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Quel ragazzo che non riuscì neanche dire ciao a sua madre

Addio a Lello Di Segni, l'ultimo sopravvissuto al rastrellamento del ghetto di Roma
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Lello di Segni non c’è più. L’ultimo sopravvissuto alla deportazione del 16 ottobre 1943 se n’è andato la notte scorsa, dopo aver tenuto in vita la memoria di quanto accaduto quel giorno terribile, quando finì vittima del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma per essere deportato al campo di concentramento di Auschwitz- Birkenau. Una storia che aveva tenuto per sé fino al 2000, anno in cui sua cugina Settimia Spizzichino, unica donna sopravvissuta alla barbarie nazista, se n’è andata. E lui, tra i 1022 deportati in Polonia, ha vissuto quel momento come un passaggio del testimone. È toccato a lui, da quel giorno, raccontare l’orrore. Ed era rimasto solo lui, tra i superstiti di quella notte, a farlo. Quest’anno, però, non era riuscito a partecipare alla commemorazione del 16 ottobre, di quella notte terribile che, da 18 anni, raccontava come un monito per le generazioni future. E non è riuscito ad arrivare al giorno del suo 92esimo compleanno, che avrebbe compiuto il 4 novembre prossimo. Quella notte presero tutti: Lello, che aveva solo 17 anni, suo padre, sua madre e i suoi tre fratelli, Angelo, Mario e Graziella. I militari nazisti arrivarono all’alba, con una lista di nomi in mano, con la quale iniziarono a passare al setaccio le stanze, convinti che qualcun altro dei familiari fosse nascosto. Addio a Lello di Segni, l’ultimo testimone del rastrellamento del ghetto

Guardarono ovunque, urlando il nome di ognuno. Ma in casa c’erano solo loro, tutti gli altri erano già scappati. Così furono portati fuori, con un mitra puntato sulla schiena e poi spinti sui camion. Un orrore che raccontò in un libro, Buon sogno sia lo mio. «Il primo ricordo – raccontò in un’intervista – è lo spavento di quando aprii la porta. C’erano due o tre tedeschi in divisa. Avevano dei fogli in mano e ci chiamavano per nome. Non parlavano italiano, ma a gesti si fecero capire molto bene. Ricordo che riuscii a prendere giusto qualche vestito». Dopo l’irruzione, vennero incolonnati con altri abitanti del palazzo e radunati in uno spiazzo nel ghetto, in attesa di partire. «C’erano dei camion coi tendoni e poco per volta arrivavano altre persone – aggiun- se -. Ci portarono nel collegio militare in via della Lungara e dissero: tra qualche giorno ci metteranno in viaggio e ci porteranno ai campi di lavoro a lavorare». Lì ci rimasero due giorni. Poi iniziò il viaggio verso il campo, stipati dentro ai vagoni per cinque giorni, con poco cibo, pochissima acqua e un filo d’aria, insufficiente a saziare tutti. Una volta in Polonia toccava scegliere chi era utile e chi no. E a farne le spese furono la madre e i fratelli di Lello, che i nazisti scartarono come inutili per i lavori forzati. Vennero giustiziati e rimasero solo Lello e suo padre. «Con mia madre e i miei fratelli non ci siamo detti nemmeno ciao, è stata una cosa lasciata così. Mi sono spariti davanti agli occhi. Con mio padre ho sofferto di più – raccontò -. In quei dieci giorni passati al campo di Auschwitz venne a dirmi: mi hanno chiamato, io devo andare, tu stai buono, qui ci sono degli amici, li conosci. Gli dissi: ed io che faccio qui? Ero piccolo, mi sono messo a piangere».

Nei campi ci rimase due anni, tra Auschwitz- Birkenau, Halle e Dachau. E a Varsavia fu costretto a rimuovere le macerie dell’ormai sommerso ghetto. «Mi sono salvato solo perché ho lavorato tanto – spiegò -. Facevo tutto quello che mi dicevano i tedeschi, anche se non volevo. Scavavo, scavavo e ancora scavavo. Cosa trovavamo? Meglio lasciar perdere. Ma avevo troppa paura che mi massacrassero di botte. Era l’unico modo per andare avanti. Una mattina mi svegliai scalzo. Mi avevano rubato le scarpe. Andai a lavorare lo stesso con delle pezze intorcinate ai piedi ma non ce la facevo. Alla fine ho dovuto rubarle a un altro poveretto».

Finita la guerra il ritorno a Roma, con un corpo che ormai pesava solo 30 chili. E passarono dei mesi prima di riabbracciare suo padre, anche lui scampato all’orrore. Un orrore che lo fece chiudere in un lungo silenzio. «Sono riuscito a riabbracciarlo, ma per poco, era troppo stanco, provato e malato, subito dopo è morto», spiegò. Dai campi tornarono solo in 16, Lello era l’ultimo a poterlo raccontare. «In questi anni ho cercato di dimenticare, ma non ce l’ho fatta spiegò -. Oggi ricordo con dolore e sacrificio, però sono libero adesso. Sono cose che non vanno dimenticate».

 

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