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Maritati (Anm): «Vedrete, insieme con gli avvocati troveremo la soluzione»

«Sulle modifiche al processo penale, i rappresentanti degli avvocati e l'Anm hanno chiesto a Bonafede la stessa cosa: un tavolo tecnico»
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«Certo che ci sono distanze, è innegabile. Eppure sono persuaso che dal confronto tra magistratura, avvocatura e accademia verranno indicazioni unitarie e soprattutto efficaci per snellire il processo penale, in modo da rendere un servizio alla giustizia».

Alcide Maritati è segretario generale dell’Anm. Insieme con il presidente Francesco Minisci e gli altri componenti della giunta, martedì scorso ha incontrato il ministro Alfonso Bonafede. Un “bilaterale” parallelo a quelli che il guardasigilli ha voluto con l’avvocatura ( prima con l’Ocf e poi, in un unico incontro, con i vertici di Cnf e Ucpi). Maritati, gip del Tribunale di Lecce, è «pronto a dare vita al tavolo con i rappresentanti della professione forense e dell’università. Le distanze ci sono ma vedrete che sono assai meno insuperabili di quanto si possa credere».

Cosa avete chiesto a Bonafede?

Abbiamo sottoposto un documento approvato nell’ultima riunione del nostro comitato direttivo centrale, alla fine della scorsa settimana. Un elenco di proposte ampio, che ha incontrato un notevole interesse da parte del ministro. Che però non si è sbilanciato, ha ricordato come su una materia delicata qual è la riforma del processo penale la maggioranza di governo dovrà essere a propria volta concorde. Ci ha quindi prospettato l’istituzione di un tavolo tecnico con l’avvocatura, da perfezionare nel giro di poche settimane. L’obiettivo è evitare di fermarsi alla norma sulla prescrizione ora all’esame del Parlamento e definire una griglia di misure mirate, non una riforma epocale ma un quadro complessivo di interventi ispirati all’obiettivo di ridurre il più possibile i cosiddetti tempi morti della macchina processuale.

Il presidente del Cnf Mascherin ha proposto un tavolo di confronto con voi un minuto dopo la presentazione della modifica sulla prescrizione. Si può riconoscere l’atteggiamento costruttivo dell’avvocatura, di fronte a una scelta che la vede comunque contraria, nella forma in cui è stata operata?

Assolutamente va riconosciuta la disponibilità al dialogo da parte degli avvocati, ma analoga disponibilità andrebbe riconosciuta all’Associazione nazionale nazionale magistrati. Vorrei ricostruire un passaggio che temo sia sfuggito.

Prego.

A inizio estate Bonafede ha convocato noi, come l’avvocatura. Ci prospettò l’idea di intervenire innanzitutto sulla prescrizione, ma anche sul processo civile. Gli spiegammo subito che a nostro giudizio la strada maestra era quella del confronto fra tecnici. E fummo chiari: tali contributi andrebbero definiti nell’ambito di un contraddittorio, con un confronto diretto, insomma. Esattamente quello che ora sembra poter avvenire.

Siete assai distanti su prescrizione, reformatio in peius, rinnovazione del dibattimento in caso di cambio del giudice.

Noi ci presenteremo al tavolo con il nostro elenco di proposte. Vorrei sia chiaro: si tratta di misure ipotizzate non per favorire una parte, ma a vantaggio della giustizia. Perché possano realizzarsi, in alcuni casi sarebbe necessaria da parte dell’avvocatura una riflessione su ipotesi che ora la vedono ostile. Ma intanto non si tratta di soluzioni lesive delle garanzie. I principi dello stato di diritto non vengono scalfiti. E soprattutto: siamo pronti a discutere. A trovare soluzioni condivise.

Una delle soluzioni proposte dall’avvocatura prevede tempi inderogabili per ciascuna fase del processo, con estinzione del procedimento se quei termini vengono sforati.

Si tratta di un’ipotesi che non trova il favore della magistratura. Spiego perché. Non esistono processi in cui qualcuno si compiace di tirarla per le lunghe. La dilatazione dei tempi avviene a causa di circostanze incontrollabili, come le difficoltà nel trascinare i testimoni da una parte all’altra del Paese o l’insostenibilità della domanda di giustizia rispetto al personale effettivamente disponibile. Io credo che un processo che va oltre i termini di fase a causa di circostanze simili non possa essere dichiarato estinto. L’unica alternativa sarebbe prevedere che quei termini siano dilatabili in funzione di tali circostanze non prevedibili, ma a quel punto vorrebbe dire non averli affatto.

D’altra parte le difficoltà della macchina non possono scaricarsi sull’imputato.

Il vero problema è costituto dalle risorse. Ed è un nodo che rischia di complicarsi a causa della modifica sulle pensioni, la cosiddetta quota 100. Potremmo trovarci di fronte a 9000 unità di personale amministrativo che fuoriescono: un’emorragia che non verrebbe compensata neppure dalle assunzioni previste dal ministro. Alcuni interventi sulle procedure potrebbero aiutare, ma sarebbero insufficienti se non accompagnati dalle risorse.

I dati della ricerca Ucpi- Eurispes, riproposti dal Corriere, sfatano clamorosamente il mito dei tempi dilatati a causa delle attività della difesa.

Vorrei sfgatare anche io un paio di leggende, se permette. La prima riguarda quel primo incontro con Bonafede dell’estate scorsa. Come detto, ci fu chiesto di dare un contributo tecnico in relazione ad alcune ipotesi di riforma, a cominciare dalla prescrizione: è per questo che abbiamo elaborato delle proposte, non perché ci siamo candidati a diventare ghost writers di Bonafede, come è stato detto, ma proprio perché interpellati al pari dell’avvocatura.

E il secodo mito?

Riguarda i dati riportati anche dal Corriere. Quando si afferma che oltre il 70 per cento delle prescrizioni matura ben prima che venga pronunciata la sentenza di primo grado, sembra quasi che il difetto sia nelle procedure regolatrici delle indagini. Non è così.

Però le indagini sono la fase più critica, dove si concentra la maggior parte delle prescrizioni.

Guardi, le descrivo la scena. Ciascun magistrato del pubblico ministero ha un’enorme quantità di notizie di reato sulle quali procedere. Delega la polizia giudiziaria a svolgere le indagini. Scaduto il termine massimo, che può essere prorogato non oltre i 18 mesi complessivi per i reati cosiddetti ordinari, non può far altro che constatare in numerosissime circostanze l’impossibilità per la polizia di adempiere alla delega conferita, e chiede per questo l’archiviazione. Noi gip non possiamo archiviare solo perché la macchina è ingolfata, ma a un certo punto arriva, inesorabile, la mannaia della prescrizione. Non perché qualcuno è pigro ma perché non c’è il personale sufficiente per tenere dietro alla pretesa di rispondere a tutto con la sanzione penale.

E come se ne esce?

Con una ampia depenalizzazione. Tantissime fattispecie possono essere perseguite con la sanzione amministrativa. Lo proporremo al tavolo.

Su questo sarete sicuramente d’accordo, voi e gli avvocati.

Gliel’ho detto. Troveremo le soluzioni condivise. E offriremo la chiave per accelerare i tempi della giustizia penale senza scalfire neppure le garanzie.

 

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