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«Abbiamo preso l’assassino», storia di un processo mediatico

Il corpo di Yara è stato ritrovato il 26 febbraio 2011 in un campo di Cingolo d’Isola, vicino a Brembate di Sopra
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È il 16 giugno del 2014 e le forze dell’ordine arrestano Massimo Giuseppe Bossetti, muratore, padre di tre figli, con l’accusa di aver ucciso una ragazzina di 13 anni, Yara Gambirasio. Non è un arresto qualsiasi, non è un caso qualsiasi. Il corpo di Yara è stato ritrovato il 26 febbraio 2011 in un campo di Cingolo d’Isola, vicino a Brembate di Sopra, il paese dove viveva con i genitori e dal quale sparisce tre mesi esatti prima. Per anni tv, giornali, talk show hanno vivisezionato il caso. E quando Bossetti viene arrestato, la sentenza è già pronta. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, in un comunicato che fa infuriare anche la Procura, non ha dubbi: «Abbiamo preso l’assassino». Quando il processo esce dalle aule del tribunale e si ricolloca nell’opinione pubblica, la presunzione di innocenza è un lontano, lontanissimo ricordo.

I PRECEDENTI

Bossetti è in buona compagnia. Il suo caso fa parte di una storia che inizia qualche anno prima, in una villa di Cogne: Anna Maria Franzoni è accusata e poi condannata per l’uccisione del figlio.

Seguono Garlasco ( l’omicidio di Chiara Poggi), Perugia ( l’uccisione di Meredith Kercher) con un’attenzione sempre più morbosa, ossessiva da parte dell’informazione. Non è diritto a essere informati, non è libertà d’espressione. In questo decennio il processo mediatico si caratterizza come sovrapposizione al dibattimento vero e proprio. Con delle conseguenze pesanti sul piano del giusto processo. Serve un colpevole, costi quel costi, aldilà del principio di “oltre ogni ragionevole dubbio”.

BOSSETTI IN AULA

La procura che attraverso il Dna ( il famoso Dna di Ignoto1) accusa di omicidio Massimo Giuseppe Bossetti sa bene quanto siano alte l’attenzione e la pressione mediatiche. Il processo diventa un romanzo o meglio una fiction e ogni fase deve essere gestita tenendo conto di ciò che pensa, sa e vede l’opinione pubblica. In questo contesto scoppia il caso del “furgone”.

Una delle prove considerate schiaccianti contro Bossetti sono le immagini del suo furgone che passa e ripassa davanti alla palestra di Yara. Ma il video, che tutte le tv mostrano prima dell’inizio del processo, non viene messo agli atti. Si tratterebbe di un montaggio fatto, lo dichiara il colonnello Giampiero Lago, collaboratore della procura di Bergamo durante le indagini, «per esigenze di comunicazione». Secondo alcuni commentatori si tratterebbe di un fatto gravissimo, che inficia il diritto alla difesa. Qualsiasi cosa si pensi, una cosa è certa: l’impatto di quelle immagini è violento.

IL DNA E L’IRRAZIONALE

Più che in altri processi, quello contro Bossetti si fonda sua una narrazione incentrata sulla cosiddetta prova scientifica, considerata al pari di una verità rivelata. Succede qualcosa di singolare, la ricerca scientifica e quella tecnologica che supportano l’inchiesta si sposano con i sentimenti più irrazionali.

E’ un connubio che caratterizza il processo mediatico. Più si usano strumenti avanzati, più il linguaggio degli “esperti” risulta ostico, più il pubblico sospende il giudizio in una sorta di atteggiamento fideistico. Il processo diventa la proiezione di uno scontro all’ultimo sangue tra idee di mondo e il Dna spinge a sospendere il senso critico come se si trattasse di un oracolo a contatto direttamente con gli dei.

IGNOTO1, IL DOCU- FILM

Fin qui, sembra già un film. Basterebbe mettere in sequenza le ore e ore di immagini tv, di dibattiti, di “esperti”, di scontri tra innocentisti e colpevolisti.  Ma non è bastato. Prima della sentenza d’Appello, Sky ha trasmesso un documentario dal titolo “Ignoto1, Dna di un’indagine”. Le quattro puntate sono incentrate soprattutto sul racconto della pm Letizia Ruggeri, che ha condotto le indagini, ma si dà voce anche alla difesa rappresentata da Claudio Salvagni. Sul risultato dell’operazione ci sono giudizi contrastanti. Ma forse le domande, che si potrebbero ripetere per molti altri casi, sono altre: ha senso fare un film quando non c’è ancora stata la sentenza definitiva? Non si rischia di condizionare il processo? Non si lede il diritto alla difesa? Tante domande, ma una convinzione: non si tratta di essere innocentisti o colpevolisti. Ma di porre dei limiti al processo mediatico che contrasta fortemente con lo Stato di diritto.

 

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