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«Così impediremo che l’acqua diventi la nuova Sarajevo »

Avvocature ed esperti al confronto nella sede del Cnf
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In coincidenza con la Giornata mondiale dell’acqua, Andrea Mascherin ha ricevuto ieri, nella sede del Consiglio nazionale forense, i rappresentanti dell’avvocatura del Marocco – Paese in prima linea nella tutela delle risorse naturali – alla presenza dell’alto funzionario della Farnesina Enrico Padula e di due protagonisti degli studi sull’ambiente come Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro oggi al vertice della Fondazione Univerde, e il presidente dell’Istituto italiano per gli studi delle Politiche ambientali Maurizio Montalto. Un incontro, intitolato “L’acqua per la pace”, utile a definire il ruolo del mondo forense nella difesa della risorsa che tiene in sospeso il pianeta, attorno a un punto fermo: «Il diritto all’acqua è tra quelli che non possono essere oggetto di mercificazione», come ha detto il presidente del Cnf.

A inizio incontro Andrea Mascherin indica un punto fermo: «Il Consiglio nazionale forense è impegnato nella tutela dei diritti fondamentali e inalienabili: ebbene, l’acqua rientra a pieno titolo nella definizione, è tra i diritti che non possono essere oggetto di mercificazione». Da qui l’avvocatura si trova a risolvere un interrogativo: come far valere il principio in un sistema che rischia appunto di ridurre a merce una risorsa vitale. La sfida non è facile, ma è interessante che il presidente del Cnf la raccolga, in una ricorrenza particolare come quella di ieri, cioè nella Giornata mondiale dell’acqua, con una modalità apparentemente informale eppure densa di significati: riceve nella casa dell’avvocatura italiana, la sede del Cnf appunto, i rappresentanti di un Paese come il Marocco, «fortemente impegnato nel trasformare l’acqua da motivo di conflitto a strumento di pace», per usare le parole ripetute nell’incontro. Si tratta di Doublali Charif, componente per il Marocco del direttivo dell’Unione degli Ordini forensi del Mediterraneo, e Hamza Ochen, rappresentante dell’Associazione giovani avvocati dello stesso Paese. Alla discussione, intitolata “L’acqua per la pace” prendono parte anche un rappresentante del governo italiano, il consigliere del ministero degli Esteri Enrico Padula, il coordinatore della commissione Diritti umani del Cnf Francesco Caia, l’ex ministro e presidente della Fondazione Univerde Alfonso Pecoraro Scanio e il presidente dell’Istituito italiano per gli studi delle Politiche ambientali Maurizio Montalto. Anche gli ultimi due, non casualmente, sono avvocati. Un dato emerge dal confronto: l’avvocatura può mettere sul tavolo delle diplomazie globali la «propria storica vocazione alla tutela dei diritti fondamentali», come dice Mascherin. Può farlo a maggior ragione grazie all’impegno di chi rappresenta la professione in Paesi come quelli del Nordafrica, irrimediabilmente afflitti da carenza di risorse idriche eppure virtuosissimi nel gestirle. Sembra «un sogno» : a utilizzare l’espressione è innanzitutto Pecoraro Scanio. Che però fa notare: «Lo era anche la tregua olimpica, poi l’ultima edizione invernale ha favorito un insperato avvicinamento tra le due Coree. Ecco perché si può credere in un altro sogno, che ci ha spinti a promuovere la campagna # ZeroWar2020: e poiché la scarsità idrica è all’origine di un alto numero di conflitti, quell’obiettivo si realizza se si restituisce ai popoli il diritto all’acqua». Stesso concetto da cui parte Mascherin: «Il tema dell’acqua rientra appieno nell’iniziativa di # ZeroWar».

Qui entra in gioco il vero ostacolo: quella riduzione della risorsa vitale al rango di merce a cui il presidente del Cnf fa cenno al’inizio. «L’unica soluzione è fare in modo che business e movimenti si parlino», spiega Montalto, «ma il confronto è possibile se si diffonde la conoscenza dei fenomeni: è l’obiettivo all’origine del World water assesment program, promosso dalle Nazioni Unite proprio in vista di un’inversione di tendenza nell’uso delle risorse idriche». Il Wwap ha sede a Perugia: l’Italia mette a disposizione gran parte delle risorse necessarie a tenere in vita il programma. Il suo Rapporto 2018, elaborato come ogni anno, è in questi giorni all’attenzione del World water forum in corso a Brasilia: confronto in cui però le corporation tendono a prevalere. E invece «è proprio il modello di politiche industriali che va modificato», spiega il presidente dell’Istituto per gli studi ambientali.

I piani sono due: la mercificazione appunto «perché una sempre maggiore quantità d’acqua viene imbottigliata con esponenziale aumento dei costi» ; e, naturalmente, i livelli di «impatto ambientale: a cominciare dalle 57mila dighe sparse per il mondo che massacrano le agricolture». ricorda sempre Montalto.

È chiaro che restringere la voracità del business è l’impresa più ardua. Può essere tentata solo con un «nuovo modello di diplomazia», spiega il consigliere Enrico Padula, che alla Fanesina è a capo dell’ufficio Politiche e attività multilaterali in materia di ricerca, scienza e spazio. «La nostra idea di democrazia ha una struttura composita: e nel nuovo assetto si annovera anche la cosiddetta democrazia scientifica, con una propria specifica diplomazia. Vuol dire», dice Padula, «creare occasioni di conoscenza attraverso le relazioni tra comitati di ricerca dei diversi Paesi: è la strada che consente al confronto multilaterale di dispiegarsi in maniera più compiuta, su basi più certe. E in Italia diamo un contributo, sul tema dell’acqua, sia attraverso il Wwap sia con la rete di relazioni nel Mediterraneo». Padula inserisce «un’attività importante come quella svolta dal Cnf nel quadro di tale nuova idea composita di diplomazia». Mascherin rilancia: «Siamo a disposizione del governo ogni possibile contributo su una materia come il diritto al’acqua». E si arriva allo snodo cruciale: il presidente del Cnf ricorda come «tutti i corpi intermedi» abbiano una «responsabilità: nel caso dell’avvocatura questa è ancora maggiore». Non a caso, ricorda il consigliere Cnf Francesco Caia, «a giugno le avvocature africane e europee si riuniranno proprio per discutere di tutela dei diritti fondamentali». E il rappresentante dell’avvocatura marocchina Doublali Charif spiega che il suo Paese «attraverso l’impegno per il diritto all’acqua ha dato un contributo a una migliore relazione tra gli Stati». L’acqua, aggiunge, «è una possibilità per la pace nel mondo», e non l’equivalente postmoderno dello sparo di Sarajevo. Charif ricorda come i trattati fra Israele e Palestina nel 1993 siano partiti dagli accordi sulle risorse idriche, ma anche come il suo Paese «abbia investito in dighe e risorse rinnovabili prima che sulla produzione di beni: è grazie all’acqua del Marocco che oggi la frutta di Algeria e Tunisia è venduta in tutta Europa». Esempio, appunto, di buon vicinato attraverso l’uso della risorsa primaria, che fa da contrappunto alle «tante tensioni innescate dallo sfruttamento di grandi bacini. Basti pensare alle tensioni tra Egitto ed Etiopia attorno al Nilo». Eppure, ricorda Hamza Ochen, che rappresenta i giovani avvocati marocchini, «noi non possiamo essere considerati un Paese fortunato: abbiamo una disponibilità idrica di 500 metri cubi pro capite, laddove gli standard internazionali non di oggi ma del 1960 si attestavano su valori cinque volte più grandi». Ciononostante la monarchia nordafricana «è riconosciuta a livello internazionale tra gli Stati più attenti alla valorizzazione delle risorse naturali».

Esempi come questo fanno del Mediterraneo il luogo da cui partire per promuovere l’inversione di tendenza. E l’avvocatura può essere quel mediatore tra popoli e business ritenuto decisivo nel nuovo modello di «diplomazia scientifica» evocato dal consigliere Padula. Ma resta quel punto di partenza: consentire ai popoli di conoscere. È l’obiettivo ricordato in un messaggio, letto durante l’incontro, della green nobel Phyllis Omido, attivista kenyana che ha promosso una delle più imponenti class action mai tentate, per ragioni di tutela ambientale, nei confronti della grande industria: «Alle persone non è concesso di partecipare ai processi decisionali in materia di risorse, non sono date informazioni sufficienti: così nessuno può assicurare il diritto a vivere in un ambiente sano. Ecco perché l’incontro al Consiglio nazionale forense è importante in vista di una nuova policy, anche per l’Africa». Portatori di pace attraverso l’acqua e la conoscenza: una sfida ardua al cui l’avvocatura non pare sottrarsi.

 

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