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«I colossi del web sono aziende: non difendono i diritti, tutelano solo il loro profitto»

Caso Wikipedia, intervista a Virgilio D’Antonio, professore di diritto comparato dell’informazione
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«È stata usata la bandiera della libertà di espressione per coprire una realtà che ha poco a che fare con la libertà e molto col denaro». Virgilio D’Antonio, professore di diritto privato e di diritto comparato dell’informazione presso l’Università di Salerno, commenta così la disputa tra Unione Europea e colossi del web sulla direttiva in materia di copyright.

Perchè la direttiva ha sollevato tutto questo scalpore?

La proposta aveva la finalità di omogeneizzare e ammodernare le norme europee sul copyright, a fronte delle novità di un mercato digitale in cui il diritto d’autore è messo in discussione dalle nuove tecnologie web. I profili più criticati erano due: l’introduzione per gli stakeholder come Youtube di “upload filter”, ovvero filtri automatici volti a verificare preventivamente la legittimità dei contenuti caricati dagli utenti; poi la cosiddetta “link tax”, che, in realtà, non è una imposta, bensì la previsione di un equo compenso che i fornitori di servizi online, come Google o Facebook, dovrebbero pagare in favore degli editori per la pubblicazione di link e/ o snippet, utilizzati per finalità commerciali.

La protesta più evidente è stata quella di Wikipedia, che ha oscurato le sue pagine europee per giorni.

Wikipedia ha usato una tecnica di protesta ben nota ai colossi del web: giocare sul ‘ bisogno’ degli utenti. In questo modo il dibattito è stato polarizzato come in una sorta di battaglia per la democrazia digitale, dove i grandi operatori del web si sono proposti come primi garanti delle libertà individuali.

E non è così?

Io credo sia stata una strumentalizzazione: è vero che quando si parla di web imporre limitazioni può essere pericoloso, ma la libertà di espressione in questo caso è stata usata come strumento per coprire le finalità commerciali delle grandi multinazionali. Siamo veramente convinti che il sistema attuale, in cui gran parte dei contenuti vengono utilizzati senza controllo e senza alcuna forma di remunerazione in favore di autori ed editori, sia garanzia di pluralismo e libertà? Il nocciolo della questione è che il diritto d’autore è, appunto, un diritto e non può essere obliterato completamente, utilizzando come ‘ paravento’ la libertà d’espressione: bisogna trovare garanzie per tutelare anche online la proprietà intellettuale.

Non è velleitario pensare a limiti europei per una realtà come il web che è, per antonomasia, globale?

Questo è il grande problema su cui parlamenti e giuristi si interrogano da decenni: il diritto è concepito come dimensione nazionale, il web è di per sé sovranazionale e rinnega steccati ( e regole) territoriali. Però non si può rinunciare a qualsivoglia forma di regolamentazione, perché significherebbe abbandonare la rete al far west ed a logiche monopolizzatrici, in favore di grandi gruppi economici e di potere che non dialogano con le realtà statali e, di certo, oltre la retorica, non hanno come finalità primarie l’affermazione e la tutela delle libertà individuali.

In questo scontro ha vinto la democrazia del web o le lobby del web?

Assolutamente le lobby, che hanno ottenuto lo slittamento a settembre della direttiva, con modifiche probabilmente profonde. Il testo era certamente perfettibile, ciò non toglie che gli operatori del web hanno esercitato una pressione fortissima, strumentalizzando il concetto di democrazia digitale per mascherare un problema tutto economico: se la direttiva fosse passata, sarebbero stati costretti a pagare, invece per loro è più conveniente utilizzare contenuti gratuitamente, anche se coperti dal diritto d’autore. Dobbiamo uscire dalla logica secondo cui determinate regole valgono soltanto fuori dalla rete, mentre il web resta una sorta di ‘ land of no rules’. Assenza di regole non vuol dire, di per sé, garanzia di maggiore libertà.

Come si concilia il diritto d’autore con la libertà di espressione che è la regola cardine del web?

I grandi operatori vorrebbero far passare l’idea che online tutto deve essere libero e che quasi non esista il copyright. In realtà, sono loro stessi i primi a intentare cause milionarie per proteggere proprietà intellettuali: basti pensare al pluricontenzioso tra Apple e Samsung oppure a quello più recente tra Google e Uber. Sembrerebbe quasi che determinati diritti esistano quando sono in capo ad alcuni, mentre possano essere sacrificati sull’altare della libertà quando diventano economicamente poco convenienti per un certo business model.

Dietro la difesa della democrazia digitale c’è in realtà solo la vecchia legge del mercato?

Stiamo parlando di imprese, che per antonomasia perseguono il profitto e non hanno come scopo la difesa dei diritti. Il dibattito sulla direttiva si intreccia con quello sulla libertà, ma ritengo che chi questo dibattito ha governato avesse a cuore non tanto logiche ideali, quanto di profitto. È giusto che si discuta, ma bisogna anche riaffermare con fermezza che introdurre forme di remunerazione per la proprietà intellettuale non significa per forza attentare alla democrazia della rete: anche il diritto d’autore è un diritto fondamentale per le democrazie dell’era digitale.

 

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