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«Ora vi racconto la mia Ginzburg, donna austera e passionale»

Intervista a Sandra Petrignani, finalista al Premio Strega con “La corsara”
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La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza) segna una nuova partenza e traccia una differente memoria di una scrittrice decisiva per la nostra cultura. Emergono la spiritualità unita alla ruvidezza della Ginzburg, la sua passionalità così poco raccontata. Insieme a Natalia riaffiorano la storia, la verità di un mondo editoriale scomparso, di universo intellettuale fatto di complicata umanità, indiscusso talento, feroce intelligenza, profonda meraviglia. Sandra Petrignani ci ha regalato negli anni libri irrinunciabili, affreschi capaci di farci conoscere e di salvare dalla dimenticanza epoche e personalità della cultura. Suoi sono, tra gli altri, La scrittrice abita qui (2002), Addio a Roma (2012), Marguerite (2014). Con La corsara è approdata alla cinquina del premio Strega, di cui conosceremo il vincitore il 5 luglio.

C’è una ragione particolare per cui pensa sia importante rimettere al centro della discussione un’intellettuale come Natalia Ginzburg oggi?

La ragione è che Natalia Ginzburg è una grande scrittrice italiana, opinionista e commediografa, ha svolto un importante lavoro editoriale ed è stata anche eletta in Parlamento per due legislature negli ultimi anni della sua vita. Può bastare, no?

Lei l’ha conosciuta nella vita reale. Com’è cambiata ai suoi occhi dopo il lungo viaggio compiuto per scrivere il libro-ritratto La corsara?

È diventata una figura familiare. Credo che solo leggendo attentamente gli scrittori si possa penetrare tanto dentro un’altra anima. Avevo fatto un affondo del genere con Duras, nel mio romanzo Marguerite. Ma leggere un autore della propria lingua e tradizione è un’esperienza più intensa. Ora mi sembra di capire la Ginzburg persino nelle sue contraddizioni, sospendendo il giudizio, come si fa nella vita vera con chi si ama.

Quali affinità sente con questa scrittrice?

Non è una romanziera, è consapevole delle derive romanzesche nella storia letteraria dal ‘900 in poi aggravate dall’esperienza di due guerre. Dice che le piacerebbe descrivere la realtà riflessa in uno specchio integro, ma si rende conto di avere fra le dita solo schegge, frammenti di uno specchio rotto. Mi riconosco molto in questa impossibilità di ricomporre un’immagine intatta del mondo, narrativamente parlando.  E trovo modernissima la sua inclinazione per l’autobiografia, mantenuta in perfetto equilibrio con le vicissitudini e i mutamenti della vita collettiva.

In alcuni punti lei cita Marguerite Duras, cui ha dedicato la sua precedente opera. Qualcosa lega queste due autrici o c’è un sentiero che lei sta seguendo?

Indubbiamente entrambe hanno elaborato una lingua letteraria personale e un punto di vista, come disse Cesare Garboli (parlando di Natalia), «femminile, oscuro, viscerale, primitivo, diverso, uterino, sconosciuto all’uomo». Sono scrittrici e personalità diversissime eppure, è vero, questa oltranza femminile le unisce. Ed è terribilmente affascinante.

Compiutezza saggistica e fluidità narrativa. Come le è stato possibile conciliarle? Ha dovuto sacrificare qualcosa?

Sempre, scrivendo, si sacrifica qualcosa in nome dell’armonia dell’opera; però non è un processo del tutto consapevole. È l’istinto che guida. Io mi trovo bene quando non sto interamente dentro un romanzo e altrettanto mi sento bene quando non sono interamente una saggista. Anzi saggista vera e propria non mi ci sento davvero mai. Sono una viaggiatrice all’interno dei destini e delle vite mie e altrui, qualche volta.

“Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole”. All’ autrice di Lessico famigliare non è successo. Oggi qual è la situazione?

Mi pare che ci stiamo perdendo non solo il «significato vero delle parole», ma moltissime parole stanno diventando desuete. L’italiano parlato è ridotto a una forma televisiva basica.

“I maestri dovrebbero essere pagati moltissimo” scrive la Ginzburg sul Corriere della Sera nel 1976. Un tema tornato o rimasto attuale?

Una questione tuttora irrisolta.

Il tema della vecchiaia e quello dell’educazione dei bambini preoccupavano molto Natalia. Lei, oggi, cosa pensa a questo proposito?

Che restano fondamentali. Ma è la politica che se ne deve far carico non il singolo cittadino, il singolo figlio o il singolo genitore o professore.  Perché il singolo può essere buono o cattivo, generoso o disgraziato. Ci deve essere un sistema a contenerlo il singolo individuo, un sistema che funzioni.

“Io rispetto i tuoi sentimenti non nati”, scrive Leone in una lettera dal carcere a Natalia e lascia intuire non solo l’amore, che nascerà, ma anche l’inquietudine sentimentale di una donna che forse abbiamo immaginato troppo austera e invece sapeva essere anche passionale…

Trovo questa frase una meravigliosa dichiarazione d’amore: «Io rispetto i tuoi sentimenti non nati: pensa un po’ quelli che una parola affrettata potrebbe guastare o fare appassire per sempre». Come avrebbe potuto una donna sensibile come Natalia non innamorarsi di un uomo così? Era una donna completa, capace di rigore morale e d’amore, di passione e di autocontrollo.

Dal suo libro sembra di percepire in generale una Ginzburg molto più complessa e fragile di quanto voglia la vulgata, “una costante contraddizione”. È così?

Sì, è così. Ma in mancanza di serie biografie, di studi approfonditi dell’opera nella sua completezza, come stupirsi se circolava un santino riduttivo e stereotipato?

Leone, Gabriele Baldini, Giulio Einaudi sono figure cui lei ha dedicato molto spazio, ma Pavese per buona parte del suo racconto è quasi un coprotagonista. È per il peso che ha nella vita di Natalia o forse anche per l’invincibile fascino della sua biografia?

L’una cosa e l’altra, e anche perché lei e Pavese erano state le persone più vicine e più care a Leone. Leone appena prima di morire aveva inviato alla moglie una lettera che è un viatico, un’indicazione di percorso, una consolazione e un addio. Credo che Natalia sentisse oscuramente che la propria vita era stata salvata da quella lettera finale e bellissima. Pavese aveva dovuto vedersela con se stesso e i propri fantasmi, senza più un amico forte e generoso e comprensivo come Leone accanto. E ne era rimasto schiacciato. Il suo destino suicida pesava come un macigno sulla vita di Natalia, la disperazione di non essersi trovata a casa quando Cesare, prima di morire, l’aveva cercato al telefono dalla camera d’albergo dove si sarebbe tolto la vita.

Nel suo ritratto si sofferma sul rapporto che la Ginzburg ha con i premi. Ora La corsara è nella cinquina per lo Strega. Croce e/o delizia?

Tutte e due le cose. Sul serio.

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