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Karl Marx il giovane favoloso

Lontanissimo dall'agiografia il biopic di Raoul Peck sul padre del comunismo è un film emozionante e riuscito
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RIUSCITO ED EMOZIONANTE IL BIOPIC DI RAOUL PECK SUL PADRE DEL COMUNISMO

Forse per l’assonanza del titolo col film di Martone su Leopardi- giovane favoloso, vado al cinema a vedere Il giovane Karl Marx aspettandomi il biopic classico per le scolaresche, con l’agiografia del “barbuto profeta di Treviri”, come lo chiamò il tale.

Invece, sorpresa, il film di Raoul Peck non è ( o forse non è solo) un film che piacerà agli insegnanti, grazie al ripasso agevolato del periodo storico di incubazione del comunismo, gli anni Quaranta dell’Ottocento, un ripasso più che mai necessario all’indomani del centenario della rivoluzione d’ottobre.

C’è anche, indubbiamente, un aspetto didascalico, su cui il regista insiste soprattutto nella prima parte, attraverso la messa in scena del conflitto con l’anarchismo di Bakunin e, soprattutto, con la confusa definizione di “proprietà” da parte di Proudhon, quel Proudhon cui tra l’altro di lì a pochissimo Marx si opporrà frontalmente rovesciando il suo Filosofia della miseria in Miseria della Filosofia. Uno dei momenti topici del film è proprio quello in cui Marx comincia a chiarire anche a sé stesso la propria posizione critica, dopo la notte di bagordi con il nuovo amico Engels in cui avrà modo di riflettere su quanto sia storicamente attardato un pensiero privo di fondamento economico e di intento rivoluzionario: «i filosofi finora si sono preoccupati di interpretare il mondo: adesso è tempo di cambiarlo».

È il momento di svolta, nella biografia romanzata del giovane Marx, perché è anche il momento in cui si definisce il sodalizio con il co- autore del Manifesto: sodalizio non solo intellettuale, teorico, ma la premessa del futuro impegno politico. E, soprattutto, un’amicizia elettiva, vitale, fertile e profondissima, che terrà insieme i due pensatori fino alla fine dei giorni di Marx, morto per primo.

La parte meno in evidenza, ma anche la più coinvolgente del film, è la focalizzazione di un’identità che non si definisce attraverso il lavoro manuale ma attraverso il pensiero: ossia, propriamente, la dimensione intellettuale, con tutte le contraddizioni annesse. Marx fa fatica a mantenere la famiglia, mentre scrive i suoi primi articoli per gli Annali franco- tedeschi di Ruge, ed è costretto ad avvalersi del sostegno economico di Engels, figlio di un proprietario industriale, cioè di un “padrone”, ovvero del “nemico”, nella nascente teoria del capitale.

L’aporia su cui forse tuttora deve dibattersi il pensiero comunista o quel che ne resta: l’affrancamento dalla schiavitù del lavoro coatto e insieme la sua necessità materiale, per i più. Nel film la diffidenza nei confronti del puro pensiero da parte dei lavoratori è resa sin dal primo scontro della tessitrice che diventerà la moglie di Engels col padrone della fabbrica e poi direttamente col figlio, Friedrich, che si propone di approfondire le condizioni dei lavoratori di Manchester: «Il signorino borghese utilizza i bassifondi come passatempo», è il modo brutale con cui viene liquidato dagli operai irlandesi il futuro amico di Marx.

Un secondo momento emblematico è l’ingresso dei due amici nella Lega dei Giusti, che poi diventerà la Lega dei Comunisti nel congresso del ’ 47, proprio grazie al loro intervento. Di fronte ai suoi rappresentanti, all’esame delle credenziali, Marx e Engels fanno dapprima la figura dei giovani velleitari e degli idealisti, di coloro che non hanno sperimentato sulla loro pelle la fatica, l’umiliazione, la schiavitù effettiva cui riduce il lavoro salariato.

La frustrazione del giovane Marx a quel tavolo resta immutata e anzi più che mai approfondita nel capitalismo attuale, che ha sempre più emarginato la figura dell’intellettuale, dell’interprete delle istanze dei lavoratori incapace però di sporcarsi le mani. Non se le sporca perché la sfera entro cui agisce è la teoria, e quei lavoratori capiscono ben prima dei loro rappresentanti di aver bisogno di un “catechismo”, come lo chiama il giovane Engels del film suscitando lo sdegno di Marx stanco di comizi e interventi pubblici e bisognoso di raccoglimento intellettuale per scrivere “il suo libro”. Nel film non manca il romanticismo dell’eroe bohémien, che vive di stenti per inseguire il proprio ideale di giustizia sociale, ma soprattutto per l’ambizione di abbracciare col pensiero la storia della condizione umana, che con l’ausilio di Engels si definirà come una lotta politico- economica tra sfruttatori e sfruttati. È l’essenza del comunismo, che supera l’idealismo hegeliano con un’autentica piegatura rivoluzionaria: nel discorso alla Lega dei Giusti, che di fatto marcherà l’accelerazione verso la nascita del Partito comunista, Engels ripudia la gentilezza ( «i borghesi non sono gentili, i borghesi non sanno che farsene della vostra gentilezza» ) in favore del conflitto: il grande rimosso del capitalismo, che azzera differenze e distanze offrendo un simulacro di benessere per tutti.

«Il profitto», dice al giovane Engels l’amico del padre, proprietario di fabbriche e reo di sfruttamento minorile, «è il motore della società, ma voi non volete una società». E l’altra contraddizione che deve fronteggiare il comunismo è proprio l’egualitarismo come rinuncia al benessere, abdicazione alla possibilità di una vita concepita come arricchimento prima di tutto materiale e dell’arricchimento come motore del benessere per tutti. Il che ovviamente si è dimostrato falso perché il benessere mondiale si è edificato sul sacrificio dei proletari, che si sono sempre più definiti come sfruttati anche se hanno connotati nuovi e magari vengono dai paesi più marginali del mondo.

Se si pensa però a questo film come a una traduzione in immagini delle teorie marxiane, si coglie nel segno solo a metà, perché il film è soprattutto il racconto del montare di un’emozione che travolge le coscienze dei protagonisti e delle persone che vivono con loro ( le mogli Jenny e Mary, anzitutto), fino a diventare un’onda irresistibile: quando li vediamo radunati attorno al tavolo a scrivere le prime parole del Manifesto di un partito che ancora non c’è, si sente quel brivido sottopelle che di solito nelle storie ci provoca l’atteso incontro dell’eroe con l’amata.

Dice bene Pietro Bianchi su Dinamopress: la lezione decisiva del film è il cartello finale in cui il regista ci ricorda come dopo l’esilio Marx si dedicò pienamente e totalmente all’opera che aveva sempre inseguito: Il Capitale, opera interminabile, perché, com’è evidente, ha un oggetto tutt’altro che circoscritto e anzi, talmente «in movimento» che ci siamo ancora pienamente invischiati.

 

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