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Sabella: «Io, innocente, per la Corte dei conti resto il “boia del G8”»

«Grazie ai pm e alle forze dell'ordine Roma non sarà mai mafiosa»
Intervista al magistrato condannato a un risarcimento milionario per i fatti di Genova
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«Fa comodo mantenere una situazione in cui è vero tutto e il contrario di tutto. Su Genova non si conosce la verità. Sono note le responsabilità dei criminali della Diaz e di Bolzaneto, ma su chi ha fomentato quelle mani nessuno ha mai indagato». Il magistrato Alfonso Sabella, giudice del Riesame a Napoli, racconta quella parentesi del G8 come una ferita aperta. Che sanguina, perché da innocente, come stabilito dal tribunale che archiviò la sua posizione, si ritrova ora con «una condanna a morte», come lui stesso l’ha definita: per i giudici della Corte dei conti di Genova, Sabella, durante il G8 a capo del servizio ispettivo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, deve sborsare circa 3 milioni e mezzo di euro. A lui viene infatti addebitata una responsabilità «sussidiaria», per non aver vigilato sull’operato di chi compì quelle violenze. Per la procura della Corte dei conti, infatti, «vi erano molteplici elementi» di cui Sabella era a conoscenza, «che avrebbero imposto» maggiore controllo sul sito di Bolzaneto. Il magistrato, però, annuncia ricorso e denuncia: «Non mi hanno consentito di difendermi. Non chiedo di essere prosciolto, voglio solo poter essere giudicato secondo le regole in cui credo».

Lei dovrà risarcire parte del danno erariale per i soldi che lo Stato ha dovuto liquidare ai detenuti torturati a Bolzaneto. Quali responsabilità le attribuiscono?
Una responsabilità sussidiaria praticamente su ogni cosa. Ma che c’entro io con i medici, con le visite, con i certificati falsi? Avrei dovuto fare tutto da solo, secondo i giudici. Ma io avevo ben altri compiti e quello di controllo sulle condotte delle forze di polizia era affidato al più alto in grado possibile. C’erano strutture dislocate su quattro regioni ed io sono stato fisicamente bloccato a Forte San Giuliano ( sede del comando regionale ligure dei Carabinieri, ndr) il 20 e il 21 luglio, per via degli assalti. Lì, però, non è stato torto un capello a nessuno, mentre è dove non c’ero che sono state commesse quelle nefandezze.

La sua posizione, nel corso del processo penale, è stata archiviata perché non può ritenersi accertata la sua piena consapevolezza di quanto accadeva a Bolzaneto. Com’è possibile che la Corte dei conti ribalti questo assunto?
Chiariamo un punto: la Corte dei conti ha diritto a processarmi, ma io ho diritto di difendermi. Però me l’hanno impedito. Affermano falsamente, e mi dispiace dirlo, che tutti i testi da me richiesti fossero finalizzati a dimostrare le mie presenze a Bolzaneto. Poi, però, dicono che tali presenze non sono provate. In realtà i miei testi – che non sono stati ammessi – avrebbero dovuto riferire su cose che erano responsabilità di altri. Ma è chiaro che c’è un interesse affinché non si sappia. Il risarcimento non è proporzionato alla mia presunta colpa, che non dicono quale sia. Nel primo invito a dedurre la richiesta era addirittura di 12 milioni. Secondo l’accusa, io avrei avuto responsabilità praticamente su tutte le forze di polizia. Ma io ero un funzionario della pubblica amministrazione. Era una tesi insostenibile, così alla fine il danno è stato quantificato in quattro milioni, da dividere tra me e il colonnello Oronzo Doria ( all’epoca dei fatti colonnello del Corpo degli agenti di custodia, ndr). Ma la cosa allucinante è che sono stato condannato per responsabilità sussidiaria anche in merito alle lesioni. Se fossi davvero responsabile, allora avrebbero dovuto fare un processo penale per concorso colposo. Perchè non sono stato processato? Per non farmi difendere.

In un’intervista ha fatto trapelare propositi suicidari per non lasciare in eredità a sua figlia questo debito. Ci ha pensato sul serio?
È stato solo un momento, un pensiero accantonato subito. Ma è chiaro che uno ci pensa, una volta che ti mettono davanti all’alternativa “o paghi o ti ammazzi”.

Torniamo alla vicenda penale. Lei ha chiesto di essere processato. Perché?
Ho ricusato la remissione delle querele e sono l’unico nella storia d’Italia a essersi associato all’opposizione delle parti civili alla richiesta di archiviazione del pm. Volevo avere la possibilità di produrre documenti, controinterrogare. Ora, 17 anni dopo e senza aver mai subito il processo, mi condannano a morte. Eppure sono stato io il primo a fornire le prove per far emergere il clima di omertà che c’era a Bolzaneto e molti sono stati condannati perché non mi hanno riferito quanto accadeva. Non mi avrebbero mai fatto sapere quanto stava accadendo e questo lo scrivono anche il pm e il gip.

Nessuno si è accorto di nulla?
Nemmeno il ministro ( della Giustizia, Roberto Castelli, ndr) che visitò la caserma si accorse di niente. Non ci facevano vedere nulla. Lì erano tutti poliziotti, carabinieri e agenti penitenziari e tra questi nessuno ha avvisato i propri superiori. Quegli uomini dipendevano gerarchicamente dal procuratore. E nessuno dei pm ha pensato di andare a vedere come venissero gestiti gli arresti. Ho visto solo una cosa: dei ragazzi in piedi – ma in alcuni momenti anche seduti -, con il viso al muro e le mani appoggiate alle pareti. Chiesi spiegazioni e diedi disposizione di tenere gli arrestati in quella posizione solo per il tempo necessario a compiere le operazioni di perquisizione. Nonostante, dunque, io abbia segnalato quella anomalia mi accollano tutte le responsabilità, anche quelle degli altri.

Quali responsabilità ci sono?
La prima violazione è stata non concedere alle persone arrestate di parlare con gli avvocati. E chi l’ha commessa? Il procuratore di Genova, con un provvedimento illegittimo in cui vietava i colloqui prima ancora che qualcuno venisse arrestato. Lo stesso magistrato che poi ha investigato su quei fatti. La magistratura di Genova ha precise responsabilità, se mi avessero processato magari sarebbero venute fuori. Forse si voleva evitare che io parlassi di fatti connessi a quella indagine, come il piano degli arresti preventivi, condiviso dalla magistratura. Io avevo messo nero su bianco quanto fosse sbagliato, avevo proposto l’alternativa di portare tutti al carcere di Marassi, che non sarebbe stato attaccabile. Ma quel piano c’era, quindi andavano tutti portati lontano da Genova. Poi, però, venne cambiato.

Secondo lei perché?
Non mi accorsi che era stato modificato in corso d’opera. Forse lo scopo era proprio quello di aizzare gli animi. Forse non doveva essere Carlo Giuliani a morire, ma un membro della polizia. Posso immaginare chi lo volesse, ho fornito tutti gli elementi sul punto, ma non hanno indagato.

Secondo lei i fatti di Genova e la sua condanna davanti alla Corte dei conti sono legati?
Non posso mettere in relazione le due cose, non ho elementi per dirlo. Tendo a non credere al complotto. Certo è che non capisco questo trattamento di sfavore. Sono stato l’unico, tra quelli che non sono stati condannati, a non aver fatto carriera, l’unico con l’avanzamento bloccato, l’unico a pagare realmente.

Perché?
Il problema è che io sono un magistrato indipendente. Nel decreto di archiviazione vengono usate parole infamanti, definendo il mio comportamento «negligente», come se il G8 lo avessi organizzato io. Siccome non potevo impugnare l’archiviazione, feci un esposto al Csm.

Che fine fece?
Andò perso. Come i tabulati telefonici dei miei cellulari. Chiesi al gip Lucia Vignale di acquisirli per accertare i miei movimenti in ogni istante, in modo da provare dove fossi. Si trattava di 1.500 telefonate in due giorni, praticamente una ogni 172 secondi. Ma acquisiti i tabulati, tutte le celle impegnate in uscita erano state cancellate. Dissero che non era possibile identificare la cella, perché ce n’erano diverse. Eppure capire quale fosse il ripetitore che agganciava Bolzaneto era un gioco da ragazzi e ancora oggi è verificabile. Quando mi accorsi che il Csm aveva perso il mio esposto, che conteneva anche una memoria dettagliata sui fatti di Genova e sulle omissioni dei colleghi, ho presentato un’istanza per sapere dove fossero finite quelle carte e ho scoperto che sono state archiviate ed espunte dal mio fasci- colo. Ma non solo: la stessa sera venne comunicato all’Ansa, falsamente, che mi ero candidato con An alle politiche e che avevo chiesto un’aspettativa. Così, per l’opinione pubblica, il “boia di Bolzaneto” era stato ricompensato con un candidatura.

Come sparirono quelle carte?
Non me lo so spiegare. Voglio addebitare tutto questo alla mia sfortuna. Solo che mi sembra di essere un po’ troppo sfortunato. Sono fiducioso nell’autonomia dei giudici, ma devo prendere atto che il clima non è dei migliori. Mi auguro soltanto che la sezione d’appello mi dia la possibilità di avere un processo, portare prove e testimoni. Per me è importante potermi difendere. L’esito, poi, sia quel che sia: i magistrati sbagliano anche in perfetta buona fede. Il mio scoramento è dettato proprio da questo: ho sempre creduto nella giustizia e io, da magistrato, ho consentito anche ai peggiori criminali di difendersi. Ma se lo Stato ritiene di poter bypassare le proprie regole si mette allo stesso livello della criminalità organizzata.

Ci sono ancora verità nascoste sui fatti del G8?
Su Genova non è stato detto tutto. Sono note solo le verità sui criminali della Diaz e di Bolzaneto. Ma su chi ha fomentato le loro mani indagini non ne sono state proprio fatte. Non interessa a nessuno. Al di là di chi ha subito i pestaggi, la vera parte offesa è la dignità di questo Paese, calpestata da questi comportamenti ignobili. E non a caso il reato di tortura, per anni, è rimasto congelato negli scranni del Parlamento.

Quali punti rimangono ancora oscuri?
Che fine hanno fatto i verbali del comitato per l’ordine e la sicurezza? E le notizie dei servizi segreti? Perché i respingimenti alla frontiera, all’ultimo minuto, non sono stati fatti? Perché il personale esperto è stato messo solo nella zona rossa e fuori c’era gente magari con un solo anno di anzianità? Chi ha deciso tutto questo e perché? Ci sono tantissime domande. Io ho provato a dire quel poco che so, ma non sono stato ascoltato.

Cosa farà se il ricorso in appello dovesse andare male?
Mi rivolgerò alla Corte europea. Non ho avuto nemmeno una contestazione chiara dei miei addebiti, perché viene cambiata ogni volta. Una volta mi ritengono responsabile per non essere andato a Bolzaneto, una volta per esserci andato troppo spesso, una volta per esserci andato e non essere entrato. Insomma, non si capisce cosa abbia fatto. Spero che i giudici europei mi ascoltino, perché in quella sede dirò cosa non ha fatto il nostro Paese per accertare la verità sui fatti del G8.

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