Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Le Br: «Le spie si uccidono». Così giustiziarono Rossa e il Pci gli dichiarò guerra

Il commando avrebbe dovuto gambizzarlo, ma qualcuno decise in modo diverso. la sua morte segnò la fine della zona grigia tra terroristi e una fetta di militanti comunisti
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Chissà se è vero, come alcuni ritengono, che il tramonto delle Brigate rosse iniziò quarant’anni fa esatti, il 24 gennaio 1979 a Genova? Chissà se davvero a decidere la sorte della principale organizzazione armata italiana furono quei cinque colpi sparati contro il sindacalista della Cgil, Guido Rossa? Probabilmente non è così. Quasi certamente la parabola del gruppo che firmava documenti e attentati con la stella a cinque punte sarebbe stata identica. Ma quel giorno costituì lo stesso una cesura, una di quelle vicende rispetto alle quali si deve parlare di un ‘ prima’ e di un ‘ dopo’.

Il ‘ prima’ viene generalmente sottaciuto, parlarne appare sconveniente, merita tutt’al più qualche fugace accenno. Il ‘ prima’ sono i lunghi anni nei quali gli operai guardavano alle Br, se non con consenso, neppure come a dei nemici. Nelle grandi fabbriche molti sapevano o sospettavano chi fossero i brigatisti. Nessuno li denunciava. E quando uccisero a Torino il giornalista della Stampa Carlo Casalegno, il 29 novembre 1977, lo sciopero fallì. Giampaolo Pansa fu il solo ad avere il coraggio di scrivere apertamente che nei confronti del giornalista ucciso gli operai della Fiat non provavano alcuna solidarietà. Negli anni del conflitto duro in fabbrica, Casalegno era un giornalista del giornale padronale e le Br erano un’organizzazione operaia. Non amici magari, però neppure nemici. Le cose cambiarono solo in parte con il trauma del sequestro Moro, anche se probabilmente data proprio da quei tragici 55 giorni la prima vera e profonda dissociazione operaia dal ‘ partito armato’.

Con l’omicidio di Guido Rossa le Br varcarono una soglia. Per la prima volta la vittima era un operaio, un sindacalista della Cgil, un iscritto al Partito comunista. Da quel momento i brigatisti diventarono nemici anche per molti che, sino a quel momento, avevano mantenuto nell’intimo una sorta di inconfessata equidistanza e a volte di tacita complicità.

Anche Guido Rossa aveva varcato una soglia. Aveva denunciato un brigatista, o più precisamente un simpatizzante, un pesce piccolissimo: Francesco Berardi, 50 anni, cinque più di Rossa. Era un ‘ postino’, incaricato di far ritrovare volantini nella fabbrica in cui lavoravano sia lui che Guido Rossa, l’Italsider. L’ordine del partito era ‘ vigilare’. Bisognava individuare i brigatisti, denunciarli, mobilitare contro di loro non solo le forze dell’ordine ma anche la classe operaia. Rossa, che non era un semplice operaio con la tessera del partito in tasca ma un militante convinto e motivato, lo fece sul serio. Individuò Berardi come principale sospettato di essere il ‘ postino’ che depositava periodicamente i volantini con la stella brigatista in calce vicino alla macchinetta del caffè. Con altri due delegati nel consiglio di fabbrica forzò il suo armadietto scoprendo effettivamente documenti e volantini brigatisti. A conferma di quanto sfumato fosse ancora il giudizio degli operai sulle Br, però, gli altri due delegati rifiutarono di denunciare Berardi. Lo fece solo Guido Rossa, il 25 ottobre 1978. Appena sei giorni dopo Berardi veniva condannato a 4 anni di reclusione. Per le Br il ‘ discorso delle armi’ non era una vuota formula. Non si limitavano a mettere le armi al servizio della politica, come quasi tutte le altre organizzazioni armate nella storia e nel mondo. Consideravano l’uso delle armi un gesto politico in sé, dunque meritevole di ampie discussioni politiche sul chi colpire e con quale impatto letale. E’ probabile che gli stessi Br si rendessero conto di trovarsi di fronte a un Rubicone, varcato il quale nel rapporto con la classe operaia, l’unica che davvero considerassero importante, tutto sarebbe cambiato, per un verso o per l’altro. Considerarono l’ipotesi della ‘ gogna’, cioè di far ritrovare Rossa incatenato ai cancelli della fabbrica come avevano fatto agli albori, nei primi anni ‘ 70, alcune volte. Bocciarono il progetto come irrealizzabile ripiegarono su quella che era allora una sanguinaria pratica quotidiana: la gambizzazione.

La mattina del 24 gennaio 1979 un gruppo di fuoco aspettava Rossa sotto casa, quando l’operaio uscì alle 6.30 del mattino. A sparare fu Vincenzo Guagliardo, colpendo Rossa con quattro proiettili alle gambe. Doveva finire lì. Invece improvvisamente Riccardo Dura, anche lui operaio come la vittima e come Guagliardo, tornò indietro e sparò di nuovo, stavolta al cuore. «Le spie si uccidono» spiegò. Dura era un tipo tosto e rigido, Renato Curcio lo chiamava Pol Pot. Un simile colpo di testa, anche a costo di sfidare la rigida disciplina dell’organizzazione, era nelle sue corde. Il terzo componente del commando, quello alla guida dell’auto, Lorenzo Carpi è uno dei pochi brigatisti sfuggiti alla cattura e forse l’unico del quale si sono perse le tracce. Inevitabili le ipotesi fantasiose sul chi ne abbia facilitato la fuga, o chi lo abbia fatto scomparire e perché. La passione italiana per i misteri è invincibile.

La tragedia di Genova non finì quel giorno. Berardi si uccise in carcere qualche mese dopo, il 24 ottobre. «Non reggeva la detenzione», spiegò l’avvocato di Soccorso rosso Edoardo Arnaldi, tra gli ultimi ad aver incontrato il ‘ postino’ in carcere. Sei mesi dopo, il 19 aprile 1980, si tolse la vita anche lui, denunciato come brigatista per sentito dire dal primo grande pentito delle Br, Patrizio Peci. Lo stesso Peci indicò al generale Dalla Chiesa l’indirizzo nel quale avrebbe trovato ciò che restava della colonna genovese Br, lo stesso Dura, Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli, operai. L’appartamento in via Fracchia 12 era intestato a Annamaria Ludmann, segretaria e militante irregolare nelle Br. Quando i carabinieri di dalla Chiesa fecero irruzione nel ‘ covo’, nella notte del 28 marzo 1980, i quattro dormivano. Ancora oggi si parla di ‘ violento scontro a fuoco’. In realtà spararono solo i carabinieri. L’unico ferito tra le forze dell’ordine fu colto da un proiettile di rimbalzo. Riccardo Dura, stando alle conclusioni raggiunte due anni fa da un ricercatore, sulla base delle quali è stata aperta un’inchiesta, fu ucciso con un colpo di grazia. E’ un particolare. Tutti i giornalisti a cui, nei giorni seguenti e per pochi minuti, fu mostrato l’interno dell’appartamento dopo la strage capirono cosa era successo. Nessuno disse niente e Giorgio Bocca ammise, decenni più tardi, la scelta di tacere.

La scomparsa di Carpi e la ‘ scoperta’ dell’uccisione a freddo di Dura, sommate con il fatto che nel giardino di via Fracchia i brigatisti seppellivano i loro documenti, incluso il memoriale Moro, ha innescato l’abituale ridda di ipotesi surreali. Il cui unico risultato è nascondere la verità sulla morte di Guido Rossa: la guerra civile a sinistra che è uno degli aspetti più eminenti e meno discussi nel chiacchiericcio generale sugli anni ‘ 70.

 

Ultime News

Articoli Correlati