Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Il Tar: «Gli enti locali riconoscano l’equo compenso agli avvocati»

Lo ricorda un’ordinanza con cui il Tar Campania accoglie il ricorso di 106 avvocati contro un bando che prevedeva incarichi anche “a zero euro”
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

L’equo compenso è un «principio» vincolante al pari di altri che sono alla base della corretta azione amministrativa, tra cui quello del «riequilibrio finanziario». Ed è, dunque, non più derogabile. Ad affermarlo è la prima sezione del Tar Campania, con un’ordinanza pubblicata il 25 ottobre che accoglie in via cautelare un ricorso presentato da ben 106 avvocati contro il Comune di Marano. La pronuncia del giudice amministrativo di fatto vincola con un ulteriore puntello gli enti locali a riconoscere all’avvocato compensi rispettosi del decoro e della dignità professionale. Obbligo previsto appunto dalle norme sull’equo compenso, in particolare dal terzo comma dell’articolo 19- quaterdecies inserito un anno fa nella legge professionale forense.

Il nutrito gruppo di avvocati di Napoli e provincia, tra i quali il componente dell’Ocf Armando Rossi, aveva impugnato un bando pubblicato lo scorso 6 agosto dall’amministrazione cittadina di Marano per definire un «elenco di professionisti» a cui conferire «incarichi di difesa del Comune nel contenzioso tributario», anche per la «difesa in Cassazione ( sezione tributaria)». Di questo «avviso pubblico», i professionisti ricorrenti, difesi dall’avvocato Elio Errichiello, hanno contestato la fissazione di compensi non in linea con i parametri professionali «e comunque in contrasto con il principio di equo compenso». Vizi sostanziali del bando richiamati puntualmente nell’ordinanza del Tar, che in proposito ricorda come il «principio dell’equo compenso» sia «applicabile anche alla amministrazioni pubbliche». Il collegio presieduto da Salvatore Veneziano, relatore ed estensore Paolo Corciulo, ritiene che nel ricorso contro il bando del Comune di Marano si scorga un «sufficiente fumus boni iuris » in particolar modo «per il contenzioso di valore fino a 500 euro, per cui l’onorario è pari a zero».

I 106 avvocati avevano dunque contestato «prescrizioni» e «di- sposizioni tariffarie» definite dal Tar «immediatamente lesive per i ricorrenti», giacché avrebbero imposto loro «l’assunzione di un impegno ad accettare condizioni economiche inadeguate». Di grande rilievo, la valutazione pronunciata seppur in via cautelare dai magistrati amministrativi, anche considerato che vi si coglie l’insostenibilità di una prassi radicatasi per anni negli enti locali: quella di prevedere compensi finanche “a zero euro” per gli incarichi forensi e professionali in genere. Il Comune di Marano riteneva erroneamente sostenibile la gratuità per le cause di minor importo in virtù dell’altrettanto diffusa e negativa abitudine di pretendere lo svolgimento di alcune attività legali quasi fossero una “corvée”, dovuta dal professionista in cambio del “generoso” inserimento nell’elenco dei professionisti di fiducia. Un’idea medievale della libera professione. Non a caso puntualmente “bombardata” dalla legge sull’equo compenso fin dalla sua versione originaria, definita in un decisivo tavolo tecnico da ministero della Giustizia e Consiglio nazionale forense. Il testo presentato dall’ex guardasigilli Andrea Orlando e dal presidente del Cnf Andrea Mascherin nell’estate dell’anno scorso, infatti, già qualificava come «vessatorie» le clausole imposte all’avvocato dal committente in cui si fossero pretese «prestazioni aggiuntive che l’avvocato deve prestare a titolo esclusivamente gratuito». A tale tipologia di vessazione può di fatto essere ricondotta la “corvée” inserita nel bando di Marano, in base al quale appunto l’avvocato avrebbe dovuto seguire senza alcun compenso le cause tributarie di valore fino a 500 euro.

Nella sospensiva, il Tar offre all’amministrazione comunale l’opportunità di riesaminare «l’atto impugnato», cioè di correggerlo nelle parti «non in linea con l’equo compenso» e con i parametri professionali. Nella prospettiva di «un riesame delle disposizioni contestate», il giudice amministrativo ha anche ritenuto di «compensare le spese». Ma ha dato non più di 20 giorni di tempo al Comune «ai fini del riesame nei sensi e nel termine in motivazione indicati». Ha infine fissato al 20 marzo 2019 l’udienza per la trattazione di merito. Ma la direzione di marcia pare già chiaramente tracciata.

 

Ultime News

Articoli Correlati