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Il genio di Aldo Loris Rossi e quella sua utopia radicale

E' morto a 85 anni l'architetto Aldo Loris Rossi, docente di Progettazione Architettonica alla Federico II di Napoli, esponente del Razionalismo italiano
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In tanti devono ringraziare Marco Pannella se il nome di Aldo Loris Rossi è loro familiare. Pannella da Radio Radicale e ovunque poteva parlava del rischio costituito dal Vesuvio e dai Campi Flegrei, della possibilità stimata da prestigiosi scienziati di tutto il mondo di una nuova possibile Pompei, in grado di devastare Napoli e dintorni; di nessun serio piano di emergenza; ed ecco che cita per competenza e concretezza, Aldo Loris Rossi, che di queste cose, e del suo cavallo di battaglia di sempre: una nuova concezione urbanistica per la città, per l’intero Paese.

Così Aldo frequenta congressi e riunioni radicali, comincia a tenere una serie di conversazioni per una rubrica curata da Enrico Salvadori, ‘ Overshoot’; e con il suo eloquio semplice e dotto, il marcatissimo accento napoletano venato di irresistibile ironia, rende popolari tematiche astruse. Un qualcosa, per intenderci, come l’indimenticabile ‘ Non è mai troppo tardi’ del maestro Alberto Manzi grazie al quale milioni di italiani analfabeti hanno imparato a leggere e scrivere.

Irpino di nascita ( Bisaccia), napoletanissimo di fatto, Aldo per tanti anni è docente di Progettazione Architettonica alla Facoltà di Architettura dell’università Federico II, esponente di spicco di quella ‘ corrente’ chiamata ‘ Razionalismo italiano’. Tra i suoi tanti progetti, la Casa dei lavoratori portuali nel porto di Napoli, un edificio residenziale in via San Giacomo dei Capri sempre a Napoli, la stazione di Moregine della Circumvesuviana a Castellammare di Stabia, il complesso parrocchiale di Santa Maria della Libera a Portici.

Ai suoi studenti, come esordio, dice subito: ‘ Regola numero uno, rompete le scatole’. Sottinteso: in caso contrario meglio che cambiate corso e docente.

Poliedrico, fantasioso, irrequieto: allievo di Frank Lloyd Wright, non si risparmia altre fonti d’ispirazione: l’espressionismo, futurismo, neoplasticismo, costruttivismo, sempre, comunque, in stretto connubio con in temi del Movimento Moderno ed all’interno delle tante declinazioni del Razionalismo Italiano.

La sua vita una sorta di romanzo: classe 1933, figlio di operai, accademico emerito delle arti del disegno di Firenze e vincitore di concorsi internazionali e nazionali. Autodidatta, impara arte e mestiere mentre viaggia tra autostop e borse di studio, dalla Norvegia alla Grecia, dalla Russia alla Cina; visita, rileva, disegna e scatta migliaia di fotografie: in archivio Oltre 40mila diapositive di tutto il meglio che c’è nel mondo. Frequenta artisti, architetti e letterati, si appassiona alle opere di Paolo Soleri e a quelle di Roberto Pane, che considera i migliori, partecipa a gruppi e riviste di assoluta ‘ rottura’.

La sua ricorrente denuncia: ‘ Napoli è stata devastata da una serie di palazzi terrificanti, quadrati, scatolari appunto. E io li ho sempre detestati. Il mio modello era ed è la diversità, anzi la bio diversità’. Per lui l’architettura è una sorta di organismo vivente, umano: ‘ Gli edifici non devono imporsi ma identificarsi con l’ambiente. Li immagino come una protesi della natura nel trapasso da una visione meccanicista dell’architettura a una organica ed ecologica’.

Si definisce ‘ anarchico, libertario, espressionista e futuribile, ateo e amico di Pannella dal ‘ 58’. Con i colleghi è severo. Li definisce ‘ scatolari’. Sono quelli che ‘ costruivano i palazzi quadrati… scatole. Completamente asserviti alla partitocrazia e infatti hanno goduto tutti di incarichi lottizzati. A Napoli se viviamo in questo obbrobrio è anche colpa loro. Ragion per cui mi sono sempre posto in una condizione di volontario isolamento dall’ambiente accademico, sia come professionista che come docente universitario’.

Qualche personale ricordo: le ore trascorse incantato dalla sua straordinaria capacità affabulativa mentre ‘ descrive’ la sua proposta insieme rivoluzionaria e utopica: la necessità di rottamare quella che definisce la spazzatura edilizia postbellica, senza qualità, interesse storico ed efficienza antisismica. Un qualcosa di ciclopico visto che riguarderebbe almeno 40mila vani costruiti tra il 1945 e il 1975. E però dice che lo Stato riuscirebbe addirittura a risparmiare, se si decidesse di ricostruire tutto secondo criteri come quelli usati in Giappone, piuttosto che cercare di rimediare dopo ogni disastro e terremoto. Sono le parole di un utopista visionario? Sì, perché in Italia chi è capace di prendere una simile decisione? E tuttavia, le cifre, nella loro aridità, fanno pensare. Prendiamo gli ultimi importanti terremoti: Belice, Friuli, Irpinia, Umbria, Abruzzo, Emilia. I costi per la ricostruzione di un chilometro quadrato di area colpita oscillano tra 60 e 200 milioni di euro; il costo medio della ricostruzione di un singolo comune varia tra i 270 e i 1400 milioni di euro; il costo medio per abitante residente nell’area colpita oscilla tra 270mila e i 783mila euro. I costi dei terremoti e dei disastri ambientali tra il 1968 e il 2003 oscillano sui 146 miliardi di euro. Paese estremamente vulnerabile l’Italia, pensate: il 44 per cento del territorio si trova nella condizione di elevato rischio sismico; significa il 36 per cento dei comuni italiani, oltre 21 milioni di persone. E questo senza considerare i costi in termini di vite umane e il patrimonio culturale che viene distrutto.

Quanti per esempio ricordano che l’Italia è stata colpita da almeno 30 terremoti distruttivi, di magnitudo intorno a 7, che hanno prodotto moltitudini di morti e rovine infinite? Quanti sanno che poco più di tre secoli fa ( era il 1693), un terremoto ha distrutto Catania, Siracusa, Ragusa, Modica e tutta la Val di Noto? Quanti sanno che due secoli dopo ( era il 1908), un terremoto ha distrutto Messina e le Calabrie, uccidendo 100mila cittadini? Quanti sanno che oggi, in Sicilia, lo splendore del barocco nasconde situazioni di estrema vulnerabilità? Quanti hanno sentito parlare dei terrificanti clustering che hanno colpito più volte la Calabria – 2 e addirittura 3 terremoti distruttivi in soli due mesi, prima nel ‘ 600 e poi a fine ‘ 700, mentre fra i due terremoti catastrofici del 1905 e del 1908 passarono solo 3 anni? Quanti conoscono i disastri successivi a Pompei? Gli studi condotti sugli eventi del passato forniscono tutte le informazioni necessarie per decidere. Quegli studi predicono il futuro. Oggi siamo in grado di prevedere i terremoti e la loro entità, rimanendo oscuro solo il “quando”; possiamo valutare per ciascun centro abitato qual è il rischio a cui è esposto e qual è la sua vulnerabilità. Saremmo perciò in grado di limitare fortemente i danni.

Quello che avviene dopo ogni terremoto, la dimenticanza dopo i lamenti e le critiche dei primi giorni, è la prova che fare prevenzione sismica continua ad essere una missione impossibile. Ed è questione che, sicuramente, non vale per la sola Italia.

Tutto questo ci riporta ad Aldo Loris Rossi, alla sua “utopia”. Questo è l’Aldo che conosco, piango e di cui avremo nostalgia e che ci mancherà. Che la terra ti sia lieve, Maestro.

 

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