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Galli della Loggia: «Il sovranismo non c’entra niente col nazionalismo novecentesco»

«Il 4 novembre 1918 finiva la Grande Guerra e l'Italia ne usciva vittoriosa. ma la classe politica non seppe gestire quel trionfo, così il vuoto lasciato da liberali e socialisti venne occupato dal fascismo»
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«Per lei sarebbe un bel titolo, ma sarebbe anche falso: perchè il Salvini sovranista non è come il Mussolini nazionalista». Ernesto Galli della Loggia s’arrabbia per le semplificazioni giornalistiche e sghignazza di gusto all’idea di Giorgia Meloni di rendere il 4 novembre festa nazionale al posto del 25 aprile. E, a un secolo esatto dalla fine della Grande Guerra, lo storico ed editorialista del Corriere della Sera definisce quella vittoria un’occasione persa per l’Italia, «che non seppe gestire il trionfo a causa di un pauroso deficit politico, che suo malgrado gettò le basi per il fascismo».

Professore, come si svegliò l’Italia, dopo quattro anni di trincea?

Si svegliò molto diversa rispetto a quella che era prima dell’entrata in guerra, e a cambiarla fu la catastrofe di Caporetto e l’occupazione austriaca del Friuli e del Veneto. Questa battaglia e le sue conseguenze cambiarono completamente la percezione: da guerra che aveva diviso gli italiani in neutralisti e interventisti, diventò una guerra per liberare il suolo della patria. Così, la Grande Guerra diventò una vera e propria guerra di liberazione che unì il Paese nella spinta a cacciare gli stranieri che lo occupavano.

Tutti uniti a cacciare l’invasore?

Tutti, persino i socialisti che erano stati i più critici dell’entrata in guerra. È rimasto famoso il discorso di Filippo Turati alla Camera, che disse che “anche per i socialisti, la patria è sul Grappa”. Così l’Italia si unì, vinse la guerra e poi gestì la vittoria in modo assolutamente catastrofico.

Com’era formato l’arco parlamentare?

Finita la guerra, non esisteva più la divisione tra neutralisti e interventisti. I liberali al governo non furono però capaci di superare quella divisione e nemmeno capirono che la guerra aveva cambiato la società italiana, che premeva con una forte domanda di giustizia sociale, uguaglianza e chiedeva una trasformazione del sistema politico. La classe dirigente liberale fu miope rispetto a queste istanze, ma subì anche una demenziale campagna antibellica da parte del partito socialista. Un’iniziativa a dir poco grottesca, visto che la guerra era finita, ma i socialisti erano stati sconfitti dagli interventisti nel 1915 e nel 1919 volevano consumare la loro vendetta politica. Una vendetta, però, che investì un Paese che la guerra l’aveva vinta.

Cosa c’era alla base delle istanze socialiste, durante il Biennio rosso del 1919- 1920?

L’assurda idea che l’Italia potesse essere la nuova Russia, mobilitando le masse stanche della guerra per fare la rivoluzione, Una solenne idiozia, perchè la rivoluzione si può fare contro un esercito sconfitto, non contro uno Stato che è uscito vittorioso. Quella dei socialisti fu una strategia suicida, ma i due anni di moti e agitazioni resero impossibile qualsiasi intervento riformatore da parte della classe dirigente liberale.

E dal 1919 si susseguirono una serie di governi deboli.

E il Paese si trovò senza dirigenza. Nel ‘ 19 i socialisti conquistarono la maggioranza relativa, con 156 seggi, ma non vollero assumere alcuna responsabilità politica e dichiararono di stare in Parlamento solo per boicottare l’azione del governo, con l’unico obiettivo di fare la rivoluzione. Poi uscirono dall’aula cantando Bandiera Rossa. Così, paralizzarono l’attività delle istituzioni. Sui fronti opposti, per dare stabilità al Paese si sarebbe dovuta formare una maggioranza assoluta impossibile, che mettesse insieme popolari e liberali. I popolari erano il secondo partito con 100 seggi, ma dai liberali li dividevano cinquant’anni di storia. I liberali, infatti, erano quelli che avevano fatto nascere lo Stato italiano contro la Chiesa e contro i cattolici, quindi il neonato partito cattolico difficilmente poteva allearsi con gli ex nemici. In questo modo, più della metà del Parlamento era indisponibile a formare una maggioranza di governo. Un paradosso, considerando che l’Italia aveva appena compiuto l’impresa storia epocale di sconfiggere l’Impero Austroungarico, e anche la ragione per cui fu impossibile usare il successo bellico in modo positivo.

Si esaurì così la spinta propulsiva della vittoria?

Si esaurì in un vuoto politico. Questo fu il dramma del Paese: un deficit di intelligenza politica, sia da parte di chi aveva governato – i liberali che chi era stato all’opposizione – socialisti. In un momento chiave della sua storia, in Italia si aprì una voragine politica da parte delle forze che avrebbero dovuto gestire la fase post- bellica e, da questo vuoto, nacque il fascismo.

E con cosa riempì questo vuoto?

Il fascismo si compose di due elementi: l’ideologia antisocialista e l’elemento nazionalista. Il partito di Mussolini rivendicò la positività della vittoria e raccolse il consenso di tutti quelli che si riconosacevano in questo, contro i socialisti che per due anni delegittimarono l’impresa e chi l’aveva compiuta. Basti dire che, alle elezioni del ‘ 19, il Psi decise che nelle liste elettorali non poteva candidarsi solo chi aveva manifestato ostilità alla guerra. La campagna antimilistarista gridata e feroce condotta dai socialisti fu un regalo per il fascismo. Al resto pensò il governo in carica, che non seppe gestire gli aspetti diplomatici della vittoria.

Quali aspetti?

Il patto di Londra era tutto calato nell’Europa pre- bellica e i liberali non si resero conto che non poteva più funzionare alla fine del conflitto, perchè era improntato sull’idea di un espansionismo in Europa. Se Francia e Inghiliterra si espansero fuori dall’Europa, l’Italia si trovò con le mani legate dal carattere nazionalista del Patto di Londra: si inimicò le potenze internazionali chiedendo che venisse attuato e allo stesso tempo pagò il fatto di non riuscire a ottenere gli obiettivi sperati. Proprio le promesse mancate di quel patto produssero una grande ostilità da parte dell’opinione pubblica, che rispose con una forte spinta nazionalista, che portò all’occupazione di Fiume, per esempio.

Mussolini veniva dalla tradizione socialista, però.

La storia è piena di gente che cambia idea in modo repentino. Anzi, il fatto di venire da quella sponda politica gli fu di grande vantaggio: Mussolini conosceva i capi socialisti e sapeva che erano dei chiacchieroni che non avrebbero mai fatto la rivoluzione. Di più, aveva intuito che si trattasse di una tragica e suicida messa in scena, che colpiva negativamente l’opinione pubblica e gli si stava rivoltando contro.

Vede qualche rapporto tra l’ascesa del nazionalismo mussoliniano e quella del sovranismo odierno?

Pensare che eventi accaduti un secolo fa possano avere qualcosa a che fare con l’oggi non ha alcun senso: il nazionalismo esiste dalla rivoluzione francese in poi e ne esistono tanti tipi: a seconda delle epoche storiche, delle circostanze e delle nazioni. Quindi no, il nazionalismo italiano del 1919 e del 1929 non ha nulla a che fare con le spinte nazionalistiche di oggi, perchè lo scenario è diverso. Rimane soltanto l’idea elementare che non è nemmeno solo dei nazionalisti – di dividere il mondo in noi e gli altri. Il senso di autoidentificazione che esclude il diverso è proprio di ogni gruppo organizzato, ma questo non basta a stabilire alcun tipo di relazione.

Eppure oggi sembra ritornare quello stesso tipo di retorica.

Le parole sono le stesse, sono i contenuti storici ad essere diversi. L’Italia del 1918 e quella del 2018 sono due paesi diametralmente diversi: la prima usciva vittoriosa da un guerra e quel nazionalismo aveva come obiettivo il sogno imperialista e l’espansione territoriale, la seconda è uno Stato in declino che sente di aver perso alcuni treni importanti, con un Pil fermo da vent’anni. Le sembra che oggi qualcuno ancora voglia occupare la Dalmazia?

A proposito di spirito unitario post- bellico, però, Giorgia Meloni ha proposto di sostituire il 4 novembre come festa nazionale al 25 aprile, perchè quest’ultimo è divisivo.

Sciocchezze della politica italiana. S’immagini se davvero abolissero il 25 aprile: metà dell’Italia scenderebbe in piazza. Ciò che propone Meloni è l’iniziativa più divisiva che ci sia e questo basta a illustrare l’assurdità della proposta, fatta solo per alimentare dibattito sulla stampa. Del resto, oggi la politica funziona così: nessuno ha mezza idea, quindi si rincorrono queste stupidaggini perchè tutto, in Italia, crea dibattito.

 

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