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9 Novembre 1918: quel giorno iniziò la seconda guerra mondiale…

La pace mise fine a una carneficina durata oltre quattro anni ma preparò il terreno al nazismo
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Quattro anni fa, nel 2014, una nutrita raffica di articoli, programmi tv e pubblicazioni nuove o rieditate ricordava i cento anni dall’inizio della prima guerra mondiale. È sintomatico che un silenzio inversamente proporzionale abbia salutato invece, pochi giorni fa, l’anniversario della fine di quella guerra, il 9 novembre 1918, nonostante le celebrazioni politiche in pompa magna a Parigi. Quella data, in effetti, suona oggi come fine di un atroce massacro ma anche come prologo necessario di una guerra ancora più devastante, destinata a scoppiare dopo un ventennio esatto ma con le radici affondate nella fine della mattanza precedente e dopo vent’anni di crisi interminabile.

Ancora più dell’antisemitismo e del Lebensraum, lo spazio vitale che la Germania doveva conquistare a est, a spese dei popoli slavi, la campagna contro ‘ i criminali di novembre’, colpevoli di aver accoltellato alle spalle la Germania imponendo la resa, era onnipresente nella demagogia di Hitler. Nell’aprile 1945, con i carri armati russi a pochi metri dal bunker in cui era rinchiuso, pochi giorni prima di suicidarsi, Hitler ripeteva ancora ‘ non ci sarà un altro 1918’ e giustificava la decisione di insistere anche a costo di portare il suo Paese alla distruzione totale con la necessità di salvare l’onore, e dunque l’esempio per le generazioni future, a differenza di quanto si era verificato nel novembre di 27 anni prima. Ma soprattutto, nel catalogo delle argomentazioni e delle ossessioni naziste, nessuna fece presa sul popolo tedesco quanto la necessità di lavare l’onta di novembre affossando la repubblica nata allora, quella di Weimar. Lo shock della sconfitta e la conseguente diffusione della leggenda della ‘ pugnalata alle spalle’, sulla quale si basò poi buona parte della propaganda nazista, non sono incomprensibili. Mentre l’inevitabilità della sconfitta del Terzo Reich era già evidente da almeno due anni prima della conquista di Berlino, nel 1918 i tedeschi erano stati sino all’ultimo certi della vitto- ria. Sul fronte orientale la rivoluzione bolscevica aveva portato alla resa della Russia e alla pace di Brest- Litovsk del 3 marzo 1918. Le Germania aveva imposto condizioni impietose, conquistando territori immensi, popolati da un terzo della popolazione dell’impero russo e imponendo un protettorato tedesco in Ucraina. La resa della Russia permetteva di spostare sul fronte occidentale l’intero esercito tedesco, e l’ottimismo della popolazione rifletteva quello dei vertici militari, i generali Hindenburg e Ludendorff. L’offensiva di primavera tedesca, iniziata il 21 marzo, aveva portato l’esercito di Ludendorff a 90 km dalla capitale francese e permesso lo sfondamento del fronte in più punti. Ma quella di Ludendorff, anche se la popolazione tedesca non ne era consapevole, era una sfida contro il tempo. Lo stato maggiore del kaiser doveva mettere fine alla guerra con una vittoria schiacciante prima che affluissero nel vecchio continente le forze americane e gli immensi mezzi dell’esercito a stelle e strisce. Quando in luglio Ludendorff mancò la conquista di Parigi e dovette poi, nei primi giorni di agosto, arretrare di una cinquantina di km, incalzato dalle truppe anglo- francesi e da quelle americane, la guerra era già persa. Il 29 settembre, dopo aver perso 230mila uomini solo nell’ultimo mese, Ludendorff si recò dal Kaiser per avvertirlo che era inevitabile avviare colloqui di pace.

Il mito della vittoria mancata per colpa dei traditori rossi prese le mosse proprio quel giorno. Il generale sconfitto giustificò l’impossibilità di arrivare alla vittoria che pochi mesi prima era data per certa con il diffondersi ‘ delle idee socialiste e spartachiste che avvelenano l’esercito’. Era una bugia e un alibi, la sconfitta essendo dovuta a tutt’altre ragioni. Ma è vero che l’eco della rivoluzione russa era stato avvertito con grande potenza in Germania. La pace sociale siglata in nome dell’unità nazionale fino alla fine della guerra era stata infranta già nella primavera del 1917, dopo la rivoluzione russa di febbraio, con una serie di scioperi che avevano coinvolto centinaia di migliaia di operai e che il kaiser era riuscito a placare solo promettendo un vero suffragio universale, al posto del sistema elettorale per classi, anche in Prussia dopo la fine della guerra. Dopo l’insurrezione bolscevica d’ottobre gli scioperi ripresero, nel gennaio 1918, coinvolgendo un milione di operai e spa- ventando soprattutto la Spd, il partito socialdemocratico, che temeva il ripetersi degli eventi di Pietrogrado anche in Germania.

In quel 29 settembre Ludendorff suggerì anche al Kaiser di varare seduta stante una riforma costituzionale in modo da formare un governo parlamentare. Era uno dei punti centrali della dottrina del presidente americano Wilson: quindi la Germania avrebbe così ottenuto migliori condizioni di pace. Il governo parlamentare nacque, presieduto dal principe Max von Baden, il 4 ottobre, per la prima volta con all’interno i social- democratici. La mossa di Ludendorff fu centrale nella costruzione della leggenda del tradimento. Dopo aver gestito la guerra senza alcun controllo, i militari decidevano il passo indietro un attimo prima della resa, la cui responsabilità sarebbe così inevitabilmente ricaduta sul nuovo governo parlamentare. Un mese più tardi, quando Wilson pose come condizioni per l’avvio dei colloqui di pace il ritiro da tutti i territori occupati, la fine della guerra sottomarina e l’abdicazione del kaiser, Ludendorff ci ripensò e chiese di riprendere la guerra, fu di conseguenza destituito e fuggì in Svizzera. Un altro tassello si aggiungeva così al mito della guerra e dell’esercito traditi.

Ludendorff non era il solo a preferire la morte del combattente a una resa considerata a quel punto disonorevole. Il comando della marina, senza consultare il governo, decise il 24 ottobre di ingaggiare una battaglia navale contro la flotta inglese, partendo da Kiel, senza alcuna speranza di vittoria e sabotando di fatto le iniziative diplomatiche del governo. La flotta si rifiutò di andare al macello senza alcuna ragione. Il comando rinunciò all’impresa suicida ma fece arrestare i capi dell’ammutinamento, imprigionandoli a Kiel. La decisione innescò la rivolta che da Kiel dilagò in tutta la Germania. Il 9 novembre il Kaiser abdicò e nello stesso giorno fu nominato cancelliere il leader socialista Friedrich Ebert, la cui principale preoccupazione era evitare che la rivoluzione portasse a esiti simili a quelli della Russia. ‘ Se il kaiser non abdica – aveva detto pochi giorni prima a von Baden – la rivoluzione sociale è inevitabile. Ma io non la voglio. Io la odio come il peccato’.

L’ 11 novembre a Compiègne, fu firmato l’armistizio.

Già dai primi di ottobre la popolazione aveva smesso di illudersi sulla vittoria imminente: era però convinta che le condizioni di pace sarebbero state relativamente lievi e che le responsabilità del conflitto non sarebbero state addossate alla sola Germania. Invece, su pressione della Francia, il Trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, fu draconiano. Prevedeva l’eliminazione di fatto dell’esercito, pilastro della Germania sino a quel momento, i cui effettivi non potevano superare le 100mila unità, la creazione di una zona smilitarizzata in Renania, ai confini con la Francia, la restituzione di tutti i territori occupati, l’assunzione di responsabilità per lo scoppio della guerra, la perdita delle colonie e il pagamento di un risarcimento abnorme: 132 miliardi di marchi oro, ridotti a 3 mld nel 1932. Il saldo finale è arrivato, con il pagamento dell’ultima rata pari a 70 mln di euro, nell’ottobre 2010.

Un anno prima la Germania aveva imposto alla Russia sconfitta condizioni altrettanto draconiane. Ciò nonostante la pace di Versailles fu subìta dai tedeschi come una vergogna e una clamorosa ingiustiza. La sconfitta inattesa e improvvisa, la durezza delle condizioni di pace resero subito buona parte della popolazione tedesca ostile all’assetto istituzionale nato il 9 novembre. Odiata dalla destra e dai nostalgici dell’impero, la Repubblica di Weimar era detestata anche dalla sinistra comunista. Per stroncare la spinta rivoluzionaria il governo socialista non esitò ad affidarsi ai Freikorps, le milizie irregolari formatesi subito dopo la sconfitta. Gustav Noske, ministro della Difesa e ‘ uomo forte’ del governo socialdemocratico assunse la guida dei Corpi franchi il 6 gennaio 1919. Il 15 gennaio i dirigenti spartachisti Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht furono sequestrati e uccisi dai Freikorps intervenuti a Berlino per sedare la rivolta. Tra i comunisti e i social- democratici la ferita non si sarebbe più rimarginata.

La notizia della resa raggiunse Adolf Hitler in ospedale, dove si trovava perché momentaneamente accecato da un attacco con i gas. Nessuno dei suoi biografi ha mai messo in dubbio la sincertà della reazione violentissima, disperata e furibonda narrata dal futuro fuhrer nel suo Mein Kampf. Per qaunto a un livello di intensità minore quelle emozioni erano condivise da molti tedeschi. Nel fallito putsch di Monaco, nel 1923, il capo del partito nazista avrebbe guidato i golpisti fianco a fianco con Ludendorff. Molti elementi di punta delle truppe d’assalto nazional- socialiste, a partire dal loro capo Ernst Rohm avevano in precedenza militato nei Freikorps dei quali si erano avvalsi Ebert e Noske per stroncare la rivolta spartachista. La ‘ rivoluzione di novembre’ mise fine a una carneficina durata oltre quattro anni. Preparò il terreno per il nazismo e la seconda guerra mondiale.

 

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