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Fratello Marte portaci via…

Dalla scienza alla letteratura: l'attrazione fatale degli umani per il pianeta rosso
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E dunque c’è vita su Marte come si chiedeva uno stralunato David Bowie nel lontano 1971. O almeno la sua premessa: un lago di acqua liquida di venti chilometri quadrati, 1500 metri sotto la calotta polare “scovato” dal radar italiano Marsis. Acqua liquida, ovvero il brodo primordiale che sul nostro pianeta ha dato luogo alle prime catene di aminoacidi, eppoi alle prime proteine e infine ai primi esseri unicellulari.

Certo, le condizioni sono molto diverse, la distanza dal sole, la temperatura del pianeta, la mancanza di atmosfera e di campo magnetico forse non possono permettere quella prodigiosa combinazione di elementi che, quattro miliardi di anni fa, fece apparire la prima forma di vita sulla Terra. Forse. Ma la scoperta dell’Agenzia spaziale europea ( Esa) rimane sensazionale, perché ci dice che la vita sul pianeta rosso è un evento possibile e non un’utopia fantasy. E allo stesso tempo ricongiunge il filo della realtà con la linea frastagliata della nostra immaginazione che prende improvvisamente corpo e sostanza.

Stelle, pianeti, comete trafiggono il cielo dalla notte dei tempi ( che in realtà è un lampo, poche migliaia di anni confrontate ai 14 miliardi che fanno età dell’universo) e nessun corpo celeste più di Marte ha esercitato influenza sulla nostra storia e sulla nostra cultura, dalle superstizioni primitive ai miti della classicità, dalla letteratura al cinema, dalla musica alla pittura, e persino alla satira.

Lo osserviamo dal decimo secolo avanti Cristo, dagli occhi dei sapienti cinesi della dinastia Zhu, da quelli degli astronomi babilonesi e greci che ingabbiavano i suoi movimenti nello schema geocentrico. A mano a mano che la visione si affina, lievitano le suggestioni, le allegorie: Marte Dio della guerra figlio di Giove e Giunone, scarlatto come il sangue dei caduti, protagonista impetuoso dello Zodiaco.

Quando i primi rudimentali cannocchiali lo inquadrano nelle proprie lenti e i filosofi nella cosmologia eliocentrica, Marte però si avvicina minaccioso alla Terra ( o forse siamo noi ad avvicinarci a lui): non è più il simbolo di attributi mondani, un talismano per Dei capricciosi, ma lo specchio deformato dell’alterità in senso stretto.

Un pianeta come il nostro, magari abitato come il nostro e forse da creature simili a noi. Il progresso tecnologico grazie a telescopi sempre più sofisticati ci aiuta a esplorare la sua geografia, la sua evoluzione geologica, il suo clima. Le illusioni ottiche però rimangono e si alimentano di curiosità e paure, come la celebre querelle sui suoi “canali” osservarti da Schiaparelli alla fine del 19esimo secolo che l’astronomo americano Percival Lowell credeva fossero di natura artificiale: «I marziani costruiscono gallerie di migliaia di chilometri», scriveva allora la stampa popolare, solleticando i timori ancestrali dell’invasione aliena.

I marziani sono un’antonomasia, tutti gli extraterrestri da qualsiasi pianeta o galassia essi provengano sono “marziani”. E rappresentano una limpida metafora dello straniero, dell’altro, che durante la Guerra Fredda si tinge di connotazioni politiche: pianeta rosso come la bandiera del comunismo, ideologia “disumana” per definizione. Se il cinema hollywoodiano si getta a capofitto nella propaganda – si pensi a L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel- la letteratura gioca sul doppio registro, sfrutta i cliché per lanciare messaggi rovesciati e la fantascienza, genere lettario agli albori, si nutre come un avido poppante della simbologia marziana.

Nel bellissimo incipit de La guerra dei mondi, il britannico H. G. Wells si serve dell’espediente letterario della minaccia aliena per tracciare un impietoso ritratto della condizione umana: «Nessuno avrebbe creduto che le cose della Terra fossero acutamente e attentamente osservate da intelligenze superiori a quelle degli uomini e tuttavia, come queste, mortali; che l’umanità intenta alle proprie faccende venisse scrutata e studiata, quasi forse con la stessa minuzia con cui un uomo potrebbe scrutare al microscopio le creature effimere che brulicano e si moltiplicano in una goccia d’acqua. Gli uomini, infinitamente soddisfatti di se stessi, percorrevano il globo in lungo e in largo dietro alle loro piccole faccende, tranquilli nella loro sicurezza d’esser padroni della materia. Non è escluso che i microbi sotto il microscopio facciano lo stesso».

Nelle Cronache Marziane di Ray Bradbury gli abitanti del pianeta rosso hanno la pelle color rame e gli occhi dorati, hanno costruito superbe metropoli e vivono nella pace, una civiltà progredita che ha realizzato il mitico “sogno americano”. Solo che il sogno si trasforma presto in incubo; i terrestri egoisti e predatori conquistano e colonizzano Marte e in poco tempo suoi abitanti diventano quasi invisibili, fantasmi sradicati dalla violenza umana: «Noi terrestri abbiamo il genio di rovinare le cose grandi e belle», scriveva Bradbury che si mette dalla parte degli alieni, specchio stavolta virtuoso di quel che l’umanità dovrebbe essere.

Anche lo scrittore russo Isaac Asimov parteggia per le verdi creature e nel suo Maledetti marziani dipinge una cività terrestre cinica e spietata che depreda il pianeta delle risorse idriche costringendo i suoi abitanti a un epico viaggio verso gli anelli ghiacciati di Saturno.

 

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