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Stop agli “inciuci” tra magistrati e giornalisti

Il Csm ha peparato nuove regole sui rapporti tra magistrati e giornalisti, per «ovviare a serie criticità» oggi esistenti
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“Molto rumore per nulla”, potrebbe essere questo il sottotitolo delle “linee guida per la informazione giudiziaria” approvate dal Consiglio superiore della magistratura. Il titolo della commedia shakespeariana sintetizza bene lo sforzo del Csm per regolamentare un tema sensibile come quello della comunicazione giudinalisti ziaria: molte parole per non approdare ad una soluzione efficace che metta finalmente fine alle fughe di notizie. Indagine Consip docet.

Chi si aspettava, infatti, regole puntuali per porre fine allo scambio di chiavette usb fra inquirenti e giorcorretta sarà rimasto deluso. Ma forse non era questo lo scopo principale dell’Organo di autogoverno delle toghe. L’intento del Csm era quello di creare le basi per una comunicazione basata sulla «trasparenza e comprensibilità» dell’attività giurisdizionale, senza confliggere con il carattere segreto della funzione.

Una corretta comunicazione «aumenta la fiducia dei cittadini nella giustizia, nello Stato di diritto rafforza l’Indipendenza della magistratura e l’autorevolezza delle Istituzioni», si legge nella premessa alla circolare. In questa ottica il rapporto con i media diventa fondamentale.

Sul punto, a dare manforte all’iniziativa del Csm, una raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che prevede la creazione di posti di “portavoce giudiziario” affidati a professionisti della comunicazione. Anche se viene esclusa la possibilità di creare degli uffici stampa dedicati come accade in molti Paese europei.

La Settima commissione, relatori i togati Nicola Clivio, Claudio Galoppi ed il laico Renato Balduzzi, si è avvalsa del contributo di giornalisti e scrittori di grido, come Francesco Giorgino e Gianrico Carofiglio, sotto la supervisione dell’ex presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio. Sono state effettuate audizioni con l’Ordine dei giornalisti, con il Consiglio nazionale forense e con l’Anm. Sono dunque indicate prassi uniformi su tutto il territorio nazionale che saranno oggetto di un costante monitoraggio e aggiornamento.

La circolare diversifica l’attività per uffici requirenti, giudicanti, di merito. Le premesse sono essenzial- mente indicazioni di buon senso come evitare discriminazioni fra giornalisti e testate, creare canali comunicativi privilegiati, personalizzare l’ informazione, usare espressioni con giudizi di valore. La comunicazione deve poi essere di «effettivo interesse pubblico».

A tal riguardo sono previsti dei doveri nei confronti degli individui, come il rispetto della vita privata, dei minori, evitando vessazioni.

E dei doveri di matrice processuale: rispetto del giusto processo, dei diritti della difesa, tutela della presunzione di non colpevolezza. Grande attenzione viene riposta ai termini da utilizzare. Si ribadisce la centralità del giudicato rispetto alla fase delle indagini preliminari ed il diritto dell’imputato a non apprendere dalla stampa quanto deve essergli comunicato in via riservata. Aspetto importante è la formazione dei magistrati alle nuove tecnologie e ai linguaggi media. Per gli uffici di Procura cambia molto poco.

Il procuratore è e resta il responsabile dei rapporti con la stampa. Al procuratore- giornalista compete indicare la migliore strategia comunicativa, valutare rischi di una eccessiva mediatica, garantire una collaborazione efficace con i sostituti. L’informazione giudiziaria non deve poi interferire con le indagini. Alcune indicazioni paiono essere scontate come quella di non diffondere immagini di persone tradotte in manette o essere rispettosi del ruolo del giudice. Circa gli uffici giudicanti si pone attenzione alla valutazione delle prove, focalizzandosi sui casi di interesse economico, sociale, politico, tecnico e scientifico.

 

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