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Rassegnatevi, anche quella di Sfera Ebbasta è musica

Piaccia o non piaccia la Trap come il jazz, il rock e il punk ha creato un nuovo linguaggio che nasce dalla rivoluzione elettronica e digitale avvenuta alla fine degli anni 80
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Tra le tante, quelle che mi hanno colpito di più tra le polemiche di questi giorni sul triste evento di Corinaldo, sono state quelle in cui molti commentatori hanno cercato, pur (come spesso avviene nella società digitale) senza avere ancora la benché minima certezza di come si siano svolti i fatti, di trarre conclusioni e di addossare una qual certa responsabilità al cantante Gionata Boschetti, in arte Sfera Ebbasta.

Si sono distinti principalmente due filoni: il primo era costituito da coloro i quali imputavano al cantante la responsabilità di essere arrivato ben oltre l’orario annunciato, ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza col mondo degli eventi musicali dal vivo, sa che difficilmente chi sta su un palco si occupa della logistica degli eventi. A maggior ragione in questo caso dove Sfera Ebbasta si doveva esibire prima in un altro luogo.

Nella mia oramai abbastanza lunga esperienza, pur non avendo mai raggiunto livelli di fama paragonabili al Trapper di Sesto San Giovanni, ma anche in quella di tanti colleghi con cui ho avuto la fortuna e il piacere di collaborare, ho sempre apprezzato il fatto che quando si va a suonare fuori, se hai la ventura di non dover viaggiare con la macchina tua, è la possibilità di partire con cinque euro in tasca e tornare con gli stessi cinque euro.

I promoter si preoccupano di organizzare gli spostamenti, i pasti, i pernotti e a parte fare il concerto (al limite il sound check, ma nel caso di chi non usa strumenti per fare musica ritengo che sia inutile) non devi preoccuparti di niente. Quindi questa accusa è facile da smontare. Se mi è concesso, da musicista e non avendo precisa conoscenza dei fatti, posso ipotizzare che sia più verosimile che i gestori del locale abbiano anticipato l’annuncio dell’orario di inizio per staccare i biglietti di molti ammiratori che le cronache riportano essere giovanissimi.

Il secondo filone invece mi sembra più sfaccettato e interessante ed è ben rappresentato da coloro che imputano a Sfera Ebbasta una responsabilità sociale perché il cantante promuove nei suoi testi messaggi che non sono compatibili con i valori della  società civile. La cosa che sorprende è che gran parte di costoro siano poi magari sono ammiratori di artisti del calibro di Jim Morrison indagato perché al Dinner key di Miami davanti dodicimila persone, che tra l’altro era un posto che ne poteva contenere al massimo sette, pare si fosse masturbato (in realtà i fatti non furono mai chiariti), o di Sid Barret (il vero e a mio modesto parere, l’unico grande genio assai più di Roger Waters, dei Pink Floyd) la cui propensione al consumo di LSD lo ridusse quasi allo stato vegetale.

Sarebbe anche interessante indagare per quale motivo la trasgressione dei testi e dell’interpretazione della contemporaneità di Sfera Ebbasta possa essere maggiormente provocatoria di quella, che so, di “Heroine” di Lou Reed (“mi sento un uomo quando mi infilo un ago in vena”), “Cocaine” di Eric Clapton (“se il tuo coso è andato a terra e vuoi continuare a cavalcare, cocaina”), “Brown sugar” dei Rolling Stone (“Brown sugar, che buon sapore che hai”), ma anche alle bollicine contenute nella Coca Cola che celebrava Vasco.

Quando nelle discussioni reali o virtuali di questi giorni, mi sono permesso di farlo notare  la risposta che  ho ricevuto quasi all’unanimità rimarcava come la cifra stilistica di Sfera Ebbasta fosse infinitamente inferiore a quella di Reed, Clapton o degli Stones, “Neanche suona uno strumento”, come se la discriminante per fare arte con la musica potesse essere la conoscenza dell’armonia e la capacità pratica di suonare (bene?) uno strumento.

Se dovessero essere questi i criteri, Louis Armstrong probabilmente non sarebbe mai stato ammesso in un conservatorio. Inoltre possiamo affermare con certezza che Chuck Berry con i suoi riff, rappresenti sicuramente un involuzione del linguaggio rispetto ai blues di Charlie Parker, sia sul piano armonico che su quello del fraseggio. Ma in realtà è proprio quando un linguaggio ha concluso la sua parabola evolutiva e tende a implodere in se stesso che nasce da sotto un nuovo linguaggio più ingenuo e spontaneo che di solito si avvale di nuove tecnologie.

Quando Schoenberg esplorava la crisi dell’armonia, un manipolo di neri da New Orleans e da Chicago, con l’aiuto inconsapevole della possibilità di registrare le esecuzioni, gli piazzarono una bomba sotto il culo relegando lui e i suoi discepoli a un pubblico autoreferenziale. Parimenti quando il jazz abbandonò la sua funzione di musica da ballo negli anni ’30 e per compiacere la critica diventò sempre più criptico, con la complicità del veloce perfezionamento delle chitarre elettriche, nonché del formato del trentatré giri, ecco il rock con la sua primordiale e selvaggia carica di energia.

E quando anche il rock si specializza con l’avvento del progressive e di musicisti superlativi, arriva il punk. E così, quando alla fine degli anni ottanta la musica suonata ha più o meno sviscerato quasi la totalità delle sue possibilità espressive, ecco il digitale che ricrea quella magia primordiale che piaccia o meno e di cui la Trap è solo una parte a pieno titolo.

È bene ricordare a qualcuno di questi attempati cinquantenni che la musica che ascoltavamo noi che eravamo i giovani di ieri, con tutto il rispetto e l’ammirazione che nutro per gli Stones, Keith Richards conosce sicuramente meno bene la musica di altri chitarristi degli anni sessanta quali Wes Montgomery, Jim Hall e Joe Pass e che se non li avete mai sentiti nominare è solo perché erano apprezzati dai giovani dell’altro ieri.

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