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La tattica del Colle: lasciar fare ma i ministri poi li decide lui…

Il retroscena
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Fisicamente l’austero e vagamente ascetico Sergio Mattarella non ricorda certo Michail Ilarionovic Kutuzov, che Tolstoj dipinge come pingue e quasi un bon vivant. Ma la tattica adottata dal nostro presidente nella sua doppia guerra contro l’instabilità ma anche contro il cosiddetto “populismo” ricorda da vicino quella del grande generale russo che sconfisse Napoleone senza vincere una sola battaglia, facendo il meno possibile, continuando ad arretrare.

Dalle elezioni in poi Mattarella ha seguito il medesimo modello. Ha ridotto al minimo i suoi interventi. Non ha quasi fatto niente. Ha lasciato che i partiti sedicenti “vincitori” cuocessero a fuoco lento nel brodo della loro stessa confusione. Ha aggiunto di suo un pugno di moroteismo, ma solo nei confronti di M5S: quella strategia politica consistente nel disinnescare le potenzialità minacciose delle forze considerate ostili al sistema avvicinandole, quasi abbracciandole. Ammorbidendole. Istituzionalizzandole. A conti fatti, il capo dello Stato non è andato sinora oltre il fissare limiti e si è trattato in particolari di limiti temporali.

Ha concesso libertà di movimento totale ai partiti, ma non per un tempo infinito.

Alla fine è stato proprio lo spettro di un voto estivo a smuovere le acque forzando la mano un po’ a tutti ma soprattutto a Berlusconi. Il momento più delicato non è però ancora arrivato: si presenterà nei primi giorni della settimana prossima. Perché ora Mattarella intende fissare paletti di altro tipo: politici e segnatamente in materia di politica economica.

Il prologo è già andato in scena. Prima il discorso sul sovranismo, che sarà pure tanto fascinoso ma è purtroppo irrealizzabile, e messaggio più esplicito non avrebbe potuto inviarlo. Poi la declinazione concreta del principio fissato in quel discorso: il monito rivolto con la dovuta discrezione, ma facendo in modo che fosse noto a tutti, alle due future forze di governo sull’agenda da seguire.

Si togliessero dalla testa l’idea di presentare la settimana prossima un premier e magari pure l’abbozzo di una lista di ministri, come se al primo cittadino spettasse solo il compito di confermare con firma notarile. Il presidente vuole al contrario entro dome- nica la certezza che l’accordo di programma è stato raggiunto, perché sul Colle qualche sospetto che la manfrina possa servire anche a rinviare lo spettro del voto estivo pemane. Poi però avvierà un rapido giro di consultazioni in vista della composizione materiale e concreta del governo in questione.

Significa, fuor di metafora, che Mattarella vuol mettere becco nella scelta dei ministri e probabilmente anche indicarne almeno uno: quello dell’Economia. Può farlo, in termini istituzionali, perché la Costituzione assegna proprio al presidente della Repubblica il compito di nominare i ministri. Ma può farlo, in termini politici, perché le forze “vincitrici” arrivano al traguardo in condizione di estrema debolezza, dopo aver vinto ( in termini relativi) le elezioni ma perso il dopo- elezioni e non avendo avuto il coraggio di sfidare di nuovo le urne.

Proprio per questa posizione di debolezza iniziale, senza contare la consapevolezza del ritorno d’immagine disastroso che avrebbe un fallimento a questo punto, è difficile credere che la maggioranza gialloverde resisterà più che tanto alle richieste del Quirinale. Di Maio, che con Mattarella ha ormai un rapporto solido ed è considerato “affidabile”, al contrario della “pecora nera” Salvini ha già offerto ieri tutte le garanzie del caso. Ma quel che è facile per Di Maio, che guida un partito privo di retroterra ideologico e di orizzonti strategici, è impossibile per il capo della Lega, che si trova invece in posizione opposta.

I due partiti, inoltre, dovranno affrontare l’esperienza di governo comune sapendo che poi alle elezioni, che comunque arriveranno probabilmente più prima che poi, dovranno essere contrapposti. Di conseguenza un tasso presente sin dall’inizio e poi crescente di conflittualità interna, esacerbato dai vincoli che certamente metterà Mattarella e dalla diversa reazione dei due strani partner di fronte agli stessi. Con ogni probabilità nella prossima settimana nascerà dunque un governo non solo con due diversi e in prospettiva contrapposti numi tutelari ma con i fili principali nelle mani di un terzo regista, quello che siede sul Colle, e con un quarto protagonista, Berlusconi, che conta sul recuperare rapidamente quella decina scarsa di senatori che gli servono per avere potere di vita o di morte sul governo. Non sarà una passeggiata per nessuno.

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