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N il mostro di Netflix non ucciderà il cinema

Le proteste degli esercenti per il Leone d'oro a "Roma", prodotto dal colosso di Los Gatos (e quini di non distribuito al cinema)
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Hanno ammazzato il cinema, il cinema è vivo. Parafrasando Francesco De Gregori, ecco tornare, come sempre per ogni novità, l’anatema sul futuro, sul progresso, sull’evoluzione della fruizione. Il suono, il colore, la morte della pellicola: nulla ha ucciso la Settima Arte e, fidatevi, non ci riuscirà neanche Netflix. Quest’arte, che è al contempo industria, ha più di ogni altra – e questo la rende unica – dovuto affrontare il problema di essere un ibrido molto dinamico di due mondi, uno volto a un’inevitabile profitto, l’altro al raggiungimento della perfezione creativa.

Ecco, così, che a difendere la sala cinematografica dalla perfida N rossa sono coloro che puntano a guadagnare più di ogni altro dal film, mentre a “sottovalutarla” a favore della piattaforma di streaming sono gli intellettuali ( i critici cinematografici su tutti). E in mezzo rimangono gli unici che forse hanno ragione ad avere paura, più timidi di tutti: gli autori, quei registi che, come Francesco Bruni sottolineano il loro disagio con grazia e ironia, e gli spettatori.

Cos’è mai successo, dunque? I mercanti sono entrati nel tempio. Laddove Cannes, dinosauro indifferente all’imminente glaciazione, si è opposta all’invasione dei barbari, la Venezia di Barbera ha invece aperto le sue porte e la propria ( sala) darsena a chi si permette di produrre e distribuire opere cinematografiche senza passare da uno schermo di un cinema o comunque non riservandogli la giusta centralità. E proprio uno di quei film, Roma di Alfonso Cuaròn, è andato a vincere il Leone d’Oro, riaprendo violentemente il dibattito sull’opportunità di premiare con uno dei riconoscimenti più importanti del cinema mondiale un lavoro che non ha come suo luogo d’elezione la sala cinematografica, che avrà una distribuzione su grande schermo limitata e che verrà visto in tutto il mondo, potenzialmente da almeno 130 milioni di utenti, su un monitor o al massimo su un maxischermo tv.

Apriti cielo, esercenti d’essai e non ( pure quelli cattolici, che di sicuro la domenica non apriranno più, per coerenza con l’appoggio alla vecchia- nuova idea di Di Maio) hanno emesso comunicati di rimbrotto a quella Mostra d’Arte Cinematografica cinica e bara, colpevole di aver sovvertito le sacre regole della fruizione cinematografica. Perché in questo mondo, e in particolare in questo paese, rimpiangiamo il passato, sottovalutiamo il presente e temiamo il futuro. E così Netflix, che pure alla fine del 2018 si avvicinerà ai 100 film prodotti, che ha immesso nella produzione cinematografica miliardi di dollari, che ha dato a piccoli e grandi registi l’opportunità di fare film altrimenti non adatti alla sala ( tanto da aver avuto risposte negative sugli stessi progetti dai player classici) per la loro scarsa redditività, si trova sul banco degli imputati per lesa maestà.

Cerchiamo di capire perché. Sembra sia accusato di accrescere il fenomeno, già ahinoi pesantemente iniziato da tempo, dello svuotamento delle sale e della chiusura delle stesse. Un’accusa rivolta anche alla pirateria. Peccato che il mercato musicale, ad esempio, non è mai andato peggio di adesso: colpa probabilmente della musica liquida, ma ai tempi della pirateria fai da te ( musicassette) o di Napster, con più musica in circolo, si vendeva di più. E anche il cinema, quando le piattaforme illegali di condivisione erano più accessibili, andava meglio. Perché? Perché si parlava più di musica e cinema, si ascoltavano più canzoni e guardavano più film, nel dibattito culturale queste arti erano più centrali. E lo stesso vale per Netflix: aumenta l’interesse, le opportunità per autori e spettatori, la varietà qualitativa e quantitativa di storie e professionalità. Le sale non si svuotano per Netflix ma per il loro essere inospitali, con strumentazione mediocre e antiquata, per la loro sporcizia, per qualità suono e video improbabile e per esercenti che amano poco il cinema ( smontano un film, anche valido, appena la curva del guadagno non è quella desiderata, tranne poche eccezioni). Chi vede i film su piccolo schermo e non su grande spesso lo fa per lo stesso motivo per cui qualche tifoso sceglie la pay tv invece dello stadio. San Paolo e Olimpico vivono emorragie di pubblico da anni perché strutture pessime ( Aurelio De Laurentiis, ironia della sorte anche produttore cinematografico, ha definito il primo, giustamente, “un cesso”), non così Juventus Stadium e San Siro ( nonostante Inter e Milan abbiano fatto stagioni mediocri ultimamente).

Il motivo è semplice: lì le partite si vedono bene. Così vale per Netflix. Se amo il cinema, lo sceglierò solo in due casi: se nella mia città non vi sono sale che programmano il film che voglio vedere ( in provincia quasi sempre, arrivandovi solo il mainstream) o se le sale a cui posso accedere peggiorano la mia esperienza di visione.

Se pensate che questa sia pura utopia, vi facciamo un esempio reale: sabato scorso c’è stata la 201ma proiezione tra tre arene ( Cervelletta, San Cosimato e Ostia) dei ragazzi del cinema America. Contestato come e più di Netflix per proiettare film da mesi o anni fuori dal circuito commerciale ( e ha ragione Valerio Carocci, loro leader e portavoce, a ironizzare sulla possibilità di proiettare Roma in una delle tre arene). Bene, il film era Prima che la notte di Daniele Vicari: opera su Pippo Fava, già passata in tv il 23 maggio, vista da quasi 4 milioni di persone. In un luogo lontano anche per chi a Ostia ci vive, periferico, con la possibilità di vederlo in HD su Raiplay, sono arrivate mille persone, rimaste fino all’una di notte per il dibattito. Perché tutto ciò che educa, forma, abitua al linguaggio cinematografico è un motore propulsivo per il cinema.

Discutiamo del futuro, del progresso. Regolamentiamolo, magari immaginando un modello produttivo- distributivo simile a quello Vision Distribution- Sky ( programmazione seria in sala, finestre cortissime con arrivo su pay tv in poche settimane e milioni di spettatori che parlano di cinema italiano) e che sì, a un Festival che riceve anche soldi pubblici, va mandato un film che debba avere tra i suoi passaggi anche la sala ( finirà come agli Oscar, con le uscite tecniche per 7 giorni, vedrete). Ma ricordiamoci anche che Sulla mia pelle, il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, uscirà in contemporanea su Netflix e al cinema ( in oltre 70 copie, non ne avrebbe avute di più senza il colosso di Los Gatos, ma forse avrebbe avuto meno risorse per essere completato, così come Roma forse non sarebbe mai stato realizzato), mentre tanti leoni d’oro del passato hanno avuto una distribuzione ridicola o nelle sale non sono arrivati. Il punto non è la battaglia luddista contro Netflix, ma capire come camminare insieme. C’è spazio per tutti.

 

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