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Il declino degli intellettuali: da Zola a Diego Fusaro e al cane di Chiara Ferragni…

Se la statura e influenza culturale è segnata dal consenso dei fan, dai like e dai follower, chi saranno i futuri guru?
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Il 13 gennaio 1898 usciva su L’aurore la famosa lettera di Zola al Presidente della Repubblica francese intitolata J’accuse: com’è noto riguardava l’affaire Dreyfus, l’ufficiale di origine ebraica ingiustamente accusato di tradimento.

Ne seguì un manifesto firmato da vari intellettuali ( tra cui Proust, Gide, Anatole France) schierati in difesa di Zola, a sua volta accusato di vilipendio alle Forze armate. Meno di un secolo dopo, l’ 8 ottobre 1975, Italo Calvino scriveva sul Corriere della Sera, commentando i fatti del Circeo: la violenza bruta di tre giovani della Roma altoborghese e neofascista ai danni di due ragazze del popolo. Pasolini, poche ore prima del suo altrettanto brutale assassinio ( secondo alcuni legato in qualche modo se non a quell’articolo, alle posizioni prese sui fatti nazionali) contestò l’analisi di Calvino, giudicandola insoddisfacente dal punto di vista storico- politico, in una lettera sempre pubblicata dal Corriere della sera. Questi due estremi segnano nella storia culturale le soglie simboliche dell’avvento e della fine del ruolo attivo dell’intellettuale nella società: uno scrittore ( un critico, un filosofo, un militante) s’incarica di interpretare i fatti del mondo e dell’attualità, mettendo a rischio la propria stessa tranquillità ( se non la vita, come sarebbe capitato un trentennio dopo a Saviano) e trovando spazio e accoglienza sui più importanti quotidiani nazionali. Intellettuale è colui che prende posizione, che ha un’idea del mondo e del presente, prima che della letteratura o dell’arte in genere. In mezzo agli estremi segnati, ci sono, come modelli ancora attuali, Sartre, Simone De Beauvoir, Simone Weil: scrittori- filosofi- intellettuali a confronto vivo con l’evoluzione del pensiero e dei costumi, dal dopoguerra agli anni Ottanta.

E dunque: come non sussultare, leggendo che una trasmissione del canale radiofonico tradizionalmente deputato all’approfondimento culturale, ossia Radiotre, dedicherà delle puntate ad alcuni scrittori midcult nati tra gli anni Sessanta e i Settanta, considerandoli «gli intellettuali di oggi» ? Non vale la pena ripeterne qui i nomi perché si tratta di una scelta dovuta, più che a meriti specifici ( ma direi demeriti, mirando le loro scritture esclusivamente all’affabilità e al consumo immediato), a piccoli e peraltro contenuti momenti di sovraesposizione in tivù, nei social, sulla carta stampata.

A nessuno dei prescelti mi sarei sentita di attribuire la qualifica di intellettuale (se non per scherzo in almeno due dei casi) e anzi, sono tra gli ultimi nomi che mi sarebbe venuto in mente di fare, se interrogata.

Come spesso accade, apro una discussione- sondaggio sul mio profilo Facebook, non solo su chi siano e dove si esprimano, gli intellettuali di oggi, ma sulla ridefinizione del loro ruolo e della loro funzione. Non siamo ai tempi di Proust né a quelli di Pasolini, che pure alla comunicazione ha dedicato parecchi suoi corsivi ( deprecando proprio gli effetti di quella di massa spacciata per cultura, quando era solo propaganda omologante). L’intellettuale, rispondono i partecipanti alla discussione, deve confrontarsi col presente a partire dai nuovi strumenti, spazi e canali disponibili e non può dirsi davvero tale se non ha, ad esempio, un profilo social da cui intervenire, informarsi, partecipare la propria idea di mondo e di letteratura.

Intellettuale sembrerebbe ormai coincidere nel senso comune con scrittore e qui si produce un curioso paradosso per cui questa figura nel tempo così screditata da essere definita clownesca o imbonitrice dal compianto Bauman ( a petto dell’iniziale statuto di ‘’ legislatore’’ o figura di riferimento per la comunità) parrebbe invece volentieri incarnata da personaggi dediti più che all’intervento culturale alla costruzione del consenso specie in rete, sprovvisti come sono di competenze verificate ( a non voler parlare di weltanschauung).

Valentina Nappi, ad esempio, che riceve dai media la qualifica di “filosofa” ( solitamente senza virgolette), da quale Scuola di Francoforte rediviva ci viene? Dall’industria del porno, sic et simpliciter. Così per Diego Fusaro, altro filosofo che impazza senza virgolette nei media e nei festival: ma se l’indice di caratura intellettuale è segnato dalla quantità di fan e seguaci, saranno intellettuali anche i Måneskin, fenomeno giovanile di stagione, o Matilda, il cane di Chiara Ferragni col suo milione di follower?

Con l’intervento nella discussione di Carlotta Vissani, collaboratrice di riviste tra cui F, Natural Style, TUStyle, si inizia a riflettere su come l’intellettuale abbia perso centralità perché ( dixit) non saprebbe più parlare in modo da instillare curiosità nelle masse. Può darsi che sia così, ma le masse hanno perso interesse per qualunque discorso- prodotto che non sia di largo, larghissimo mercato, e anche lì la cultura perde senza rimedio rispetto a un’infinità di più allettanti prodotti commerciali. I cosiddetti intellettuali di Radiotre da scrittori vendono un numero di copie paragonabile a un flop di qualunque altro oggetto di consumo: pensiamo a un iPhone venduto in 3000 esemplari, fallimentare, va subito sostituito.

Nondimeno, se Magrelli decide di proporre la formula dei cultural combat ( i match tra scrittori che si amarono si odiarono o si ignorarono: Woolf- Joyce, Nabokov- Dostoevskij, Céline- Proust e così via), il teatro non potrà dirsi invaso dalle masse, ma comunque farà sold out di lunedì ( mentre le masse restano occupate a indignarsi per lo spinello di Francesco Monte a L’isola dei famosi).

Silvia Bortoli, esperta di letteratura e traduttrice, oltre che internauta di lungo corso, riprende il paradosso di Bauman e ribadisce lo scarto fra comunicazione e complessità: «Curioso che in un’epoca che dell’intellettuale ha fatto non una bestia nera, ma una bestia da abbattere a colpi di sarcasmo, ci sia poi questa corsa a definire intellettuale chiunque, sotto qualsiasi veste, parli in pubblico anche in modo culturalmente poco sofisticato, poco complesso. E dico complesso, non complicato e incomprensibile». E aggiunge: «Agamben è un intellettuale, Cacciari è un intellettuale, Berardinelli, piaccia o no, è un intellettuale, Magris, piaccia o no, è un intellettuale, quelli di Quaderni Piacentini erano intellettuali. Erano intellettuali coloro che parlavano “in pubblico”, sul mondo e del mondo, partendo da una base teorica sostanziosa e riconosciuta, non autoassegnata».

Non è dello stesso avviso Stefano Gallerani, conduttore di rubriche televisive sui libri e recensore pluridecennale su Alias, che riconnette il ruolo all’impegno e all’azione diretta nella vita culturale e nella società: «Non limitiamo l’orizzonte del problema alle arti o simili, altrimenti finisce che chi meriterebbe, come voi dite, di scrivere sui giornali, magari parla ancora di Marx: e fa bene, per carità, ma non saprebbe poi spiegare cos’è il value investing… ».

La questione è aperta, e manca a questo punto la voce del pubblico, che se non è più massa, meno che mai critica, ha comunque diritto a pretendere per sé il meglio sulla piazza, come fa al banco del mercato quando la roba di seconda scelta, senza alcun timore di passare per snob o elitista, la scarta. Sarà value investing? Non saprei, ma potrebbe addirittura aver più a che fare con l’attività intellettuale della scrittura dei romanzi di oggi (specie se midcult).

 

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