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Pianosa e l’Asinara chiuse perché fatiscenti, non per favorire la mafia

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Perché le carceri dure dell’Asinara e Pianosa vennero chiuse? Ed è vero che il 41 bis fu attenuato dall’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso? Parliamo di due delle dodici richieste che la mafia avrebbe fatto allo Stato tramite un papello. Cominciamo con ordine. Secondo la tesi accusatoria relativa alla presunta trattativa Stato- mafia, di fronte ai successi nella lotta alla mafia della fine degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta – si pensi per esempio al “maxiprocesso” – l’ala più violenta di Cosa Nostra, guidata da Totò Riina, avrebbe deciso di intraprendere una strategia stragista per costringere lo Stato a trattare e moderare così il suo atteggiamento, tornando al precedente stato di “pacifica convivenza”. Le stragi portano alla morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i giudici più attivi nella lotta alla mafia, ma anche ad attacchi contro obiettivi civili e monumenti a Milano, Firenze e Roma. In questo periodo alcuni funzionari dello Stato avrebbero iniziato ad avvicinarsi alla mafia siciliana per trattare, esattamente come aveva previsto Riina. l principale protagonista di questa trattativa, secondo l’accusa, sarebbe stato il generale Mori che si mise in contatto con il sindaco di Palermo, legato alla mafia, Vito Ciancimino. I contatti tra quest’ultimo e i capi del Ros sono stati ammessi dallo stesso Mori e dai suoi colleghi, ma per reclutarlo come una specie di “agente provocatore” per arrivare a smantellare la mafia stragista. Quali che fossero queste ragioni, secondo Massimo, il figlio di Vito Ciancimino, nel corso di queste trattative sarebbe emerso un vero e proprio elenco di richieste da parte della mafia siciliana: parliamo del famoso “papello” che sarebbe stato poi portato a delle autorità governative che avrebbero dovuto scegliere tra l’accettarne le richieste oppure subire nuove stragi.

In realtà non esiste una certezza assoluta che il papello sia esistito per davvero. Nessuna delle richieste presenti nell’eventuale “papello” però venne accettata. A questo punto i teorici della “trattativa” indicano due punti che secondo loro sarebbero la prova: il presunto alleggerimento del 41 bis da parte dell’ex mi- nistro della Giustizia Conso e la chiusura delle due “supercarceri” di Pianosa e dell’Asinara. Il mancato rinnovo del 41 bis ai 334 detenuti eseguito da Conso riguarda in realtà una dozzina di mafiosi. Gli altri erano soggetti secondari, e in stragrande maggioranza del tutto alieni a Cosa Nostra, e tra l’altro ben oltre la metà di quei 334 non erano neppure siciliani. Persino la Commissione Antimafia ha appurato questa circostanza, e ne ha dato pubblicamente atto. Conso non era un politicante compromesso con ambienti oscuri, ma un giurista importante, ex vicepresidente del Csm e della Corte Co- stituzionale, ministro tecnico nel governo di Carlo Azeglio Ciampi. Da uomo di diritto, non poteva non tener presente del problema del 41 bis e ritendendo di non poter risolvere come ministro questo problema anticostituzionale, aveva optato per non prorogare quelle misure detentive.

La motivazione della chiusura delle due “supercarceri” ( precisamente nel 1998, quindi diversi anni dopo la presunta “trattativa”) è addirittura banale. In realtà queste due strutture erano state chiuse durante la stagione del terrorismo perché già fatiscenti e dove i detenuti erano sottoposti a condizioni ritenute disumane da numerose organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. Furono riaperti per emergenza dopo la strage di Capaci e vi furono trasferiti in massa i detenuti mafiosi, nel giro di una sola notte, come misura di immediata rappresaglia alla strage. In quegli anni – esattamente nel 1993 – i famigliari dei detenuti inviarono una lettera di denuncia a tutte le istituzioni, compreso il Papa. La detenzione consisteva in frequenti pestaggi quotidiani, con le persone lasciate al freddo, col cibo “corretto” da sputi, urina, pezzi di vetro, tanto che molti dei detenuti manifestavano un importante calo fisico. Ma solo sei anni dopo furono chiuse e i detenuti trasferiti in altre carceri, sempre al 41 bis.

 

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