola di Tasso, questa forma lontana, arriva al pubblico quando l’attore riesce a comunicarla, altrimenti resta lì sul palco, impoverita, mortale.

«L’arte del microfono è un’arte difficile», diceva Carmelo Bene nelle sue riflessioni sulla phonè, nelle sue ponderazioni su pensiero e rappresentazione. A nulla giova gareggiare nello strillare i versi, faticosamente imparati a memoria. A nulla giova – miserere – mettersi a fare un poco di chiasso “strano” con Rid of me di P J Harvey e Vitamin C dei Can, scelta che – al contrario di un mirabile madrigale di Claudio Monteverdi – non approfondisce quella natura letterario- musical- teatrale della pastorale di cui parla il critico Ferdinando Taviani in un bellissimo articolo su Aminta, Teatro di voci in tempi bui.

La dimostrazione che l’esperimento a lungo non ha funzionato è sotto gli occhi di tutti. Lo spettatore che ha resistito fino alla fine dello “spettacolo” riceve il dono di un monologo di Venere, il controverso epilogo Amor fuggitivo interpretato da Michelangelo Dalisi con una grazia che incanta, e lì, finalmente, capisce davvero la “parola”, quella sì “potente” e non “impotente”, “affascinante” e non “respingente”, del Tasso. Solo a quel punto l’esperimento diventa esperienza, significativa anche sul piano filologico, l’italiano del 1573 diventa non attuale – basta con questo mito antistorico dell’attualità – bensì presente, e cioè vivente.

“Il controverso epilogo dell’Aminta del Tasso”, questo era lo spettacolo. Il resto è una cosa privata, non ci riguarda.

 

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