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De Giovanni: «4 marzo? La gara del rancore. Ma non date per morto il Pd»

Il politologo Biagio de Giovanni guarda alla prossima campagna elettorale per le politiche con un misto di scetticismo e di allarme
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«L’impressione è che la campagna elettorale appena iniziata sarà segnata dai rancori e dai reciproci disconoscimenti delle forze in campo, che in nome della delegittimazione dell’avversario perderanno completamente di vista i veri temi che riguardano il futuro dell’Italia. Duole constatare in questo senso, che in un momento in cui le maglie del Fiscal compact si fanno sempre più strette, il Corriere della Sera, ovvero il maggiore quotidiano italiano, abbia dedicato cinque aperture di fila al caso Boschi, che caso non è. Semmai si tratta di una questione assai più lieve di opportunità politica». Filosofo, politologo, ex parlamentare europeo eletto nelle file del Pc e poi del Pds, Biagio de Giovanni guarda alla prossima campagna elettorale con un misto di scetticismo e di allarme.

«Ma guai spiega – a dare già per morto il Pd, le elezioni del 2013 ci hanno insegnato che tutto può accadere. A una settimana dal voto, cambiarono allora opinione un milione di elettori, con il risultato che il certo trionfo di Bersani si trasformò nella celebre non- vittoria».

Allo stato attuale il Pd naviga però in cattive acque, per stessa ammissione del segretario Renzi. Crede nella rimonta?

I sondaggi per il momento non depongono bene, ma sappiamo quanti colpi di coda possono riservare gli umori degli italiani. La competizione è ancora lunga, e non è difficile immaginare che possa riservare sorprese. Fanno male in tal senso Berlusconi e Di Maio, a considerare già da adesso quella del Pd una battaglia perduta. Resta naturalmente il dato politico che Renzi non sia riuscito più a sintonizzare la propria linea politica con lo stato d’animo dell’opinione pubblica. Ma giova ricordare allo stesso tempo, che l’avvento del premier Gentiloni ha rappresentato una normalizzazione del renzismo. Il passo felpato del presidente del Consiglio ha sottratto la politica del Pd alla nevrosi del suo precedessore. Il peso dell’esperienza Gentiloni, che è in cima agli indici di consenso degli italiani, alle urne potrebbe pesare parecchio. Più di quanto non pensino gli avversari.

Gentiloni rappresenta però anche la possibile chiave di volta per un governo tecnico. Non teme che il M5s possa cavalcare l’onda dell’inciucio tra Pd e Forza Italia e drenare così molti consensi in casa dem?

Il rischio esiste ed è fondato. Ma è anche vero che Renzi in realtà non è candidato a niente. Tutti, compreso il segretario stesso, sanno bene che per rientrare dalla porta principale di Palazzo Chigi, occorrerebbe raggiungere la soglia irraggiungibile del 51 per cento. Chi vota il Pd po- trebbe dunque optare per le ragioni del buon senso, nell’idea di legittimare di nuovo Gentiloni a proseguire sulla linea di un governo di responsabilità nazionale le cui alchimie sono tutt’altro che individuabili al momento.

Sia Gentiloni che Berlusconi, non hanno mai chiuso in modo reciso alle larghe intese. Andiamo incontro a un Nazareno bis?

Anche in questo caso, le incognite sono maggiori di quanto non raccontino retroscena e scenari. Se è vero che il centrodestra ha al momento il vento in poppa nei sondaggi, non dobbiamo sottovalutare neanche le differenze che separano il moderatismo paneuropeo di Berlusconi dal lepenismo ribellista di Salvini. Ma allo stesso tempo occorre domandarsi se davvero il leader di Forza Italia sarebbe disposto a liquidare il Carroccio e ad abbracciare il Pd, nel caso probabile in cui il centrodestra non dovesse riuscire a disporre di una maggioranza autonoma in Parlamento.

E c’è poi la terza incognita rappresentata dai Cinque Stelle, di recente ammoniti dal Garante della privacy e al centro delle polemiche per le modifiche al codice di comportamento.

Il nuovo regolamento approntato in vista delle elezioni, non fa che confermare le impressioni fortemente negative che ho espresso sul Movimento che giudico una forza illiberale. Come si può pretendere di imporre il vincolo di mandato ai parlamentari in violazione della Costituzione? Lo trovo un fatto assai grave, sul quale dovrebbe intervenire la Consulta. Per quanto riguarda la piattaforma Rousseau, mi limiterò a dire con una battuta che il filosofo si starà rivoltando nella tomba. I grillini si riconfermano oggi, guidati da un ragazzotto in giacca e cravatta che ammicca a destra e a manca in cerca di una svolta moderata, un non partito ambiguo e vacuo, che dalle Unioni civili all’Europa continua a dire tutto e il contrario di tutto, sulla base della convenienza del momento.

In Liberi e Uguali militano alcuni suoi vecchi compagni di avventura politica. Crede davvero che caduto il tabù delle alleanze, possano essere i bersaniani a sostenere un ipotetico governo a 5 Stelle?

È un’ipotesi che è stata accarezzata da Bersani, ma che è difficile immaginare in concreto se rapportata alla storia politica di figure come quelle di Massimo D’Alema. Anche se oggi sono distante dall’area politica che fa riferimento a Grasso, continuo a ritenere e a sperare che la sinistra possa ritrovarsi unita dopo il voto, e alleata con il Pd.

Nelle ultime ore si è complicata a tal proposito anche l’alleanza tra il Pd e la lista che fa capo a Emma Bonino. La rottura non farebbe certo bene alla salute già precaria dei dem.

È spiacevole dover constatare come la volontà di compiere un cammino comune si sia annodata attorno a un garbuglio di questioni tecniche e amministrative. Mi auguro che l’impasse possa essere tuttavia superata. Come ha ricordato il ministro Calenda, rinunciare all’intesa con i radicali sarebbe un fatto assai grave dal punto di vista politico.

 

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