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Come sarebbe l’America se avesse vinto Bob?

Cinquant'anni fa l'uccisione del secondo Kennedy
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Quando fu colpito aveva appena terminato il breve discorso di saluto ai sostenitori nella sala da ballo dell’hotel Ambassador di Los Angeles e si stava dirigendo verso la sala stampa passando per le cucine. Robert Francis Kennedy aveva 42 anni, aveva appena vinto le primarie in California e, col ritiro della candidatura del presidente uscente Johnson, aveva in tasca la candidatura democratica per le elezioni presidenziali di novembre.

Era il 6 giugno 1968, un anno esatto dopo la ‘ Guerra dei sei giorni’ in Medio oriente, e l’uccisione del fratello del presidente assassinato a Dallas 5 anni prima era una conseguenza diretta di quella guerra. A sparare quattro colpi di calibro 22 era stato un profugo palestinese, Sirhan Sirhan. Voleva vendicare l’appoggio di Kennedy a Israele, punirlo per la promessa di vendere, se eletto, 50 potenti aerei da guerra allo Stato ebraico. L’odio maturato nel corso del tempo e registrato sui quaderni ritrovati a casa del profugo era esploso proprio dopo i festeggiamenti organizzati dalla comunità ebraica della città degli angeli il giorno prima, per festeggiare la vittoria del giugno precedente. Dei 4 colpi sparati da Sirhan solo il primo fu fatale. Raggiunse alla testa il candidato, che sopravvisse fino al giorno seguente.

C’era una certa ironia nel fatto che fosse stato un poveraccio armato con una pistola da borsetta a uccidere un uomo che aveva nemici potentissimi. Bob Kennedy era nel mirino di Cosa nostra e dei razzisti del sud che meno di due mesi prima avevano fatto fuori Martin Luther King. Il direttore a vita del Federal Bureau, Edgard J. Hoover, lo considerava un nemico personale, e comunque aveva un conto aperto con tutta la famiglia. Anche per questo le voci di complotto, immancabili, si levarono immediatamente, non corroborate da nessun indizio sostanzioso. Qualcosa in compenso è venuto fuori con quasi quarant’anni di ritardo. Un nastro registrato la notte dell’omicidio nel quale, secondo gli esperti, si avvertono 13 colpi, mentre la rivoltella del pa- lestinese disponeva solo di 8 colpi. E’ la teoria del ‘ secondo attentatore’, accreditata anche da uno dei feriti nella sparatoria. Sirhan sparò di sicuro ma forse non fu il solo. Il palestinese, a tutt’oggi in galera, era ubriaco e sostiene di non ricordare nulla.

Bob Kennedy era il vero uomo forte della famiglia. Non poteva vantare il fascino del fratello maggiore, John il Donnaiolo, né l’eloquio sciolto e l’eleganza naturale del terzo Kennedy, Ted. Doveva provare i discorsi per ore davanti allo specchio. Aveva un carattere spigoloso e poco amabile, spietato come pochi con i nemici ma animato da una passione etica secondo alcuni vicina al confine con il fanatismo. Era Bob quello che aveva ereditato la durezza e la determinazione del fondatore della dinastia, suo padre, il vecchio miliardario Joseph Kennedy, uno che aveva messo le basi della sua fortuna con gli alcolici in un’epoca in cui a dominare il settore era la pregiata ditta Cosa nostra.

Gente come Sam Giancana, il boss di Chicago che nel proibizionismo aveva lavorato in tandem con Joe Kennedy l’irlandese, o Frank Costello, il braccio destro di Lucky Luciano che andava giù piatto: «Ho aiutato io Kennedy a diventare miliardario».

Bob era altrettanto determinato, altrettanto coriaceo, ma stava dall’altra parte della barricata. Come consulente della Commissione antiracket, tra il 1957 e il 1959, aveva scatenato una guerra all’ultimo sangue contro il potente sindacalista Jimmy Hoffa, presidente dei Teamster, il sindacato dei trasportatori vicino a Cosa nostra. Bob era cattolico praticante, con dieci figli a casa, severo con le frequentissime scappatelle del fratello, pericolose per la carriera politica che doveva attenderlo. Tutto era stato pianificato dal vecchio Joe. Uno dei suoi figli doveva diventare presidente. Sarebbe toccato al maggiore, Joe jr., ma era stato ucciso in guerra e John Fitzgerald lo sostituì.

Nel ‘ 59 Bob si dimise dalla commissione antiracket, diventò regista della campagna elettorale del fratello, lo portò alla Casa Bianca con ogni mezzo: dall’alleanza con il texano Johnson, che detestava e che corse come vicepresidente, a quella con Cosa Nostra, grazie ai buoni uffici dell’amico di famiglia Frank Sinatra ( attraverso il cognato dei Kennedy Peter Lawford, intimo del Rat Pack). Eletto, John nominò il fratello ministro della Giustizia. In realtà Bob fu molto di più: il collaboratore numero uno del presidente e spesso la vera forza trainante di ‘ Camelot’, come venne definita in quei mille giorni la Casa Bianca.

Fu Bob a spingere per insistere nello scontro con la mafia, entrando in rotta di collisione con il capo dell’Fbi, il cui insindacabile giudizio era che la mafia non esisteva e il solo pericolo era quello rosso. Fu Robert Francis a impegnare l’intera amministrazione nella battaglia durissima per i diritti civili nel Sud. Ma fu anche il ministro della Giustizia a gestire con il fratello presidente la prima crisi di Cuba, l’invasione fallita alla Baia dei Porci del 1961, e soprattutto la seconda, quando nel ‘ 62 il mondo arrivò più vicino di quanto non sia mai più successo alla guerra nucleare.

Messo fuori dall’amministrazione Johnson, qualche mese dopo Dallas, il nuovo Kennedy era diventato il referente istituzionale della protesta contro la guerra nel Vietnam, sulla carta erede di John Fitzgerald, il grande mito. In realtà prosecutore della stessa politica che aveva impostato lui nei giorni di Camelot. Senza le pallottole dell’Ambassador probabilmente Tricky Dick Nixon non sarebbe stato eletto, sconfitto per la seconda volta dopo il 1960 da un Kennedy. La storia non solo degli Usa sarebbe stata diversa. Forse molto diversa.

 

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