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Strage di Bologna, il figlio smentisce il pentito. E adesso? Incriminiamolo…

Sotto accusa adesso è Gilberto Cavallini. Esclusi tutti gli indizi che potrebbero scagionare i fascisti
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Da mesi, nel silenzio dei media e nel disinteresse generale, è in corso a Bologna l’ennesimo processo per la strage alla stazione del 2 agosto 1980. L’imputato è Gilberto Cavallini, oggi di 67 anni, 28 all’epoca della strage. Cavallini era un militante dei Nar in un certo senso anomalo. Aveva qualche anno in più dei giovanissimi militanti dei primi Nar, i fratelli Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi. Veniva da Milano, mentre il nucleo dei Nar era formato di fatto da un gruppo di giovani neofascisti per lo più amici e quasi tutti di Roma- Monteverde. Cavallini, in carcere per l’assassinio a Milano dello studente di sinistra Gaetano Amoroso, a Milano nel 1976, era evaso, latitante aveva raggiunto Roma e si era aggregato al gruppo dei primi Nar. La differenza fondamentale è nei legami che, a differenza dei romani, manteneva con il vecchio fascismo veneto di Ordine nuovo, col quale i romani non avevano invece alcun rapporto. Il processo in sé, come quasi tutto quello che riguarda la strage di Bologna, ha aspetti paradossali. Cavallini infatti è già stato processato e condannato per lo stesso reato ma con altra imputazione, banda armata. Nel 2017 è stato rinviato a giudizio anche per concorso in strage. Tra le altre cose a Cavallini è stato ed è contestato l’aver fornito a Valerio Fioravanti e Francesca Cavallini documenti falsi. Un capo d’accusa bizzarro in sé, dal momento che il supertestimone sul quale si basò di fatto la condanna dei due raccontava appunto di avergli procurato quei documenti falsi. Di fatto il processo a Cavallini si è rapidamente trasformato in un carrozzone nel quale è entrato di tutto: l’omicidio di Valerio Verbano, avvenuto sei mesi prima della strage, quello di Piersanti Mattarella, 7 mesi antecedente la strage, i nessi eventuali con le stragi dei primi anni ‘ 70. In compenso la corte ha deciso di non occuparsi della pista palestinese. Il presidente Michele Leoni ha respinto la richiesta di audizione di Carlos, al secolo Ilich Ramirez Sanchez, uno dei più noti terroristi internazionali degli anni ‘ 70. Carlos, una quindicina di anni fa, aveva a sorpresa dichiarato che alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, era presente un militante vicino alla sua organizzazione, il tedesco Thomas Kram, membro delle Rz. Dal momento che Kram alla stazione c’era davvero non si capisce perché in un processo a spettro così ampio rifiutare di ascoltarlo e la giustificazione ufficiale, la “reticenza” di Carlos, non aiuta. In realtà si tratta di una scelta precisa: quella di escludere ogni segnale che non porti verso il neofascismo di quei tempi. La mole di elementi, che non è affatto probante ma neppure trascurabile a priori, emersi in questi anni, viene infatti liquidata derubricando il lodo Moro a “diceria”. Nonostante il medesimo lodo, che sarebbe secondo i sostenitori della pista palestinese all’origine della strage, sia invece stato ammesso ormai da una ressa di fonti, sia italiane che palestinesi.

In realtà, a esaminare nei particolari le udienze, alcuni elementi nel processo sono emersi: in senso opposto alla condanna dei Nar. Uno degli elementi sui quali si basava l’accusa era infatti l’omicidio del neofascista siciliano Francesco Mangiameli a opera di Fioravanti e Giorgio Vale (altro militante dei Nar poi ucciso) un mese dopo la strage. Secondo i giudici di Bologna quell’omicidio era conseguenza della strage: i Nar volevano mettere a tacere un testimone. Nella panoplia di assurdità e contraddizioni che costella i processi per la strage del 2 agosto, nel processo per quell’omicidio, svoltosi a Roma e non a Bologna, il delitto viene spiegato con motivazioni opposte a quelle messe nero su bianco nelle motivazioni della sentenza bolognese. L’esecuzione sarebbe stata decisa per motivi che avevano a che vedere solo con il progetto di far evadere Pierluigi Concutelli e in particolare al ‘ furto’ dei fondi messi a disposizione dai Nar per quell’impresa a opera di Mangiameli. La moglie del siciliano, che all’epoca dell’omicidio era uno dei leader di Terza posizione, ha confermato in aula che i dissapori tra il marito e la coppia dei Nar era questione di soldi. Allo stesso modo, è stata dimostrata l’evanescenza delle due supertestimoni citate nel libro ‘ colpevolista’ di Riccardo Bocca Tutta un’altra strage. Ma è inutile sperare che queste contraddizioni abbiano qualsiasi peso in un processo come questo. Il cui clima è illustrato come meglio non si potrebbe dall’ ‘ incidente’ che rischia di costare a Stefano Sparti, figlio del pentito di cui sopra, il rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Stefano Sparti, che all’epoca aveva 11 anni, aveva dichiarato, come a suo tempo la madre, la nonna e la Colf, che il 4 agosto suo padre non poteva aver incontrato a Roma Fioravanti e Mambro per i documenti falsi dal momento che si trovava a Cura di Vetralla. Più tardi Stefano Sparti ha anche raccontato che il padre, sul letto di morte, gli aveva confessato di aver mentito ‘ perché non potevo fare altro’.

Nell’interrogatorio, Sparti ha parlato di una visita di Cristiano Fioravanti, appena uscito di prigione, nella casa di Cura di Vetralla dicendosi sicuro che si trattasse del 2 agosto. In realtà la visita di Cristiano Fioravanti avvenne il 3 agosto e la confusione dell’allora undicenne Stefano Sparti dipende dal fatto che il suo ricordo si basa sui servizi televisivi dedicati alla strage, che in realtà proseguirono per giorni e comunque l’equivoco non incide neppure superficialmente sugli aspetti rilevanti della sua testimonianza. Ciò nonostante è stato iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza, come non accadde, nei processi contro Fioravanti e Mambro per il falsario De Vecchi, che materialmente aveva costruito, secondo Sparti, i falsi documenti. Per anni De Vecchi aveva sostenuto che nessuno dei due documenti era per una donna. Quando cambiò versione e disse che uno dei due documenti era per la Mambro si giustificò così: «Mi era stato chiesto se erano per una donna, mica se erano per la Mambro». Erano i processi per la strage di Bologna, il punto più basso raggiunto dalla giustizia italiana. E ancora lo sono.

 

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