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Quel giorno a Mogadiscio dietro donne e bambini c’erano i kalashnikov

25 anni fa, in Somalia, la "Battaglia del Pastificio" in cui persero la vita tre militari italiani
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Il posto di blocco era stato ribattezzato “Pasta”. Prendeva il nome da un vecchio edificio di un giallo scrostato, l’ex pastificio della Barilla retaggio dell’occupazione italiana di Mogadiscio, durata fino agli anni Sessanta. Per questo l’imboscata, il primo scontro in cui persero la vita militari italiani dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è conosciuta come la “Battaglia del Pastificio”. Il bilancio: tre caduti e 22 feriti per parte italiana, tra i quali e l’allora sottotenente Gianfranco Paglia, colpito da tre proiettili e rimasto paralizzato. Per i somali, 67 morti e 103 i feriti.

La missione inizia nel 1992, quando l’esercito italiano della “missione Ibis” invia nella capitale del Corno D’Africa sconvolta dalla guerra civile i paracadutisti del Col Moschin, i soldati della brigata “Folgore”, il XXIV gruppo navale del battaglione San Marco con 400 marò di appoggio. L’operazione Onu in Somalia, coordinata dagli Stati Uniti è la “Restor hope”: l’obiettivo è ristabilire la pace nello stato africano e, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, il mandato prevede «l’utilizzo di tutti i mezzi necessari», dunque anche quello delle armi. Gli americani sbarcano il 4 dicembre 1992, gli italiani esattamente nove giorni dopo: mettono in sicurezza la via Imperiale, una strada larga che attraversa trasversalmente Mogadiscio costruita durante l’occupazione coloniale italiana, con cinque check point: Ferro, Demonio, Banca, Obelisco e Pasta. Scopo della missione: assistere la popolazione locale, ricreare la struttura statale e demilitarizzare la città, disarmando le fazioni dei signori della guerra.

L’operazione si presenta subito complicata: la città è completamente distrutta, l’ambiente ostile per le condizioni climatiche estreme sotto il sole dell’equatore, la logistica complicata per l’esiguità dei mezzi e l’estensione del territorio da monitorare. Caldo e mace- rie. A raccontarla, oggi, a venticinque anni di distanza, è il Tenente Colonnello, Gianfranco Paglia: «Gli anziani raccontavano di una città bellissima, di cui conservavano e mostravano vecchie cartoline. Durante la guerra molte famiglie l’avevano abbandonata per fuggire nel deserto e ora stavano tornando, quasi invadendola, e dormivano tra le macerie. Io arrivai a Mogadiscio il 28 maggio del 1993, come membro dei “Diavoli neri”, compagnia meccanizzata con mezzi cingolati e deputata al controllo dei check point, alle distribuzioni umanitarie e alle operazioni di rastrellamento alla ricerca di armi». Nei primi tempi, i rapporti con la popolazione locale sono buoni: i soldati italiani godono di stima in tutti i luoghi di guerra. Paglia ricorda che quello italiano «era percepito come un contingente che interveniva per portare la pace», ma che la città era divisa in fazioni, «quella di Alì Mahdi che era favorevole alla nostra presenza e quella di Adid, che invece la avversava».

Ai primi di luglio, però, la tensione deflagra. Il 2 luglio viene ordinata un’operazione di imponenti dimensioni per il contingente italiano. Si chiama “Canguro 11” e prevede l’ennesimo rastrellamento alla ricerca di armi in un centro abitato, con l’ausilio di forze di polizia somale. La colonna dei mezzi si muove verso le sei del mattino attraverso le strade semideserte, in un quadrilatero i 400 metri per 700 compreso tra i posti di blocco “Pasta” e “Ferro”. Il Comando coinvolge i soldati di stanza a Mogadiscio e quelli di Balad, poco a nord del capoluogo, tra cui anche Paglia. Inizia il rastrellamento, casa per casa, e la missione si conclude dopo molte ore, con parecchi depositi scoperti e alcuni fermati da portare alla base per essere interrogati. Conclusa la missione, il contingente si divide in due gruppi: uno diretto a “Ferro” e l’altro a “Pasta”. L’aria, però, si fa tesa. I soldati percepiscono un cambiamento nella popolazione che li circonda, si sentono spari in lontananza e i poliziotti somali iniziano a sparire. L’allora sottotenente Paglia è nella colonna che sta proseguendo verso nord, ma d’improvviso l’ordine cambia: «Stavamo tornando a Balad, a circa 20 chilometri dal centro, ma venimmo richiamati, perchè ci dissero che c’erano problemi a “Pasta”, così rimodulammo il dispositivo e tornammo indietro». A Mogadiscio è scattata l’imboscata: prima una sassaiola con lanci di pietre e oggetti da parte dei locali, poi, da dietro le donne e i bambini e dai tetti delle case, spuntano i kalashnikov. Gli italiani sono accerchiati, le strade laterali interrotte dalle barricate e i miliziani sparano. Il contingente diretto a Balad, appena rientrato, incontra le prime barricate e i copertoni bruciati: «La popolazione locale cominciò a tirarci le pietre, poi i miliziani aprirono il fuoco. Noi immediatamente iniziammo a portare via i feriti: nel mio mezzo ne avevo alcuni a bordo e avevo l’ordine di portarli al sicuro. Ripassai nella zona dell’attentato, la superai fino a raggiungere il ceck point “Ferro”. Una volta lasciati i compagni, ci organizzammo per rientrare a “Pasta” dove continuavano i combattimenti». E’ a quel punto che scatta un altro agguato. «Fummo di nuovo bloccati dagli spari: il sottotenente Andrea Millevoi morì. Io, sicuramente molto più fortunato, venni ferito da tre colpi di kalashnikov».

Gli scontri si concludono verso le 13, dopo tre ore di fuoco. Le truppe italiane abbandonano i checkpoint Pasta e Ferro, perchè il comando valuta che tenerli avrebbe significato una battaglia campale per le strade della città. Li riconquistano una settimana dopo, «senza armi ma col megafono», come spiega il Tenente Colonnello Paglia. Gli italiani, infatti, non rispettano l’ordine dell’Onu di utilizzare la forza e decidono di muoversi attraverso negoziati con i locali. «La scelta pagò: nei giorni successivi agli scontri i check point vennero controllati nai nigeriani, che fecero sei morti solo nella prima notte. Noi riprendemmo “Pasta” senza sparare un proiettile». Impossibile, ancora oggi, stabilire quali sono state le cause di un attacco così feroce. «Non sapremo mai la verità: alcuni dissero che ci eravamo avvicinati troppo al nascondiglio di Adid, altri che stavamo per scoprire un grosso deposito di armi. Di certo c’è solo che quel giorno demmo fastidio a qualcuno», sintetizza in modo netto Paglia. Lui, il ferito più grave, viene ricoverato all’ospedale americano di di Mogadiscio e riapre gli occhi solo tre giorni dopo il massacro. Un mese dopo, scopre che il proiettile che gli ha attraversato la spina dorsale gli ha lesionato in modo permanente il midollo, costringendolo su su una sedia a rotelle. Nonostante questo, nel 1997 ritorna in servizio e poco dopo parte con la missione italiana in Bosnia. «Sono stato fortunato, perchè il mio Paese mi ha dato l’opportunità con il ruolo d’onore di poter continuare a servirlo», si limita ad aggiungere, ma la voce gli si fa forte quando racconta le missioni successive: «Avevo paura di rimanere dietro una scrivania, invece il problema della sedia a rotelle non si è mai posto: ho partecipato alle missioni in Iraq, Libano e Kosovo. Non ho potuto essere operativo come prima, ma ho potuto occuparmi del settore umanitario». Quello di Paglia è stato il primo caso in Italia di rientro in servizio di una Medaglia d’Oro al Valor Militare, ricevuta il 17 marzo 1995 perchè “incurante dell’incessante fuoco nemico, coordinava l’azione dei propri uomini, contrastando con l’armamento di bordo l’attacco nemico. Per conferire più efficacia alla sua azione di fuoco si sporgeva con l’intero busto fuori dal mezzo esponendosi al tiro dei cecchini che lo colpivano ripetutamente”. A chi gli chiede che ricordo conservi dei mesi in Somalia, la risposta è «un ricordo positivo. Andavo a Mogadiscio per una operazione di pace e ho fatto il mio dovere».

 

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