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“Che l’innocente Dreyfus sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui”

La bellissima lettera, pubblicata su l'Aurore il 29 settembre 1899, che Emile Zola scrisse alla moglie di Alfred Dreyfus
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Signora, Le rendono l’innocente, il martire. Rendono alla sua sposa, a suo figlio, a sua figlia, il marito e il padre, e il mio primo pensiero va alla famiglia finalmente riunita, consolata, felice.

Quale che sia ancora il mio lutto di cittadino nonostante il dolore indignato e la ribellione in cui continuano ad angosciarsi le anime giuste, vivo con Lei questo momento meraviglioso, bagnato di lacrime benefiche, il momento in cui Lei ha stretto tra le braccia il morto risuscitato, uscito vivo e libero dalla tomba. E, malgrado tutto, questo è un grande giorno di vittoria e di festa.

Immagino la prima sera alla luce della lampada, nell’intimità familiare, quando le porte sono chiuse e tutti le infamie della strada si spengono sulla soglia di casa. I due bambini sono là, accanto al padre tornato da un viaggio lungo e oscuro. Lo baciano in attesa del racconto che farà più tardi. Che pace fiduciosa e che speranza per un domani riparatore, mentre la madre si aggira con dolce premura, avendo ancora, dopo tanto eroismo, un compito grandioso da compiere, quello di rimettere in piedi con le sue cure e la sua tenerezza la salute del crocifisso, del povero essere che le hanno restituito. C’è tanta dolcezza nel chiuso della casa, una bontà infinita effonde da ogni parte nell’intimità della stanza in cui la famiglia sorride. E noi siamo là, nell’ombra, muti, ricompensati, tutti noi che abbiamo voluto ciò e che abbiamo lottato da tanti mesi per questo momento di felicità.

Quanto a me, confesso che il mio impegno inizialmente non è stato altro che un’opera di solidarietà umana, di pietà e d’amore. Un innocente soffriva il più orrendo dei supplizi, non ho visto altro e ho dato inizio a una campagna unicamente per liberarlo dei suoi mali. Dal momento in cui mi venne provata la sua innocenza nacque in me una straziante ossessione: il pensiero di tutto quello che l’infelice aveva sofferto e di quello che ancora soffriva nel carcere dove agonizzava, murato da una fatalità mostruosa di cui non poteva nemmeno sciogliere l’enigma. Quale tempesta dentro di lui, e quale smaniosa attesa che si rinnovava ad ogni nuova aurora! E non ho più vissuto, il mio è stato il coraggio della pietà, e l’unico obiettivo è stato di mettere fine alla tortura, di sollevare la pietra affinché il giustiziato ritornasse alla luce del giorno e fosse restituito ai suoi che avrebbero curato le sue ferite. Una questione sentimentale, come dicono i politici con una leggera alzata di spalle. Buon Dio, sì! Ma il mio cuore era infiammato e io andavo in soccorso di un uomo in preda allo sconforto, fosse egli ebreo, cattolico o maomettano. Allora credevo che si trattasse di un semplice errore giudiziario, ignoravo I’enormità del crimine che teneva quell’uomo in catene, oppresso nel fondo di un’atroce fossa dove altri spiavano la sua agonia. Non provavo perciò nessuna collera contro i colpevoli, peraltro ancora sconosciuti. Semplice scrittore strappato al consueto lavoro dalla compassione non perseguivo alcun fine politico e non lavoravo per alcun partito. Il mio unico partito all’inizio della campagna non era altri che servire l’umanità.

In seguito capii la terribile difficoltà del nostro compito. Nello svolgersi ed estendersi della battaglia, sentivo che la liberazione dell’innocente richiedeva sforzi sovrumani. Tutte le potenze sociali erano alleate contro di noi che non avevamo dalla nostra che la sola forza della verità. Dovevamo compiere un miracolo per risuscitare il sepolto. Quante volte durante quei due anni crudeli ho disperato di riaverlo, di restituirlo vivo alla sua famiglia! Era laggiù, nella sua tomba, e potevamo essere in cento, in mille o in ventimila, ma la pesante pietra di iniquità era tale che temevo di vedere le nostre braccia indebolirsi prima dell’ultimo sforzo supremo. Mai, mai più! Forse un giorno, tra molto tempo, avremmo imposto la verità e ottenuto giustizia. Ma l’infelice sarebbe morto e la sua sposa, i suoi figli, mai più avrebbero potuto dargli il bacio gioioso del ritorno.

Signora, ecco che oggi abbiamo compiuto il miracolo. Due anni di lotte imponenti hanno realizzato l’impossibile; il nostro sogno si è avverato perché il giustiziato è sceso dalla croce, l’innocente è libero, suo marito Le è stato reso. Egli ha smesso di soffrire, conseguentemente è fìnita anche la sofferenza dei nostri cuori e l’intollerabile simulacro cessa di turbare i nostri sonni. Ed è per questo, lo ripeto, che oggi è un giorno di grande festa e di grande vittoria. Tutti i nostri cuori comunicano con discrezione col Suo, non c’è cuore di moglie e di madre che non si sia intenerito pensando a questa prima serata d’intimità, alla luce della lampada, nell’emozione affettuosa del mondo intero dalla cui simpatia Lei è circondata.

Signora, indubbiamente questa grazia è amara. Come è possibile imporre dopo tante torture fisiche una simile tortura morale? E che senso di ribellione si prova nel dirsi che si è ottenuto per pietà quel che dovrebbe dipendere soltanto dalla giustizia!

Il peggio è che tutto sembra essere stato concertato per approdare a quest’ultima iniquità. I giudici hanno voluto tornare a colpire l’innocente per salvare i colpevoli, pronti a rifugiarsi nell’ipocrisia rivoltante di un’apparente misericordia. «Tu vuoi l’onore, noi ti faremo l’elemosina della libertà, affinché il tuo disonore legale copra i crimini dei tuoi carnefici». E non c’è, nella lunga serie di infamie commesse, un attentato più abominevolecontro la dignità umana.È veramente il colmo, far mentire la divina pietà, farne lo strumento della menzogna, umiliare l’innocente affinché il crimine passeggi al sole gallonato e impennacchiato!Inoltre, quale tristezza nel constatare che il governo di un grande Paese si rassegna ad essere misericordioso a causa della sua disastrosa debolezza, quando dovrebbe essere giusto! Tremare di fronte all’arroganza di una fazione, credere di poter conseguire la pacificazione con l’ingiustizia, sognare non si sa quale abbraccio menzognero e avvelenato è il colmo dell’accecamento volontario. Il governo, all’indomani stesso della scandalosa sentenza di Rennes, non avrebbe dovuto deferirla alla Corte di Cassazione, alla giurisdizione suprema di cui invece si beffa con tanta insolenza? La salvezza del Paese non era forse in quell’atto di necessaria energia che avrebbe salvato il nostro onore agli occhi del mondo e che avrebbe ristabilito il regno della legge? La pacificazione definitiva è possibile solo nella giustizia, qualsiasi viltà sarà soltanto causa di una nuova febbre, e ciò che finora ci è mancato è un governo coraggioso, che voglia compiere il suo dovere fino in fondo per riportare sul dritto cammino la nazione smarrita e disorientatadalle menzogne.Ma il nostro decadimento è tale che siamo ridotti a congratularci con il governo per essersi mostrato pietoso. Ha osato essere buono, gran Dio! Quale folle audacia, che coraggio eccezionale esporsi ai morsi delle belve, i cui branchi selvaggi sbucati dalla foresta ancestrale si aggirano tra di noi! Essere buoni quando non si può essere forti è di per sé meritorio. E del resto. Signora, la riabilitazione che doveva essere immediata per la giusta gloria del Paese stesso, suo marito può aspettarla a fronte alta, poiché non c’è innocente che sia più innocente di lui di fronte a tutti i popoli della terra.Signora, lasci che Le dica, l’ammirazione, la venerazione, il culto che proviamo per Suo marito. Ha talmente sofferto senza nessuna ragione, assalito dall’imbecillità dalla cattiveria umana, che vorremmo curare ognuna delle sue ferite con tenerezza. Sappiamo bene che la riparazione è impossibile, che mai la società potrà pagare il suo debito verso iI martire vessato con un’ostinazione così atroce, ed è per questo che nei nostri cuori gli eleviamo un altare, non potendo dargli niente di più puro, né di più prezioso di questo culto di commossa fraternità. Egli è diventato un eroe più grande degli altri perché ha più sofferto. L’ingiusto dolore lo ha reso sacro; è entrato, augusto e purificato, in quel tempio dell’avvenire in cui hanno sede gli dèi, le cui immagini toccano i cuori facendovi nascere un’eterna fioritura di bontà. Le indimenticabili lettere che Le ha scritto, Signora, resteranno come il più grande grido d’innocenza martirizzata che mai sia stato emesso da un’anima. E se finora nessun uomo è stato fulminato da un destino più tragico, non c’è neppure nessuno che sia salito più in alto di lui nel rispetto e nell’amore degli uomini.Poi, come se i suoi aguzzini avessero voluto innalzarlo ulteriormente, gli hanno imposto la tortura suprema del processo di Rennes. Davanti a quel martire schiodato dalla croce, sfinito, sostenuto soltanto dalla sua forza morale, essi hanno stilato selvaggiamente, vilmente, coprendolo di sputi, massacrandolo di coltellate, versando sulle sue piaghe fiele ed aceto. E lui, lo stoico, ha conservato un contegno ammirevole, senza un lamento, un coraggio fiero, la tranquilla certezza nella verità, che susciteranno lo stupore delle generazioni future. Lo spettacolo è stato così bello, così straziante, che l’iniqua sentenza ha sollevato i popoli da quel dibattimento mostruoso durato un mese, dove ogni udienza gridava più forte l’innocenza dell’accusato. Il destino si compiva, l’innocente diventava Dio, affinché un esempio indimenticabile venisse donato al mondo.A questo punto. Signora, arriviamo alla sommità. Non c’è gloria, non c’è lode più nobile. Verrebbe quasi da chiedersi: a che pro una riabilitazione legale attraverso la formulazione di un giudizio d’innocenza se nell’universo non troveremmo più un galantuomo che non sia già convinto di quell’innocenza? E questo innocente improvvisamente è diventato il simbolo della solidarietà umana da un capo all’altro della terra. Laddove la religione di Cristo aveva impiegato quattro secoli a formarsi e a conquistare alcune nazioni, la religione dell’innocente condannato due volte ha fatto immediatamente il giro del mondo, riunendo in una immensa umanità tutte le nazioni civili. Cerco, nel corso della storia un analogo movimento di fraternità universale, ma non lo trovo. L’innocente condannato due volte ha fatto più per la fraternità tra i popoli, per l’idea di solidarietà, di giustizia, che cento anni di discussioni filosofiche e teorie umanitarie. Per la prima volta nella storia, l’umanità intera ha emesso un grido di liberazione ribellandosi generosamente per la giustizia, come se ormai formasse un solo popolo, il popolo unico e fraterno sognato dai poeti.Egli può dormire tranquillo e fiducioso. Signora, nel dolce rifugio familiare, riscaldato dalle Sue mani pie. E Lei può contare su noi per la sua glorificazione. Siamo noi, i poeti, a concedere la gloria, e la parte che gli assegneremo sarà così bella che nessun altro uomo della nostra epoca lascerà un ricordo altrettanto commovente. Sono stati già scritti molti libri in suo onore, un’intera biblioteca si è moltiplicata per dimostrare la sua innocenza e per esaltare il suo martirio. Mentre da pane dei suoi carnefici sono rari i documenti volumi e gli opuscoli scritti, gli amanti della verità e della giustizia non hanno cessato né cesseranno di contribuire alla storia, di pubblicare gli innumerevoli documenti dell’immensa inchiesta che un giorno permetterà di stabilire definitivamente i fatti. È il verdetto di domani che si prepara e esso porterà all’assoluzione trionfale, alla clamorosa riparazione; alla memoria del glorioso torturato tutte le generazioni in ginocchio chiederanno perdono per il delitto commesso dai loro padri.E siamo sempre noi poeti, Signora, a inchiodare i colpevoli alla gogna eterna. Coloro che noi condanniamo le generazioni future li fischieranno e li disprezzeranno. Ci sono nomi di criminali che, marchiati d’infamia da noi, negli anni a venire non saranno che immondi relitti. La giustizia immanente si è riservata questo castigo, ha incaricato i poeti di legare all’esecrazione dei secoli coloro le cui malefatte sociali, i cui crimini enormi sfuggono ai tribunali ordinari. So bene che per questi animi meschini e gaudenti questo è solo un castigo lontano del quale sorridono.L’insolenza immediata li appaga. Trionfare a furia di pedate è iI successo brutale in grado di soddisfare la loro fame volgare. Quale importanza può avere l’indomani nella tomba o l’infamia, quando non si può più arrossirne! La spiegazione dello spettacolo vergognoso che ci è stato offerto è in questa bassezza d’animo: le menzogne sfrontate, le frodi provate, le spudoratezze lampanti, tutto ciò che non dovrebbe durare più di un’ora e costituire la rovina dei colpevoli. Ma questi non hanno una discendenza? Non temono che il rossore della vergogna salga un giorno sui volti dei loro figli e dei loro nipoti?Ah, poveri pazzi! Sembra che neppure Ii sfiori l’idea che questa gogna, dove noi inchioderemo i loro nomi, è stata erettaproprio da loro. Voglio credere che si trattidi cervelli ottusi, nei quali un particolare ambiente e uno spirito professionaleabbiano provocato una deformazione. Come nei giudici di Rennes checondannano nuovamenteun innocente per salvare l’onore dell’esercito: si può immaginare qualcosa di più stupido? L’esercito, già! Lo hanno servito bene, compromettendolo in questa avventura scellerata. Sempre lo scopo volgare, immediato, senza alcuna accortezza per il domani! Bisognava salvare i pochi ufficiali colpevoli, a costo di un autentico suicidio del Consiglio di Guerra, di un sospetto gettato sull’alto comando ormai solida- le. E del resto, fa sempre parte dei loro crimini l’avere disonorato l’esercito ed essere stati gli artefici di nuovi disordini e di un rinnovato risentimento, al punto che se il governo pur di pacificare un po’ gli animi ha graziato l’innocente, lo ha fatto senza dubbio cedendo all’urgente bisogno di riparare l’errore, essendovi costretto dal rifiuto di rendere giustizia.Ma bisogna dimenticare, Signora, e soprattutto disprezzare. Nella vita è un grande sostegno disprezzare le viltà e gli oltraggi. Per me è stato salutare. Sono ormai quarant’ anni che lavoro, quarant’anni che mi tengo in piedi grazie al disprezzo per le ingiurie che mi è valsa ciascuna delle mie opere. E, dopo due anni che ci battiamo per la verità e la giustizia, l’ignobile moltitudine si è talmente ingrossata attorno a noi che ne usciamo corazzati per sempre, invulnerabili alle ferite. Per quanto mi riguarda, ho radiato dalla mia vita, i giornali ignobili, questi fantocci di melma. Non esistono più, salto il loro nome quando me lo trovo sotto gli occhi, salto perfino le note che citano i loro scritti. È una semplice norma d’igiene. Ignoro quel che fanno, il disprezzo li ha cacciati dalla mia mente in attesa che la fogna li spazzi via interamente.Ciò che io consiglio all’innocente è l’oblio sprezzante di tante atroci ingiurie. Egli è un uomo a parte, posto così in alto che non deve più esserne colpito. Che possa rivivere al Suo fianco, sotto il sole limpido, lontano dalle folle sediziose, per ascoltare soltanto il concerto di simpatia universale che sale verso di lui! Pace al martirizzato che ha tanto bisogno di riposo, e che attorno a lui nel rifugio dove Lei lo amerà e lo guarirà ci sia soltanto la carezza commosa delle persone e delle cose. Quanto a noi, Signora, continueremo la lotta, ci batteremo per la giustizia con la stessa tenacia di ieri. Ci occorre la riabilitazione dell’innocente, non tanto per riabilitare la persona, che ha già tanta gloria, quanto per riabilitare la Francia, che sicuramente potrebbe morire di questi eccessi d’ingiustizia.Il nostro sforzo futuro sarà quello di riabilitare la Francia agli occhi delle nazioni il giorno in cui casserà la sentenza infame. Un grande Paese non può vivere senza giustizia, e il nostro resterà in lutto fintanto che non avrà cancellate l’onta, questo schiaffo alla sua più alta giurisdizione, questo rifiuto del diritto che colpisce ogni cittadino. Nel momento in cui viene meno la garanzia delle leggi, i l legame sociale è sciolto e tutto crolla. E in questo rifiuto del diritto c’è stato un tale castello d’insolenze, un insieme di bravate così tracotanti, che non abbiamo neppure la speranza di far scendere il silenzio sul disastro, di seppellire il cadavere in segreto per non arrossire di fronte ai nostri vicini. Il mondo intero ha visto e ha capito; è davanti al mondo intero che la riparazione deve avvenire, tonante quanto I’errore.Volere una Francia senza onore, isolata e disprezzata, un sogno criminale. Senza dubbio gli stranieri verranno alla nostra Esposizione, non ho mai dubitato che essi invaderanno Parigi la prossima estate, come si corre ai baracconi della fiera tra lo splendore dei lumi e il baccano delle musiche. Ma può bastare alla nostra fierezza? Non dobbiamo tenere tanto alla stima quanto al denaro di quei visitatori venuti da ogni parte del globo? Festeggiamo la nostra industria, le nostre scienze, le nostre arti esponiamo i nostri lavori del secolo. Oseremo esporre la nostra giustizia? E immagino la caricatura straniera, l’isola del Diavolo ricostruita e mostrata al Champ de Mars. Brucio di vergogna, non capisco come l’Esposizione possa venire inaugurata senza che la Francia abbia ripreso il suo rango di nazione giusta. Che l’innocente sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui. Concludendo, torno a ripeterlo, Signora, Lei può affidarsi ai buoni cittadini che hanno fatto restituire la libertà a Suo marito e che gli faranno restituire l’onore. Nessuno abbandonerà il combattimento perché sono coscienti che lottando per la giustizia lottano per il Paese. L’ammirevole fratello dell’innocente darà loro ancora una volta esempio di coraggio e di saggezza. E poiché non abbiamo potuto, in un colpo solo, renderLe l’amato libero e puro dall’accusa menzognera, Le chiediamo soltanto ancora un po’ di pazienza, augurandoci che i Suoi figlioli non debbano crescere ancora moltoprima che il loro nome sia legalmente lavato da ogni macchia. Oggi il mio pensiero torna inevitabilmente verso quei cari bambini, e li vedo tra le braccia del padre. So con quale premura gelosa e con quale miracolo di delicatezza Lei li ha tenuti nella completa ignoranza. Credevano il loro padre in viaggio; poi la loro intelligenza ha finito per svegliarsi, diventavano esigenti, interrogavano, volevano una spiegazione per una così lunga assenza. Che dire loro, quando il martire era ancora laggiù nella tomba infame, quando la prova della sua innocenza risiedeva soltanto in qualche raro devoto? Il Suo cuore deve essersi spezzato orribilmente. Tuttavia, in queste ultime settimane, non appena l’innocenza ha brillato per tutti di una luminosità solare, avrei voluto che Lei prendesse per mano tutti e due i Suoi bambini e li conducesse nella prigione di Rennes, affinché avessero per sempre nella memoria il padre ritrovato là, cosparso d’eroismo. Avrei voluto che avesse detto loro che cosa aveva sofferto ingiustamente, quale grandezza morale era la sua, di quale appassionata tenerezza dovevano amarlo per fargli dimenticare l’ingiustizia degli uomini. Le loro piccole anime si sarebbero temprate in quel bagno di virtù.Del resto, non è tardi. Una sera, alla luce della lampada familiare, nella pace del focolare domestico, il padre li chiamerà a sé, li farà sedere sulle sue ginocchia, e racconterà loro tutta la tragica storia. Bisogna che sappiano affinché lo rispettino e adorino come merita. Quando avrà finito di raccontare, sapranno che non c’è al mondo un eroe più acclamato, un martire la cui sofferenza abbia sconvolto più profondamente i cuori. E saranno molto fieri di lui, porteranno il suo nome gloriandosene, come il nome di un coraggioso e di uno stoico che si è purificato fino al sublime, preda del più crudele dei destini che la scelleratezza e la viltà umane abbiano mai lasciato compiersi. Un giorno saranno i figli dei boia e non quelli dell’innocente che dovranno arrossire tra l’orrore universale.Voglia gradire, Signora, l’espressione del mio più profondo rispetto.

 

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