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«Revoca Autostrade costa 20 miliardi? Falso», dice Alpa, maestro di Conte

Il ponte Morandi crollato a Genova
Intervista al professore della Sapienza e presidente emerito del Cnf, fondatore dello studio legale a cui è associato il premier. «Se la concessione viene rescissa in virtù di un’accertata colpa della società, non deve essere pagato alcun indennizzo. Se pure una clausola prevedesse questo, sarebbe dichiarata nulla dal giudice»
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In queste ore la minaccia che incombe sullo Stato, cioè sugli italiani, ha un prezzo: 20 miliardi di euro. Una manovra economica di non lieve entità. È l’importo dell’indennizzo che il ministero dei Trasporti dovrebbe versare ad Autostrade per l’Italia in caso di revoca della concessione. Mal che vada Atlantia, ossia i Benetton, se ne uscirebbero con 20 miliardi netti. Possibile? Viene dato per scontato da tutte le analisi. «Ma ammesso che l’articolo 9 della concessione con Autostrade sia interpretabile così, ammesso che sia stato sancito l’obbligo per lo Stato di versare un indennizzo anche qualora la revoca derivi da un grave inadempimento, è evidente che una simile clausola sarebbe nulla. Più precisamente: sarebbe nulla qualora venisse individuata la colpa del debitore, cioè della società concessionaria. Eventuale colpa che andrà individuata con accertamenti tecnici».

Alpa viene tirato in ballo con una certa frequenza, da quando Giuseppe Conte è presidente del Consiglio. Il professore di Diritto civile della Sapienza è anche il titolare di uno dei più grandi studi legali associati del Paese, presso cui fino allo scorso 1° giugno ha svolto la propria attività di avvocato lo stesso Conte. È indiscutibile il prestigio di un giurista che fino al 2014 ha presieduto il Consiglio nazionale forense e che è stato – in certi casi è tuttora componente di quasi tutte le commissioni ministeriali di riforma in campo civile. Ed è dunque quanto meno temerario insinuare che le valutazioni fatte da Alpa su argomenti intrecciati all’attività di governo siano inesorabilmente velate da paterna benevolenza.

Professor Alpa, la concessione ad Autostrade per l’Italia può essere revocata solo a condizione che lo Stato sborsi 20 miliardi?

Premessa: qui si ragiona solo in astratto. Vanno prima accertate alcune cose. E tenuto conto di quelle evidenti. Tra queste ultime, c’è il fatto che l’esecuzione della prestazione, per quel tratto della rete autostradale, non è più possibile. Si deve stabilire chi ne ha colpa.

Ma in una concessione del genere è pacifico che i controlli spettino alla società privata?

I controlli sulla rete sono a carico del concessionario.

E se si accerta che il ponte è crollato per colpa del concessionario, cioè della società Autostrade per l’Italia?

Il contratto potrebbe essere risolto. L’eventuale pagamento di penali o di indennizzi per il mancato profitto sofferto dalla società concessionaria sarebbe superato dall’obbligo di risarcire il danno.

Quindi non è vero che lo Stato dovrebbe in ogni caso pagare 20 miliardi, per la revoca?

No, non è vero. Ma non è che ci sia una qualche imprevedibile originalità in questo: nel Codice degli appalti c’è all’articolo 176 una disposizione in base alla quale il contratto di concessione può essere risolto in caso di colpa della stazione appaltante, ossia del ministero dei Trasporti, o del concessionario. Nel caso di quel tratto autostradale, e sempre qualora venisse accertata la colpa della società concessionaria, la stazione appaltante può chiedere, oltre alla revoca della concessione, anche il risarcimento del danno. Lo dice anche l’articolo 1453 del Codice civile.

Va bene professore, ma in queste ore si cita l’articolo 9 della concessione con Autostrade, secondo cui lo Stato dovrebbe in ogni caso versare un indennizzo pari ai mancati ricavi da qui al 2042.

Se pure la concessione prevedesse che anche in caso di colpa del concessionario lo Stato dovrebbe versare l’indennizzo, tale clausola sarebbe dichiarata nulla dal giudice. Il debitore è tenuto a eseguire la prestazione, se non la esegue deve risarcire il danno. Non c’è alcuna clausola contrattuale che possa legittimare l’inadempimento del concessionario. Il quale non può dire ‘ eseguo il contratto solo se mi va’. Restano solo un interrogativo e un’ incognita.

A cosa si riferisce?

L’interrogativo riguarda il motivo per cui gran parte degli allegati che accompagnano la concessione ad Autostrade è stata secretata.

E l’incognita?

Resta da stabilire se la revocabilità riguardi l’intera concessione o solo la parte relativa al tratto autostradale interessato dal crollo. Quello dell’inadempimento parziale è un problema molto discusso in dottrina.

In queste ore Autostrade per l’Italia si dice pronta a ricostruire il ponte entro il 2019: è una proposta transattiva o un obbligo?

Tra gli obblighi vi è certamente il mantenimento della funzionalità delle infrastrutture (in effetti sancito all’articolo 3, comma 1, lettera B della concessione ad Autostrade per l’Italia, ndr) . Tale mantenimento si esplica anche con la manutenzione e riparazione tempestiva delle stesse.

Quindi Autostrade per l’Italia è obbligata a ricostruire il ponte, non lo farebbe in virtù di una propria particolare generosità.

È obbligata, certo. Ma basta richiamarsi al Codice degli appalti, secondo cui, qualora ci sia un risarcimento a carico del concessionario, questo può essere riconosciuto anche in forma specifica. Cioè, non in denaro ma con l’esecuzione di opere, quindi con il rifacimento del ponte Morandi.

Ma in questo caso in cosa consiste di preciso l’inadempimento?

Oltre che nei mancati controlli, anche nella oggettiva impossibilità di esecuzione della prestazione, a causa del venir meno della viabilità in quel tratto, se venuta meno per colpa del concessionario. In proposito, va notato come il ponte crollato facesse parte di uno snodo cruciale della rete, e la concessione andrebbe riletta anche per capire se lo Stato può nominare un commissario ad acta anziché lasciare che sia il concessionario a gestire la rimodulazione della viabilità. Ci sono diverse decisioni da prendere, compresi l’eventuale abbattimento dei tronconi e delle case sottostanti.

La quantità di danni da risarcire è enorme.

C’è una miriade di danni per i quali si dovrebbe stabilire se hanno natura indiretta e sono dunque non risarcibili, come per il caso di chi per esempio a causa del crollo ha dovuto percorrere un tratto autostradale più lungo. Ma non sono in grado di rispondere sulla natura giuridica di tali danni perché il caso non ha precedenti. Certo non si è trattato di una fatalità, quali sarebbero un terremoto o un’alluvione. Si dovrà capire se c’è stata una carenza di manutenzione. Era stato rinviato a settembre il rafforzamento dei tiranti. Comprensibile che si ritenesse difficile eseguire un’opera simile ad agosto, ma la domanda è: perché i sensori che avrebbero dovuto allertare sul pericolo non hanno funzionato?

Responsabilità enormi come la gestione di migliaia di chilometri di autostrade non dovrebbero restare in mano pubblica?

Da molti anni ci sono funzioni pubbliche affidate a privati in virtù di un’effettiva superiore efficienza. È accettabile a condizione che il risultato sia almeno equiparabile a quello che si avrebbe con una gestione diretta dello Stato. Ma a proposito dell’enormità, c’è un quesito meno ambizioso che vorrei porre: perché la proroga di una concessione di così grande rilievo, le cui clausole dovrebbero essere rivedibili anche per verificarne l’adeguatezza, era stata inserita a suo tempo nel decreto milleproroghe? In provvedimenti del genere finiscono di solito questioni come l’uso dei Codici negli esami da avvocato, non ci si dovrebbero trovare opere così importanti.

 

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