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Riforma delle intercettazioni: «Fermatela o sarà caos»

L'allarme di magistrati e avvocati sulla riforma delle intercettazioni lanciato al convegno organizzato dall'Unione Camere Penali italiane
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Ci fosse un punto solo, vabbe’: si fa un decreto e si corregge. Ma qui è l’impianto, anzi la stessa possibilità di attuare le norme, che vacilla. Il decreto intercettazioni, varato a fine dicembre e destinato a entrare in vigore dal prossimo 12 luglio, è una mina vagante. Lo si capisce grazie all’Unione Camere penali italiane, che organizza uno straordinario dibattito a Roma, in Corte d’appello, tra avvocatura e magistrati. O più precisamente tra i penalisti, venuti da ogni parte d’Italia, e il meglio della magistratura inquirente italiana. Ci sono tutti, sarebbe il caso di dire: i capi degli uffici che hanno promosso il famoso coordinamento dei “superpm”, dal quasi padrone di casa Giuseppe Pignatone al procuratore di Torino Armando Spataro, e c’è il vertice dell’Anm Eugenio Albamonte, al suo ultimo giorno di presidenza e non a caso a sua volta pubblico ministero.

Tre nodi almeno: la gestione dei flussi di dati dai server delle società private al celebre archivio segreto delle intercettazioni; l’incredibile situazione in cui si troveranno i difensori, costretti ad ascoltare migliaia di ore di telefonate senza poter estrarre copia, se non alle soglie della richiesta di rinvio a giudizio; e, ad aggravare il vulnus precedente, la norma del decreto che imporrebbe alla polizia giudiziaria di annotare quanto meno in modo sommario il contenuto delle conversazioni ritenute irrillevanti, e dunque non trascritte, norma però dall’incerta interpretazione per via di quanto indicato nella relazione tecnica. Mette tutto insieme, shakerate bene e otterrete l’appello, misurato, rivolto da Albamonte a fine giornata: «Credo che il messaggio da inoltrare al legislatore, che purtroppo non sappiamo ancora che nome avrà, sia il seguente: meglio un rinvio. Una proroga. Il 12 luglio 2018 è praticamente domani. Non ce la faremo mai».

Il padrone di casa Beniamino Migliucci, presidente dell’Ucpi, va meno per il sottile: «Io dico che è una riforma barbara, che il legislatore dovrebbe vergognarsi di averla disegnata e che ne solleveremo l’incostituzionalità». Ecco, parole dure. Ma non si scatena un putiferio. Non c’è l’insurrezione dei pm. Neppure di quelli che, nel dibattito, si sono chiamati un po’ fuori dal coro e non hanno stroncato le nuove norme: il capo della Procura di Napoli Giovanni Melillo e gli stessi Spataro e Pignatone. E infatti il dato della giornata sta sì nel messaggio di allarme, ma anche nella condivisione tra i due attori del processo: Camere penali e magistratura sono in sintonia, si trovano d’accordo, segnalano insieme lo stesso rischio, la «compressione del diritto di difesa», appunto. Vari momenti topici rimandano a tale convergenza “politica”: «Non è che ci siamo svegliati improvvisamente tutti garantisti, noi cattivissimi pm: ma qui si tratta del rispetto dei diritti costituzionali», dice Franco Lo Voi, procuratore di Palermo e protagonista di uno degli interventi più applauditi, innanzitutto dagli avvocati.

Ecco, l’altro tratto è dunque nella sintonia. Albamonte, com’è giusto, se ne attribuisce il merito: «Non prendetela per una scivolata autocelebrativa, ma mi pare oggi si realizzi al meglio l’idea che ho seguito da quando, un anno fa, ho assunto la presidenza dell’Anm: uscire dai nostri fortini, noi magistrati e voi avvocati, per incontrarci e offrire proposte comuni alla politica nell’interesse dei cittadini». Non a caso Albamonte è stato il primo leader del “sindacato dei giudici” a partecipare a un plenum del Consiglio nazionale forense. E in quell’occasione la sinergia fu messa per la prima volta a sistema.

Nel merito, come detto, c’è un problema di “sicurezza”, toccato con scientifica precisione da Me- lillo: «Manca ancora il decreto indispensabile: dovrà rendere uniformi i protocolli per trasmettere il materiale dai server delle aziende che forniscono il supporto tecnologico per le Procure, agli archivi riservati custoditi nelle Procure stesse. I software oggi disponibili non impediscono che quelle aziende acquisiscano da remoto i dati a disposizione degli uffici». Conclusione: «Al 12 luglio non è assolutamente possibile il determinarsi delle condizioni necessarie di cui parlo».

Altra cosa notevole ricordata da Melillo, che da capo di gabinetto di Via Arenula ha avuto una parte non marginale nella elaborazione inziale delle nuove norme, è il seguente pro memoria: «Le intercettazioni non sono fatte per finire sui giornali». Lo ricorda anche Spataro: «La tutela della riservatezza a cui si ispira il decreto era alla base delle circolari che alcuni di noi procuratori diffusero già nel 2015: ebbene, qualche giornale ci accusò di incidere sul diritto a informare. Ma i magistrati non possono ordinare intercettazioni per farle conoscere alla stampa…».

Curioso come parte dei media si ostini a trascurare il dettaglio. Il cuore del problema resta però il diritto di difesa compresso da un micidiale combinato disposto: da una parte quella che la presidente della Camera penale di Milano Monica Gambirasio definisce «l’impossibilità di estrarre copia delle intercettazioni ritenute irrilevanti o non utilizzabili», a cui, nota, «si aggiunge il nodo dei cosiddetti brogliacci muti». Non sono cose da poco e soprattutto non sono nuove. In una lettera alle commissioni Giustizia la segnalarono, a dicembre, i procuratori presenti ieri, seguiti a stretto giro dalle Camere penali dei loro distretti. L’accordo sul tema viene da lì, come ricorda anche Pignatone.

L’espressione «brogliacci muti», ricorda il presidente dei penalisti di Torino Roberto Trinchero, «riguarda appunto i verbali in cui le comunicazioni non trascritte vengono annotate solo in relazione a dispositivi intercettati, data e ora: in questo modo è la polizia giudiziaria a operare un filtro decisivo. E può farlo a discapito della difesa per una fisiologica, non dolosa, propensione a ritenere rilevante solo ciò che è funzionale a sostenere l’accusa». È uno dei temi che complicano tutto, anche perché su questo ci sono interpretazioni diverse, come detto: Spataro ritiene che l’annotazione della polizia sia utile perché rivolta a pm il cui approccio «non può essere considerato di ottusa passività». Il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo è più incerto: «L’effettiva conoscibilità del materiale raccolto è la scommessa a cui siano sospesi». Nella relazione tecnica che accompagna il decreto, le annotazioni sommarie sui brani non trascritti sono ritenute necessarie solo in caso di dubbi sull’irrilevanza. «E poi», nota il presidente della Camera penale di Palermo Vincenzo Zummo, «siamo noi a dare per scontato che quei brogliacci sarebbero accessibili alla difesa, ma non è scritto esplicitamente». E già. Ed è per l’insieme dei pregiudizi che Migliucci parla di «mortificazione: come se fossimo noi avvocati a costituire il pericolo, a dare alla stampa le intercettazioni». Perciò «solleveremo la questione di costituzionalità delle norme, e da oggi so che voi pm non sarete contrari». E no, visto il clima di ieri.

 

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