Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Lodi, il suicidio di Raimondo senza un aiuto psicologico

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Il carcere è un sistema complesso. Quando viene a mancare uno o più degli elementi e delle figure, fondamentali, che lo compongono, collassa». Così Mauro Toffetti, presidente dell’associazione Opera Radicale, cristallizza le problematiche riscontrate nel carcere di Lodi. Una delegazione del Partito Radicale, con Simona Giannetti, Paola Maria Gianotti, Luca Arosio e lo stesso Mauro Toffetti, organizzata da Opera Radicale, ha fatto visita al carcere nel giorno di Ferragosto. Proprio nel penitenziario dove, domenica notte, si è ucciso un detenuto. È una dei componenti della delegazione radicale, l’avvocata Simona Giannetti, a raccontare a Il Dubbio gli eventi che avrebbero portato al suicidio Raimondo Cristiano. «Scendendo al piano terra – spiega l’avvocata Giannetti -, arriviamo davanti alla cella numero 9, sulla cui serratura si trova la striscia adesiva rossa, che appone i sigilli alla porta di ferro. ‘ Era la cella di Raimondo Cristiano, che domenica sera nella doccia si è tolto la vita”, così ci dice il suo ‘ concellino’». Alla delegazione di Opera Radicale, l’ex compagno di cella aggiunge anche che Armando era un uomo schivo, che parlava poco, aveva una fidanzata molto più giovane di lui che lo andava a trovare ad ogni colloquio, mentre quelli con la famiglia erano più sporadici. Raimondo avrebbe appreso della sentenza di condanna ad 8 anni di reclusione per associazione dedita allo spaccio di hashish stando in cella: l’ispettore conferma alla delegazione che decise di non andare a Trieste e di rinunciare a comparire all’udienza. «La spiegazione che cercano di fornire i detenuti – prosegue la radicale Simona Giannetti -, che vogliono parlarci di lui, è per lo più legata all’inatteso esito del processo: “Non si aspettava una condanna ad 8 anni’, ci dicono tutti». L’ispettore che guida la delegazione, alle domande risponde che non si dà spiegazioni, ma aggiunge che il sabato, il giorno prima del tragico fatto, Armando aveva incontrato a colloquio la fidanzata e sembrava averle detto che voleva lasciarla perché lei era giovane e la sua vita futura era invece stata segnata da quella sentenza. «Anche se gli altri detenuti confermano che l’avvocato aveva cercato di dargli un prospettiva – racconta sempre Giannetti -, confermandogli che ci sarebbe stato l’appello, per Armando, dicono i suoi compagni di detenzione, 8 anni erano forse troppi per non sentirsi disperato».

Ogni suicidio ha dietro una storia a se, ma tutto rientra nella drammaticità della reclusione, l’esisto delle condanne, il buio che uno si ritrova di fronte e anche la perdita degli affetti. Strazi che forse potrebbero attenuarsi con l’aiuto di figure come uno psicologo o uno psichiatrica. Il carcere di Lodi – problema che riguarda tutte le carceri italiane – non ne ha a sufficienza. Quando i componenti di Opera Radicale chiedono se ci sia una sezione per la psicopatia, oltre al presidio medico presente stabilmente con un medico e un infermiere ogni giorno fino alle 20.00 di sera, viene spiegato che lo psichiatra è previsto solo un giorno a settimana. I detenuti che volessero un sostegno psicologico dovrebbero mettersi in lista per il colloquio e attendere una settimana nel caso la necessità insorgesse proprio nel giorno successivo al turno. «Questa non può che considerarsi una grave criticità – racconta sempre Giannetti -, ancor più evidente quando veniamo a sapere che, non disponendo il carcere di una sezione per detenuti con psicopatie, un giovane schizofrenico è costretto suo malgrado, perché vorrebbe stare da solo, a condividere la cella con altro detenuto in regime non attenuato e senza un costante sostegno psichiatrico». Continuando il giro dei tre piani su cui si sviluppa la struttura, certamente vecchia ma non fatiscente, la delegazione approda alla sezione aperta: i detenuti sono in parte definitivi, un metà, per la maggior parte in esecuzione di pene che si aggirano attorno ai tre o quattro anni.

Sorge il dubbio del funzionamento delle misure alternative, laddove molti di loro potrebbero essere già in affidamento o in detenzione domiciliare e invece sono in attesa dei lunghi tempi di fissazione dell’udienza al Tribunale di Sorveglianza. Alla domanda posta dalla delegazione radicale sulla frequenza dei colloqui con il Magistrato di Sorveglianza, gli sguardi non sono rassicuranti e qualcuno risponde con schiettezza: «Il Magistrato non lo vediamo mai». Psicologo e Magistrato di Sorveglianza sono i grandi assenti, ma anche le figure chiave per un’esecuzione della pena secondo dignità e in funzione riedu-

 

Ultime News

Articoli Correlati