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Totò, l’uomo, il mito, la maschera, il genio…

Ultimi giorni a Roma per la mostra dedicata al grande attore napoletano
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Parlando della maschera di Totò, Dario Fo disse che «non è travestimento, né nasconde l’attore. Lo svela. È la sintesi magica, non di un personaggio, ma di un mito». A cinquant’anni dalla scomparsa del grande attore e dopo il successo di pubblico e critica di Napoli la mostra Totò Genio, organizzata e curata da Alessandro Nicosia e Vincenzo Mollica ha riscosso i meritati tributi anche nel suo passaggio romano che terminerà il 18 febbraio 2018, al Museo di Roma in Trastevere.

Fra documenti personali, disegni – come quelli realizzati da Pier Paolo Pasolini per l’episodio La Terra vista dalla luna (dal film collettivo Le streghe, 1967), Federico Fellini ed Ettore Scola, oltre agli omaggi di fumettisti quali Crepax, Pratt, Manara, Pazienza e Onorato –, lettere, costumi – fra cui spiccano quelli indossati nei film Un turco napoletano (1953) e L’oro di Napoli (1954) – cimeli, fotografie, filmati d’epoca, installazioni multimediali e testimonianze varie, la rassegna ripercorre la carriera e il percorso umano del celebre artista, figura poliedrica che divise la propria attività tra cinema, teatro, pubblicità – prestò il suo volto e l’inimitabile mimica a diversi prodotti di quegli anni, fra cui la Lambretta e il Bacio Perugina – fino a toccare gli ambiti della canzone – come la celeberrima Malafemmina, composta nel 1951 – e della poesia.

«Non c’è nessuna discrepanza – affermava – tra la mia professione (che adoro) e il fatto che io componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto». A Napoli, infatti, a cui doveva il primo contatto con il mondo dell’arte scenica con la visione degli spettacoli di Gustavo De Marco e da cui provenivano diversi suoi sodali –  da Eduardo, Peppino e Titina De Filippo a Michele Gualdieri fino a Nino Taranto –, non mancava di esprimere tutta la propria dedizione: «Resto un napoletano – amava ricordare – con tutti i pregi e i difetti del napoletano. Vivo ormai da molto tempo a Roma, ma non mi sento romanizzato nelle abitudini. Ogni quindici venti giorni torno a Napoli per un brevissimo soggiorno; non posso stare più a lungo lontano dalla mia città; la gente di là mi dà il calore della vita. E ogni volta mi commuovo, come un bambino».

Un’ampia sezione della mostra rivisita il rapporto del Principe Antonio De Curtis con il cinema, che lo vide protagonista di ben 97 film, mentre non mancano tributi di registi e colleghi. Pasolini spiegava così il motivo per cui lo scelse nel suo Uccellacci e uccellini (1966): «Ho scelto Totò per la sua natura, diciamo così, doppia. Da una parte c’è il sottoproletariato napoletano, e dall’altra c’è il puro e semplice clown, il burattino snodato, l’uomo dei lazzi e degli sberleffi. Queste due caratteristiche insieme mi servivano a formare il mio personaggio. Nel fondo di Totò c’era una dolcezza, un atteggiamento buono e al limite qualunquistico, ma di quel tipico qualunquismo napoletano che non è qualunquismo, che è innocenza, che è distacco dalle cose, che è estrema saggezza, decrepita saggezza».

Pure, anche Totò dovette fare i conti con la censura cui veniva sottoposto il cinema, in osservanza alla legge del 16 maggio 1947 che si rifaceva esplicitamente al decreto 1923. «Se a un comico – commentò al riguardo – tolgono la possibilità di fare la satira che gli resta? Al film migliore che ho interpretato, Totò e Carolina, hanno fatto 82 tagli… Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo: “Caccavallo, agente dell’Urbe”».

Attraverso documenti originali, foto e giornali d’epoca viene approfondita la dimensione più specificamente privata di Totò, dal legame con l’attrice e giornalista Franca Faldini – pur non essendosi mai sposati, vissero quindici anni di condivisione e convivenza – al suo amore per gli animali – che trovò espressione nella costruzione, da lui patrocinata, di un centro residenziale dove trovarono accoglienza duecentoventi cani – fino ai suoi tre funerali – a Roma, a Napoli e nel Rione Sanità della città partenopea in cui nacque – e alla sepoltura presso la Cappella fatta appositamente costruire nel Cimitero di Santa Maria del Pianto, dove vengono ancora depositate da estimatori richieste di grazia, miracoli e preghiere. Poco prima della scomparsa, aveva dichiarato: «Chiudo in fallimento. Avrei potuto fare molto di più, moltissimo. Il palcoscenico offre infinite possibilità che non sono riuscito ad afferrare. Mi dispiace di non essere stato all’altezza. Nessuno mi ricorderà». La Storia, in questo, gli ha dato torto.

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