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«Verdiglione in un ospedale che è peggiore del carcere»

Il suo avvocato, Stefano Pillitteri, teme per la vita di Verdiglione, che ha perso ormai 24 chili dal 5 settembre. In più, a preoccuparlo, è la struttura del reparto ospedaliero del San Paolo
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«Rischia di morire, è drasticamente peggiorato». A riferirlo aIl Dubbio è uno dei difensori del professor Armando Verdiglione, l’avvocato Stefano Pillitteri, che ieri mattina ha visitato il professore nel reparto carcerario dell’Ospedale San Paolo, appena trasferito dal carcere milanese di Opera dove vi era detenuto. «Già giorni fa, quando andai a visitarlo ad Opera – spiega l’avvocato – lo trovai visibilmente dimagrito, ma adesso è diventato qualcosa che fa veramente impressione. È ulteriormente dimagrito ed è allo stremo». L’avvocato teme per la vita di Verdiglione, che ha perso ormai 24 chili dal 5 settembre. In più, a preoccuparlo, è la struttura del reparto ospedaliero del San Paolo. «È un piccolo reparto che è una vera e propria micro prigione innestata nell’ospedale. Si trova nel piano inferiore e sembra un vero e proprio bunker».

Tutti lo chiamano “repartino”: quello cioè che si prende cura dei detenuti provenienti dalle carceri del nord Italia, quando della loro malattia non possono più occuparsene i centri clinici della struttura. In pratica, si tratta di reparti istituiti nel 1993, come vere e proprie Unità Operative Ospedaliere presidiati dalla custodia della polizia penitenziaria. Le strutture autonome, sia strutturalmente che funzionalmente rispetto all’Ospedale, come il “repartino” sono infatti destinate esclusivamente ai detenuti malati, le cui cure siano necessarie e non possano essere fornite dal carcere. «Eppure Verdiglione – spiega sempre il difensore Pillitteri – non è un pericolo sociale e potrebbe benissimo essere ricoverato in una struttura idonea come l’ospedale del Niguarda dove altri detenuti sono ricoverati e non ricorda un carcere come questo repartino». Poi l’avvocato sottolinea: «Va preso in considerazione che il professore ha 74 anni, il magistrato di sorveglianza non ha ritenuto conto di sospendere l’esecuzione o comunque di assumere un provvedimento provvisorio in attesa dell’udienza del 13 dicembre, dove il tribunale dovrà valutare l’istanza di detenzione domiciliare». L’avvocato Pillitteri si riferisce all’articolo 47 ter, comma 1, dell’ordinamento penitenziario dove prevede che la pena detentiva inflitta ad una persona che abbia compiuto i settanta anni di età ‘ può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza’. Ma l’udienza, appunto, ci sarà il 13 dicembre e l’avvocato teme che Verdiglione non ce la faccia ad arrivare vivo, a meno che, nel frattempo, non venga sospesa l’esecuzione essendo incompatibile con il regime carcerario.

Ripercorriamo i fatti. Il professor Verdiglione dal 5 settembre si è costituito in carcere per scontare un residuo di pena di 5 anni e otto mesi per reati fiscali. In quel momento si gravemente ammalato. A segnalare il caso è stata Rita Bernardini del Partito Radicale, mettendo in guardia il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede affinché intervenga per lui e tutti gli altri detenuti che versano in condizioni di salute incompatibile con il regime penitenziario. Dopodiché, mercoledì scorso, il deputato del Pd Roberto Giacchetti che, anche in veste di tesserato di lunga data del Partito Radicale, ha voluto verificarne le condizioni nel corso di una visita ispettiva svolta nel carcere milanese. Il deputato ha riferito a Il Dubbio di aver trovato Verdiglione dimagrito di 20 kg in tre settimane e con una voce talmente flebile da non essere udita. Se da un lato i medici hanno riferito al deputato Giacchetti che la situazione del professore era divenuta grave, al punto da averne chiesto il ricovero urgente al “repartino” ( Roberto Giachetti ha anche presentato una interrogazione parlamentare a tal proposito), il magistrato di sorveglianza ne ha ritenuto – due giorni fa – invece la compatibilità, aggiungendo che «ha un comportamento non collaborante, perché viene rifiutato il ricovero presso il reparto di medicina Penitenziaria, ha un atteggiamento polemico ed è contrariato dalla carcerazione che definisce ingiusta e conseguenza di errori giudiziari». Parliamo del rigetto dell’ultima richiesta di differimento provvisorio dell’esecuzione. Ora, come detto, c’è da attendere la valutazione dell’istanza presentata dall’avvocato Pillitteri relativa alla detenzione domiciliare. Ma i tempi si allungano e potrebbero essere fatali per il professore.

Il diritto alla salute sempre meno prioritario.

Il diritto alla salute che dovrebbe essere prioritario rispetto alla punizione è uno dei temi più scottanti che riguardano il sistema penitenziario. Diversi sono i casi che riguardano i detenuti che soffrono dietro le sbarre dove difficilmente possono curarsi. Non solo Verdiglione quindi. D’altronde lo stesso Roberto Giachetti, durante la sua interro- gazione parlamentare diretta ai ministri della Giustizia e della Salute sul caso del professore, ha ricordato che «il diritto alla salute è costituzionalmente garantito dall’art. 32 della Costituzione come fondamentale nell’interesse dell’individuo e della collettività e in nessun caso è consentito violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana», e ha chiesto se i ministri «abbiano contezza del numero delle morti in carcere per malattia, suicidio o cause non meglio chiarite e non riconducibili al decesso naturale avvenute nello scorso anno e nell’anno corrente».

Tanti, numerosi, sono i casi quindi. Come il detenuto Giuseppe Martena, che da agosto dello scorso anno è in carcere e si trova in una condizione fisica non compatibile con l’ambiente carcerario. A segnalare il caso è Carmelo Musumeci, l’ex ergastolano da poco in libertà condizionale che non si dimentica dei dritti dei detenuti. Martena, l’anno scorso, era stato riportato in carcere per delle violazioni che sono ancora da accertare in tribunale. Oggi è nel carcere di Torino Le Vallette, in una sezione con una igiene scarsa e altamente sconsigliabile per l’utilizzo del catetere, perché ha rischio di infezioni.

Nel 2014 era uscito dal carcere proprio per incompatibilità carceraria. Con l’ordinanza di accoglimento della richiesta di arresti domiciliari per infermità fisica, il Tribunale di sorveglianza aveva riconosciuto la sostanziale incompatibilità della malattia con la detenzione in carcere. Si trattava di grave compromissione ai reni, che induceva il Collegio a pensare, in termini di incompatibilità, laddove la detenzione avrebbe potuto condurre al deterioramento definitivo degli organi vitali come i reni, con inevitabile violazione del diritto alla salute di rango costituzionale. Del resto la malattia prevedeva – e prevede ancora oggi – una “cateterizzazione” costante, cioè un impegno assistenziale nella sostituzione di un catetere per più volte in una giornata. Non solo, il Tribunale aveva osservato che la malattia doveva essere curata fuori dal carcere perché serviva un luogo protetto e non un ambiente chiuso non sterile come il carcere. È proprio la precisione, con cui viene indicata l’incompatibilità con la vita carceraria, a collidere con la successiva decisione del collegio di revocare la detenzione domiciliare per violazione selle prescrizioni. Ma è un caso, come quello di Verdiglione, che va a collidere con il recente orientamento della cassazione: trattenere in detenzione in carcere colui che per malattia non possa svolgere a pieno le attività trattamentali, così vanificando il senso della finalità rieducativa della pena, rischia di essere contrario all’art 27 della Costituzione. Basti pensare che questa fu proprio un’argomentazione con cui gli ermelllini “restituirono” al mittente, cioè al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, il rigetto su analoga istanza per Totò Riina. È proprio questa sentenza che impone di soppesare i diritti di pari rango costituzionale, da un lato la salute e dall’altro la sicurezza sociale.

 

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