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Così il folle Mingus cambiò il destino del jazz

Il musicista americano è morto quarant'anni fa
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Quel cinque gennaio di quarant’anni fa, quando morì a Cuernavaca, cinquantasei balene si arenarono sulla spiaggia di Acapulco.

Lui aveva cinquantasei anni ed era Charles ( guai a chiamarlo Charlie) Mingus. Il “genio pazzo arrabbiato”, conosciuto anche come The Baron, per la sua sconfinata ammirazione per “il Duca” Ellington.

Nato in Arizona nel millenovecentoventidue, ma cresciuto nei sobborghi di Watts a Los Angeles, oltre ad essere un eccellente contrabbassista è stato uno dei più grandi compositori del secolo scorso.

La musica di Mingus rappresenta il ponte tra le due più grandi rivoluzioni del jazz, ovvero quella del bop degli anni quaranta e quella del free degli anni sessanta, ma sempre con una vena caratteristica, ascrivibile solo al suo modo di vedere le cose e quindi anche la musica.

Una sorta di Frank Zappa del jazz ( anche se in realtà lui trovava riduttiva quest’etichetta e diceva sempre di essere stato costretto a fare jazz a causa del colore della sua pelle).

Mingus assimila tutto ciò che c’è stato prima di lui, lo rielabora alla sua maniera con notevoli intuizioni sul futuro del jazz, e proprio come Frank Zappa non farà mai scuola. Nessuno dei due ha eredi.

Chi lo ha conosciuto lo descriveva come un Dr. Jeckyll- Mr. Hyde capace di slanci di affetto e generosità fuori misura, ma anche di impeti distruttivi. Disadattato ai limiti della psicosi, infantile, vittimista, onesto come pochi, spesso ingiusto e ingrato, patologicamente incapace di controllarsi. Celebre è l’episodio che lo vide scagliare il contrabbasso addosso a un giornalista reo di avergli fatto una domanda non gradita.

Come ricorda il critico musicale Arrigo Polillo, Mingus era un uomo in cui la dolcezza, la gentilezza, il bisogno di amore, confinano e si alternavano come altrettante facce del medesimo prisma. Le ragioni di certe abnormità, di cui si dimostrò sempre consapevole, è facile ricondurle al suo essere troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri ( era figlio di un nero e di una nativa americana). Quando era un musicista già affermato si presentò volontariamente al Bellevue Hospital di New York ( l’ospedale psichiatrico in cui un’infinità di jazzisti tra cui Parker a Powell provarono a curare il loro mal di vivere).

Edmond Pollock lo psichiatra che lo ebbe in cura scrisse: «Le sofferenze sperimentate nell’infanzia e poi nell’età matura come uomo di colore sono state sicuramente sufficienti per indurre in lui uno stato di grande amarezza, odio, distorsioni e per farlo fuggire dalla realtà. Egli è dolorosamente conscio dei suoi sentimenti e vuole disperatamente guarire». D’altronde poche arti come il jazz hanno permesso a un manipolo di persone con così gravi problemi psichiatrici si scrivere pagine di storia così luminose.

A dar credito alla sua autobiografia ( Peggio di un bastardo) quando arrivò a New York si manteneva prima lavorando a un ufficio delle poste; quel lavoro gli piaceva e voleva farlo per tutta la vita, per fortuna un signore che rispondeva al nome di Charlie Parker lo convinse a dedicarsi alla musica, al jazz.

Per un certo periodo la sua fonte di reddito fu costituita da una coppia di donne che si prostituivano e che, sempre secondo lui ma girano anche altre versioni, ispirarono il titolo del celebre brano di Parker ( anche se Miles Davis ha sempre sostenuto di averla scritta lui quando a diciassette anni suonava con Bird) “Donna Lee”.

Ecco, in questo universo variegato che si snoda la carriera di Mingus, dapprima col trio di Red Norvo, l’orchestra di Lionel Hampton ( in cui si cimenta con le prime prove come arrangiatore) e poi come colonna del bop.

Fonda con Max Roach la Debut, una casa discografica con ambiziosi progetti ma che invece fallirà clamorosamente, con la quale riuscirà, tra le altre cose, a mettere su un quintetto con Parker, Gillespie, Powell e Roach la cui registrazione del concerto tenuto al festival di Newport del cinquantatré è considerata dalla critica come il canto del cigno del Bop. Nello stesso periodo incide decine di pezzi con altre etichette e si fa promotore di un gruppo di avanguardia che unisce musicisti bianchi e neri e sotto la supervisione del critico Bill Coss noto col nome ( ma ne ebbe anche altri) di Jazz Workshop con cui produce una musica coraggiosa ed eclettica forzando il linguaggio in diverse direzioni.

Questo periodo si può interpretare come quello della sua formazione in cui, tra le molte cose, prese a prestito dal mondo del bop o del cool jazz si inizia a incontrare quella polifonia aggressiva che lascia intravedere l’avvento del free e che si sarebbe poi ritrovata infinite volte nella sua produzione matura e di cui un esempio lampante potrebbe essere al versione di A foggy day di Gershwin in cui stravolge quel romantico brano, costruendo un affresco musicale della vita caotica delle metropoli con i clacson delle macchine, il rumore del traffico e i fischietti dei bobby.

Grazie a questa esperienza si deve confrontare con i limiti della scrittura dei suoi arrangiamenti e negli anni successivi, per quanto fossero complesse le sue composizioni, furono sempre interpretate liberamente dai suoi interpreti.

Il suo modo di far musica è per certi versi assimilabile a quello di Ellington anche se diversamente, Mingus lascia più libertà ai suoi musicisti senza però farsene condizionare più di tanto. Per questo motivo i suoi gruppi non soffrirono mai troppo, escludendo la dolorosa prematura scomparsa di Eric Dolphy ( il geniale polistrumentista e compositore amico dai tempi di Los Angeles) che lo getterà nello sconforto più nero, la perdita di determinati solisti. In quello che viene accreditato come il suo primo disco maturo e di conseguenza il suo prima capolavoro di una lunga serie, Pitecantropus erectus, celebra nel suo particolarissimo modo l’evoluzione e il declino della specie umana vittima della sua superbia e da quel disco in poi Original Fables of Faubus.

Poi ci furono gli anni sessanta, la collaborazione feconda con Eric Dolphy di cui il critico francese Philippe Carles inanella una serie di capolavori tra cui è difficile scegliere.

Personalmente ho sempre amato alla follia il disco Ah hum in cui spazia con maestria in tutti i linguaggi fino allora conosciuti, usando la sua band come una piccola tavolozza per dipingere una tela superba in cui scintillano nove brani di estrema bellezza e arrangiati con altrettanta eleganza.

Interessante, non perché più bello degli altri ma per la costruzione stessa dell’arrangiamento, il brano Boogie stop shuffle in cui arriva all’esposizione del tema solo dopo aver eseguito due chorus sui quali, di volta in volta, ci fa ascoltare un elemento nuovo dell’accompagnamento.

Oppure la meravigliosa Fables of Faubus in cui gli viene impedito dalla Columbia di cantare un testo che ridicolizzava il governatore segregazionista dell’ Arkansas, Orval Faubus.

Fabus era il promotore della famosa insubordinazione alla legge sull’integrazione razziale nelle scuole di Little Rock che costrinse il governo federale a mandare addirittura la Guardia nazionale per ristabilire l’ordine.

L’anno successivo nel disco da lui prodotto Charles Mingus presents Charles Mingus inserisce il brano della discordia: scriverà senza mezzi termini: «Poche storie, il free jazz fu inventato nel 1964 a Parigi da Mingus e Dolphy». Trionfi che si alternano a cadute rovinose dovute al suo carattere iracondo, alla difficoltà di relazionarsi con gli altri.

Dice di lui Berendt ( un critico tedesco). «Mingus può esprimere il suo odio verso la gente attraverso la musica e, se lo fa in modo così convincente, niente da dire. Ma quando il suo odio si esprime nel suo comportamento diventa penoso e imbarazzante».

E’ salito in cima al tetto del mondo, ma a un certo punto della sua carriera precipita rovinosamente e ha difficoltà anche a trovare una semplice serata in un locale a causa dellle piscosi e delle paranoie che assediano la sua mente.

Un curioso ma poco noto aneddoto vuole che Mingus abbia scritto e registrato in condizioni difficili ( lamentò che il regista Elio Petri non gli avesse fatto vedere neanche un’ immagine del film) la colonna per Todo Modo. Ma che alla fine Petri, consigliato da un giovane Renzo Arbore che non la giudicava «sconclusionata» ( sic) e poco adatta all’atmosfera del film, decise di affidare le musiche a Ennio Morricone.

Quella meravigliosa colonna sonora oggi la potete trovare agevolmente su Youtube e, ad ascoltarla, si capisce perché la definizione di musicista jazz per “il genio pazzo arrabbiato” Charles Mingus fosse un vestito davvero troppo stretto.

 

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