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Detenuti e Consulta a colloquio a Rebibbia

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«Credo che la Costituzione e la Corte Costituzionale siano per i detenuti e per tutti gli altri uno scudo nei confronti dei poteri dello Stato che neppure il legislatore con le sue notevoli maggioranze può violare». È il presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi a ribadire il ruolo della Consulta e della Carta fondamentale dinanzi a circa 250 detenuti – di cui venti donne – riuniti ieri presso la Casa Circondariale di Rebibbia a Roma dove ha preso il via il progetto “Viaggio in Italia: la Corte Costituzionale nelle carceri”, che proseguirà in altri cinque istituti di pena ( San Vittore a Milano, Nisida minorile, Terni, Genova- Marassi, Lecce femminile). L’evento, unico nel suo genere, è stato seguito in collegamento streaming in oltre 150 carceri e in 15 istituti minorili per un totale di 11000 detenuti a fare da spettatori. Nella lezione del presidente Lattanzi si conta per ben sette volte la parola “dignità”, una ridondanza non formale ma sostanziale: «L’esecuzione della pena deve essere regolata da leggi che devono essere conformi alla Costituzione, alla base della quale c’è la persona umana con la sua insopprimibile dignità. Dignità e persona coincidono; eliminare o comprimere la dignità di un soggetto significa togliere o attenuare la sua qualità di persona umana. Ciò non è consentito a nessuno. Nelle decisioni la Corte Costituzionale ha assegnato alla dignità della persona un ruolo decisivo. È nella dignità che la Corte riconosce il naturale presupposto di molti dei diritti che di volta in volta nei vari giudizi vengono presi in considerazione. È nell’articolo 2 della Costituzione che si radica innanzitutto questo presupposto dato che, come si legge in una sentenza della Corte Costituzionale, “in quell’articolo è sancito il valore assoluto della persona umana”. Nel nostro viaggio – prosegue Lattanzi – racconteremo questo: che la Costituzione, con il valore fondamentale della dignità che ne è alla base, appartiene anche a chi è detenuto. Il nostro racconto vuole rappresentare il riconoscimento costituzionale della dignità delle persone detenute, vuole indicare che tra il dentro e il fuori delle mura del carcere non esistono barriere ideali ma solo barriere fisiche e che nella Carta il carcere non significa esclusione ma impegno per l’inclusione».

È stata forte l’emozione nel sentire suonare l’Inno d’Italia nel teatro del carcere alla presenza di dieci giudici della Consulta Marta Cartabia, Giuliano Amato, Giancarlo Coraggio, Francesco Viganò, Daria de Pretis, Silvana Sciarra, Giovanni Amoroso, Franco Modugno e Luca Antonini oltre il presidente – che hanno risposto a 12 domande dei detenuti, i quali hanno avuto con loro un dialogo sul diritto alla salute, sull’affettività, sulla rieducazione, sulla speranza, che può venire sicuramente meno quando si è condannati ad un ergastolo ostativo. Due gli imperativi costituzionali emersi dalle risposte dei giudici: progressività e flessibilità della pena. Quella che è venuta fuori non è una Costituzione “imbalsamata” come ha tenuto a precisare Lattanzi ma uno «strumento per chi non ha potere ed è più debole» ; è una Carta che scommette sulla trasformazione della persona detenuta, come ha ricordato il giudice Viganò, richiamando la nota sentenza 149 del 2018, di cui è stato redattore «in piena coerenza, soprattutto, con l’assunto – sotteso allo stesso art. 27, terzo comma, Cost. – secondo cui la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, foss’anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento». Tra le autorità presenti anche il sottosegretario alla giustizia Jacopo Morrone a cui il giudice Giuliano Amato, prendendo come spunto una domanda del detenuto Roberto Pecci sulla pena accessoria, in particolare sull’interdizione spesso perpetua al diritto al voto, ha lanciato un appello: «Varrebbe la pena, signor Sottosegretario, che gli organi politici se ne occupassero perché francamente togliere il diritto di voto ad una persona che rientra nella società è togliergli il pezzo più grosso della cittadinanza». Ad intervenire anche il capo del Dap Francesco Basentini il quale ha annunciato che a breve ci sarà un ampliamento dei colloqui tra detenuti e familiari attraverso l’uso di Skype in tre istituti. Alla fine dell’incontro strette di mano e persino abbracci tra i giudici ed alcuni detenuti.

 

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