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Il manifesto degli irrilevanti: «Basta, è l’ora di unirci!»

Sia chiaro, l'irrilevante non è tale rispetto ai propri eventuali limiti oggettivi
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Irrilevanti di tutto il mondo unitevi! Se fosse un manifesto – il Manifesto degli Irrilevanti, appunto – dovrebbe aprirsi proprio con queste parole, benché già sentite, decisamente retoriche, tuttavia convincenti per chi voglia contarsi e uscire dalla botola nella quale quegli altri, coloro che invece a vario titolo contano, ti hanno buttato dentro. Perché gli irrilevanti sono, sì, maggioranza, ma anche incapaci di dire a se stessi, e dunque trasformare, questa condizione oggettiva indotta in combustibile narcisistico, torba per sollevarsi davanti alla miseria di chi invece può, “ha potere”, gode della considerazione sociale a ogni angolo di strada e caseggiato, dire a se stessi appunto che no, non ci avranno, e questo senza neppure bisogno di credere alle scie chimiche e ai rettiliani.

Intendiamoci, se certuni hanno buon gioco a discapito di altri, cioè degli irrilevanti, molto dipende dal fatto che la miseria culturale è ormai generalizzata, non esiste pensiero sulle cose, semmai adesione acefala a un tempo che, se dovessimo riferirlo al cinema, andrebbe detto dei “telefonini bianchi”, il genere più amato e comprensibile in mediocrazia. La lista degli acefali è assai lunga, ciononostante proveremo ad accennarla, sia pure per difetto. Al tifoso non puoi toccare la sciarpa, all’hipster la barba, ai brigatisti non puoi sfiorare l’orgoglio di aver assassinato Moro; a quegli altri, i sensibili di sinistra, non puoi dire male dell’ultimo film della Archibugi o di Virzì; ai fascisti non puoi toccare il duce, alla nipote del duce non puoi dire che il duce era cattivo, alle neofemministe non va detto che, con la scusa di Weinstein, qualcuno vorrebbe reintrodurre la verginità, agli amministratori di condominio non puoi dire che provi orrore per i loro miseri millesimi, a Berlusconi non puoi dire che le sue dentiere non funzionano, ai leghisti che le razze non esistono. E questo in un mondo, in un paese, dove tutti si guardano in faccia con risentimento tenendo stretti in pugno proprio i millesimi, come fossero figurine Panini, e con questo ritengo di avere detto se non tutto, molto.

Sia chiaro, l’irrilevante non è tale rispetto ai propri eventuali limiti oggettivi, lo è semmai poiché qualcuno ha deciso che debba essere tenuto in quella condizione, il caso della carta stampata e di tutti gli altri media in questo senso parla chiaro, si lavora a selezionare le opinioni, a depotenziarle, e intanto si dice che il web andrebbe presidiato per il bene di tutti. Perfino a sinistra l’hanno detto, evidentemente la fuga dal controllo si fa sentire, e dunque chi deve, chi può, corre ai ripari. Non sia mai che qualcuno si organizzi da solo?

La condizione dell’irrilevante, talvolta, fa pensare, anzi, è assai simile alla trama di un film d’anni fa: prendono uno e gli dicono di restare nascosto sotto terra, a pedalare per produrre elettricità perché la guerra non è ancora finita, visto che nel frattempo gli eroici partigiani stanno ancora combattendo, lo tengono lì con l’inganno e lui intanto pedala pedala, “… mi raccomando, non fermarti, che dobbiamo ancora vincere la guerra! ”, così gli dicono, e quello, obbediente alla causa, alle parole degli altri, pedala affinché le lampadine della futura vittoria restino sempre accese, facciano luce alla vittoria che sarà. Poi, un giorno, per puro caso, sempre lui, quello che tenevano sotto terra, dà un’occhiata fuori dalla cantina e scopre che in strada, alla luce, c’è, metti, Rita Pavone che canta “Il ballo del mattone”, dunque non era vero che la guerra ancora… A quel punto, presa coscienza dell’inganno, l’uomo si imbruttisce e decide di abbatterli tutti. Lo so, è assai difficile in un paese segnato dal familismo immaginare un simile festoso epilogo. Però almeno gli artisti, gli intellettuali, gli scrittori è bene che ci provino, visto che non spetta loro lavorare per il consenso, siamo forse ancora al tempo della querelle tra Togliatti e Vittorini, no?

A proposito di fantasia cui far ricorso nella condizione di irrilevanza, ho un’altra storia da raccontare. A Palermo, molti anni fa, nacque l’Associazione indigenti, lui, il leader, se così può dirsi, si chiamava Salvatore Raia, un povero pieno di iniziativa, però un povero povero. Raia, fra poco altro, campava attaccando nottetempo i manifesti per il Pci ( e anche per il manifesto, che allora, era il 1972, aveva candidato l’anarchico Valpreda per farlo uscire di prigione, cosa che fece infuriare, ora che ci penso, quando se ne accorsero, i comunisti), Raia, cui è stato perfino dedicato un romanzo, di Matteo Collura, Associazione indigenti, ovvero i miserabili a Palermo, Einaudi, 1979.

Con una corte di poveri e straccioni, il suo Sesto stato, Raia, periodicamente, forte proprio di un’immensa irrilevanza, andava sotto il Comune a protestare per far ottenere i sussidi a quel popolo, o forse bastava un semplice piatto di pasta; una volta, Raia e i suoi, decisero perfino di andare tutti a Roma, a trovare il papa, come se questi, proprio il papa, fosse una sorta di mega- assessore planetario alla casa, all’assistenza, al pane e al vino, peccato che i poliziotti li fermarono mentre stavano per salire, in centinaia, sul treno, ne venne fuori un parapiglia dove, la più povera e anziana di tutta l’armata di Raia, dette in faccia a un agente della polfer un piatto- souvenir con l’effigie di Giovanni XXIII, il “papa buono”. E il piatto non si ruppe.

“E questo dimostra che è stato un miracolo”, disse la povera vecchia confortata da Salvatore Raia, analfabeta, ma in possesso di biglietto da visita, ‘ Presidente dell’ associazione Anonima indigenti’. Raia, che aveva perfino un suo segretario, tale Serio, incaricato di scrivergli e decifrargli le lettere.

Proprio Raia, pensando agli irrilevanti, costretti ad affrontare il cinismo crudele di quegli altri, i convinti che l’assenza di ambizione per il potere sia uno stigma, così come la povertà, e qui c’è una delle spiegazioni all’agonia attuale della sinistra, proprio Raia mi è tornato ancora in mente guardando, sempre per caso, l’altro giorno, una foto dei funerali di Togliatti, dove la nonna tiene per mano la bambina, e la bambina guarda l’obiettivo, dove sarà adesso quella bambina? Tornerà mai il sogno del viaggio? Tornerà mai il rispetto per ciò che Pasolini chiamava “l’epopea degli umili”? E dove sarà adesso il piatto miracoloso di papa Giovanni? Irrilevanti di tutto il mondo uniamoci!

 

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