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La Signora dell’Inferno che offrì ai suoi ospiti la mattanza di 165 ebrei

La storia dimenticata della baronessa nazionalsocialista Margit Thyssen Bornemisza Batthany
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di GUSTAVO OTTOLENGHI

Estratto da un lungo articolo pubblicato sul periodico torinese “L’Incontro”, diretto dall’avvocato Bruno Segre.

Nel corso della Seconda Guerra mondiale i crimini peggiori compiuti dai nazisti sono stati indubbiamente quelli realizzati nei vari Konzentrationslager ( Campi di concentramento) e soprattutto nei sei Vernightungslager ( Campi di sterminio) di Auschwitz- Birkenau, Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Majdanek. Ma altri, forse meno noti ma non meno esecrandi, sono stati impiantati, tra il 1941 e il 1943, nelle zone di guerra in Europa dalle truppe della Wehrmacht, della Sicherheitspolizei ( polizia di sicurezza), della Sicherheitsdienst ( servizio di sicurezza) e specialmente delle Einsatzsgruppen ( unità operative speciali) delle SS: in particolare la loro ferocia si espletò nel “Reichskommissariat Ostland”, comprendente Estonia, Lituania, Lettonia e Bielorussia, in Ucraina e in Polonia.

Ma non furono soltanto militari a compiere stragi nefande su popolazioni inermi: anche i civili – e nel territorio stesso del Reich – si verificarono massacri: se le prime potevano rientrare in pur orrendi contesti di guerra guerreggiata, i secondi furono del tutto gratuiti, senza alcuna altra motivazione se non l’abiezione di chi li perpetrò, mossi dalla farneticante volontà di Hitler di distruggere tutti gli ebrei dell’Europa. In questo clima si compì su un gruppo di ebrei uno dei più abominevoli e assurdi massacri nazisti, degno di una tragedia greca, nel 1945, in Austria, nel Castello di Reichnitz, ad opera della locale aristocrazia civile.

Reichnitz ( Rohoc sino al 1910) è un piccolo Comune ( oggi circa 3.200 abitanti) situato in Austria, al confine con l’Ungheria, incluso nel Distretto di Oberwart, nel Burgenland. Sino al 1945 era sovrastato da un Castello ( andato in fiamme in quell’anno), che faceva parte di una vasta tenuta comprendente anche un parco, una stalla e un casone adibito a fienile situato a Kreuzstadel, sobborgo a poca distanza dal Castello. La tenuta era stata acquistata nel 1910 da Heinrich Thyssen, magnate della storica industria tedesca dell’acciaio, che nel 1906, aveva sposato la baronessa ungherese Margaretha Bornemisza de Kàzon, occasione in cui il suocero ( privo di discendenza maschile) lo aveva adottato consentendogli così di acquistare la cittadinanza ungherese e il diritto ( concessogli contestualmente dall’Imperatore Francesco Giuseppe) di portare il nome e il titolo baronale dei Bornemisza de Kàzon, che Heinrich da allora aggiunse al suo cognome Thyssen, trasmettendolo ai suoi eredi.

Fervente nazionalsocialista, aveva sostenuto l’ascesa al potere di Hitler e fornì costantemente al Reich acciaio, carbone e finanziamenti tramite la August Thyssen Bank di Berlino ( fondata da suo padre) ottenendone in cambio protezione politica e sociale da parte del Partito nazista. Nel 1938 il barone Heinrich donò il Castello e la tenuta di Reichnitz alla figlia primogenita Margit come regalo per le sue nozze con il conte ungherese Ivan Batthyany, il cui cognome entrò a sua volta nel patronimico di quel ramo dei Thyssen. All’inizio della Seconda guerra mondiale Heinrich Thyssen si ritirò in Svizzera, ove acquistò a Lugano la villa “La Favorita” ( che avrà la sua importanza nel prosieguo di questa storia) e lasciò la direzione della sua industria al figlio Hans. Il Castello di Reichnitz divenne la residenza abituale della figlia, baronessa Margit Thyssen Bornemisza Batthyany, che ne fece il centro dell’attività mondana di tutta la “élite” sociale, economica, politica e militare del Distretto.

Altezzosa, algida, superba, Margit incarnava la perfetta “Reichfuehrin” ( Dama del Reich) e, grazie alla sua ricchezza familiare, occupava il tempo in inviti, ricevimenti, pranzi, balli, giochi, partite di caccia, sedute spiritiche ed esoteriche, nel corso delle quali correva voce venisse an- che fatto uso di stupefacenti e terminassero talora in manifestazioni orgiastiche truculente: questa parte del suo “modus vivendi” le aveva fatto guadagnare nei circoli di Oberwart, l’appellativo di “Signora dell’Inferno”.

In questo clima, la sera del 23 marzo 1945, la baronessa diede una delle sue ultime feste in onore del distaccamento delle SS di stanza nella cittadina, alla quale furono invitati una quarantina di eminenti persone, fra le quali l’SS Orstgruppenleiter ( responsabile politico del paese) Franz Podezin, il membro della locale Gestapo Joachim Oldenburg, il fiduciario locale del Partito nazista Josef Muralter, l’imprenditore Franz Ostermann, gli esponenti del Partito nazista Ludwig Groll, Stephan Neigelbeck, Eduard Nieka, Karl Muhr, la responsabile locale della N. S. D. M. ( Lega delle ragazze tedesche del Partito nazista) Hildegard Stadler, e due giovani della Hitlerjugend ( Organizzazione nazista dei giovani dai 15 ai 18 anni; quelli dai 10 ai 15 anni facevano parte della National Socialistische Deutsches Jungvolk).

Mentre fervevano i giochi e le danze e lo champagne e gli alcoolici avevano ormai obnubilato ed eccitato quasi tutti i presenti, verso la mezzanotte l’Orstgruppenleiter ricevette una telefonata dall’ufficio politico- militare di Oberwart con al quale gli veniva comunicato che, alla stazione di Reichnitz, era giunto un contingente di ebrei provenienti dall’Ungheria ( ove erano stati impiegati alla costruzione del gigantesco “Südostwall”, Vallo sudorientale, contro l’Armata rossa) che doveva essere immediatamente eliminato in quanto tutti affetti da febbre petecchiale: il parco del Castello di Reichnitz era stato scelto in quanto luogo più adatto alla loro eliminazione poiché appartato e sicuro ( il Castello era già stato ritenuto e sfruttato come tale dal Comando distrettuale delle SS di Oberwart nel 1941, quando l’aveva requisito e, dopo averne concesso l’uso di gran parte alla baronessa, dall’inizio del 1944 aveva trasformato le sue cantine in saltuaria prigione per gruppi di ebrei destinati alla deportazione). Podezin pensò che poteva sfruttare quell’occasione per fornire ai convitati un eccezionale, fantastico diversivo alla serata e comunicò a tutti che, chi voleva, avrebbe potuto coronare la festa “uccidendo qualche sporco ebreo”.

Alcuni fra i presenti, fra i quali Oldenburg, Ostermann, Muhr, Muralter, si dimostrarono subito entusiasti della proposta e ansiosi di mettere in atto il programma prospettato: Ostermann ordinò telefonicamente a uno dei suoi autocarri presente di recarsi alla stazione di Reichnitz, prelevare gli ebrei che vi si trovavano e portarli vicino al fienile di Kreuzstadel nel parco del Castello; e Muhr andò a prelevare pistole, rivoltelle, fucili e munizioni nella armeria delle SS situata nelle cantine del Castello e le distribuì ai volenterosi “giustizieri”.

Fra la mezzanotte e le due l’autocarro di Ostermann compì sette volte il tragitto tra la stazione e il parco portando, sotto la scorta di quattro membri delle SS locali, 20 o 30 ebrei per volta per un totale di 180 persone che, giunte al fienile, venivano fatte spogliare e costrette a scavare alcune fosse, nelle quali sarebbero poi cadute dopo la loro stessa uccisione. Frattanto sul luogo erano giunti, con tre autovetture, anche i “giustizieri” che cominciarono a sparare alla nuca degli ebrei man mano che arrivavano, complimentandosi per i rispettivi centri e facendoli cadere nelle fosse: la mattanza, nella quale si distinsero per numero di uccisi soprattutto Podezin, Oldenburg e Muralter, si concluse alle tre del mattino seguente con la morte di 165 ebrei. Tutti i “giustizieri” tornarono al Castello ove ripresero le libagioni, vantandosi nel racconto di quanto compiuto.

Non tutti gli ebrei portati al fienile vennero uccisi in quell’occasione: 15 furono risparmiati perché potessero ricoprire le fosse cancellando così le prove del massacro, ma vennero a loro volta uccisi la sera dopo da Podezin e Oldenburg nel campo del vicino mattatoio di Hinternpillenacker e ivi sepolti. Nulla trapelò all’esterno di quanto accaduto la notte.

Le truppe russe del maresciallo Malinovskij giunsero a Reichnitz dopo pochi giorni ( il 30 marzo) e nella stessa notte il Castello prese fuoco, pare ad opera degli stessi russi nel corso della battaglia o bruciato dai tedeschi al momento della fuga, avvenuta in massa il giorno successivo al massacro, insieme a tutti gli ospiti del Castello.

Alla fine della guerra solo una decina fra i responsabili fu catturata e processata: i più coinvolti riuscirono a fuggire, Podezin nella Repubblica sudafricana e Oldenburg in Argentina, dopo esser stati ospitati per oltre un anno in Svizzera, nella villa “La Favorita” ove si era ritirata la baronessa Margit che pare ( secondo il giornalista inglese David R. L. Lichfield – 2007) avesse avuto a suo tempo una relazione con entrambi e ne avesse pertanto agevolato la fuga. Ostermann riuscì a far perdere le sue tracce; Muhr fu trovato morto nel 1946 ucciso da un misterioso colpo di fucile al capo ( sul fatto non furono espletate indagini). Degli altri, solo 5 furono rintracciati e processati a Oberwart il 15/ 7/ 1948 dal Tribunale del popolo locale. Le sedute processuali si svolsero in un clima estremamente confuso e difficile, soprattutto per la mancanza di testimoni e di prove a carico degli imputati: l’unico ebreo sopravvissuto al massacro ( si era finto morto durante la sparatoria), Nikolaus Weiss, era infatti morto in un sospetto incidente d’auto nel 1946. In queste condizioni, pur a fronte del rinvenimento, nel parco del Castello di Reichnitz, ad opera dei soldati russi, di 21 fosse comuni contenenti ciascuna 8/ 10 cadaveri, le pene comminate dal tribunale furono assai miti: Ludwig Groll fu condannato a 8 anni di reclsuione ( dei quali 3 poi condonati); Jodef Muralter a 5 anni e Eduard Nieka a 3 anni; Stephan Beigelbeck e Hildegard Stadler furono assolti, mentre la baronessa “signora dell’inferno” non venne né incriminata né processata in quanto ritenuta “estranea a i fatti”. Dopo essersi rifugiata in Svizzera, vi restò sino alla fine dei suoi giorni ( settembre 1989) non senza aver fatto, nel 1988, una fugace puntata nei campi di Reichnitz per una partita di caccia.

Oggi a Reichnitz, a ricordo della strage, esiste un semplice monumento eretto accanto ai ruderi del Castello sui quali è stata posta una lapide con la data 24/ 3/ 1945. Questa viene commemorata ogni anno a Rechnitz nel mese di marzo ad opera della organizzazione austriaca RE. F. U. G. I. U. S. ( fondazione che, dal 1991, si occupa di mantenere vivo il ricordo dei martiri del nazismo e di assistere i superstiti) presso il fienile di Kreusstadt, di cui restano solo i muri perimetrali.

L’incredibile, tremenda storia del Castello è stata rivissuta nell’opera teatrale Der Wurgeengel (“L’angelo sterminatore”) di Elfriede Jelinek ( 2008); nel film documentario Totschweigen (“Tacere sino alla morte”) di Margaretha Heinrich e Eduard Eme ( 1994); e nei libri Il massacro di Reichnitz ( 2001) di Eva Kopfer e Le bestie di Reichnitz ( 2016) di Sacha Batthyany, giornalista e nipote della baronessa Margit.

 

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