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Ecce Virgo, storia di una monaca di clausura

Lo spettacolo scritto e diretto da Angela Di Maso, con due virtuosi protagonisti: Gianni Lamagna e Francesca Rondinella
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L’Elicantropo, il teatro resiliente di Carlo Cerciello e Imma Villa, ha ospitato il debutto, in prima assoluta, dello spettacolo Ecce Virgo, storia di una monaca di clausura, scritto e diretto da Angela Di Maso, con due virtuosi protagonisti della voce, del bel canto e della scena Gianni Lamagna e Francesca Rondinella. Il testo è stato vincitore del premio nazionale di drammaturgia “Fabrizio Romano”, ma alla Di Maso, definita proprio da Enzo Moscato “l’autrice in Italia più interessante e originale della drammaturgia femminile contemporanea”, sono stati attribuiti diversi e importanti premi nazionali e internazionali (Ruzzante, Fersen, Quasimodo). Poliedrica ed eclettica autrice, nonché apprezzata musicista, ha collaborato con Pupi Avati alla sceneggiatura del film “Una festa da ballo”, di cui il regista firma anche la prefazione del suo ultimo libro “Teatro”, Guida Editori, dove si possono leggere i suoi testi drammaturgici. Mentre Moscato ne ha curato l’introduzione. Ebbe a dire recentemente alla presentazione del suo libro “La mia scrittura è cruda, reale ma il mio cuore è completamente diverso da questa poetica”. Ed è con questa cifra stilistica che riusciamo a penetrare nell’aggrovigliata e complessa inteleiatura dialogante della sua drammaturgia. Ecce Virgo, narra di una monaca di clausura dell’ordine delle Clarisse, interpretata con grande fervore e inquietudine da Francesca Rondinella, che ha una grave colpa da confessare e si rivolge al frate minore conventuale, interpretato da un rigoroso Gianni Lamagna, per ricevere l’assoluzione. Al centro della scena un crocifisso di luce nella doppia funzione anche di altare, un bianco e nero deciso e assoluto fa da sfondo e avvolge i protagonisti negli abiti talari, specchio di un vissuto dai forti contrasti umani e religiosi. Serpeggiano e riaffiorano emozioni e pulsioni represse nel dialogo convulso tra la clarissa e il frate, disperazioni e perversioni si intrecciano in una metrica musicale così intensamente bella e penetrante che si percepiscono profondamente i travagli di entrambi i protagonisti Una richiesta di assoluzione, che non significa remissione o liberazione dal peccato commesso, per aver istigato, o chissà forse inconsciamente sostituito, la ragazza che si era rivolta a lei a continuare la tresca con l’amante ed averle suggerito come “mettere a servizio dell’insaziabile amante, ogni parte del proprio corpo per provocare in lui maggiore delizia”. Un frate che viene visibilmente turbato e sconvolto dal perverso e dissonante racconto che tracima in un delirio di sensi e di suoni, di voci e di silenzi. “Un prete qualsiasi non l’assolverebbe mai per la gravità delle sue azioni – è scritto nelle note di regia – che vanno ben oltre l’impudicizia, ma l’allontanerebbe immediatamente dall’Ordine di appartenenza: da fuori dal mondo, per chi vive protetto dalle mura conventuali, ritornerebbe così fuori nel mondo. Paradossalmente, la libertà è proprio la condizione che più spaventa la donna, e l’unico modo per potere ottenere la remissione dei suoi peccati è l’essere ascoltata da chi è come lei. Se non lei stessa. Se non lui stesso”. La drammaturgia di Angela Di Maso si sgancia da forme di stereotipi, in essa traspare sempre un tasso di ironia salace, anche di sarcasmo, ma il suo è sempre un registro nitido di un racconto che denuncia ma sollecita anche la fantasia e crea forti suggestioni. Il suo è un reticolato dialogante, per un teatro fortemente di parola che ammalia, turba, e “indaga altro e oltre: le conseguenze del non amare”. I costumi sono a cura di Francesca Loreto, il bel disegno luci di Cinzia Annunziata, gli elementi scenici di Armando Aloisi, la musica è di Angela Di Maso e Arvo Pärt, il trucco di Silvia Manco e Gennaro Patrone.

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