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Ferdinando Imposimato il giudice dei complotti e di un’Italia scomparsa

L’ADDIO AL MAGISTRATO DEL CASO MORO
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Oggi è possibile un altro Ferdinando Imposimato? A poche ore dalla sua morte ecco cosa dobbiamo chiederci: un giudice istruttore così, che fa anche il politico, lo scrittore di libri, l’inviato dell’Onu, che prova persino a scrivere soggetti cinematografici, potrebbe di nuovo comparire sulla scena?

È la domanda che si intreccia al commiato per la fine del magistrato del caso Moro, e dell’attentato a papa Wojtyla, dei processi alla banda della Magliana, a Michele Sindona, e di molti altri ancora.

Se n’è andato a 81 anni, Imposimato, nella Roma in cui viveva da tempo, salutato da note e tweet di cordoglio soprattutto dei cinquestelle che avrebbero voluto vederlo al Quirinale. C’è pure chi, come il pd Gero Grassi, lascia un’ombra nel ricordo e si dice certo che «sul caso Moro il giudice si porti via qualche segreto, come fu con Cossiga e Pecchioli». Sembra proprio un’affermazione alla Imposimato, in fondo, che nella sua carriera di magistrato fece cose mirabili, ma non trascurò mai una certa tentazione per il dietrologismo, per la virata complottista, che a volte lo mise anche sulla strada giusta, in altri momenti lo condusse a esiti paradossali, come quando arrivò a sostenere che dietro le stragi di Capaci e via D’Amelio non c’era la rabbia di Cosa nostra per il maxiprocesso e il 41 bis ma gli appalti della Tav. O come in uno dei suoi pamphlet denuncia, L’Italia delle stragi impunite, in cui raggiunse il massimo della vertigine complottista e mise il gruppo Bilderberg dietro gli anni di piombo e le stragi del terrorismo, su alcune delle quali pure aveva lavorato come giudice istruttore.

Ecco, uno così forse non nascerà più. O per meglio dire: a un magistrato, lo stesso Csm non consentirebbe più di spaziare con tanto agio dalla toga allo scranno parlamentare, dall’invettiva ai libri. Anche se molte delle attività extragiurisdizionali risalgono a un’epoca in cui Imposimato aveva lasciato la magistratura, è difficile proprio immaginarlo, oggi, un procuratore capo con le suggestioni visionarie e la forza provocatoria del giudice di Maddaloni. E forse non può che essere così perché Imposimato appartiene proprio a un’altra epoca, non solo della giustizia, a un’Italia che non esiste più, e sono tanti segni a ricordarlo, due in partico- lare: in termini di funzione, è stato appunto giudice istruttore, figura non più prevista dall’ordinamento da quando è stato introdotto il rito “accusatorio”, nel 1988; così come non si può tacere del fatto che anche la vicenda politica di Imposimato sarebbe oggi tecnicamente irripetibile, nel senso che lui è stato l’ “indipendente di sinistra” per antonomasia, archetipo parlamentare ormai scomparso. Eletto con il Pci, e poi con il Pds, alla Camera e al Senato, secondo quello schema che preservava un’alterità rispettosa per certe figure nonostante il sostegno assicurato loro da una ben precisa forza politica. Giudice istruttore e indipendente di sinistra: nessuno potrà più esserlo, e se pure Nino Di Matteo, come si dice, finisse per cedere al richiamo del Movimento grillino, non lo si potrebbe paragonare a Imposimato, nessuno crederebbe a quell’integrità inscalfibile dall’avventura politica.

Ci mancherà, il giudice di Maddaloni, l’uomo segnato nella sua vita dalla barbara uccisione del fratello Franco, operaio e sindacalista trucidato dalla camorra? È vero che oggi ne abbiamo eccome di pm che debordano, basti pensare a quanto ha fatto parlare di sé Piercamillo Davigo, allo stesso Di Matteo, ad altri protagonisti dell’inquisizione palermitana come Roberto Scarpinato. Ma è vero pure che quel modello di magistrato trasversale e poliedrico, capace di istruire il processo sulla strage di Piazza Nicosia come di scrivere un libro sulla “Corruzione ad alta velocità”, non sarebbe più tollerato dal sistema. Non sarebbe più possibile veder imperversare una toga da un campo all’altro, impunemente per così dire, senza che lo si censuri o che si acceleri ad approvare la sospirata legge su toghe e politica. Eppure un uomo temerario ma instancabile, dietrologo ma appassionato, ci mancherà sul serio proprio perché magistrati così non se ne vedono più. Non ci sono figure dotate di quella stessa totalizzante passione civile, a cui si è sempre perdonato qualche eccesso, non c’è forse più nell’intera classe dirigente italiana la sensibilità per le grandi questioni che ci riguardano, la rabbia nel combattere i fantasmi che infettano il Paese eppure lo costringono a essere unito. È avvenuto anche negli anni più bui della Repubblica con il terrorismo e la mafia, veleni capaci di risvegliare una coscienza. Rischia di mancarci davvero Imposimato, tanto che la divinizzazione di cui è stato oggetto da parte del Movimento cinquestelle, per una volta, non pare stralunata, inspiegabile, tanto più se si ha la pazienza di soffermarsi sulle dichiarazioni diffuse ieri dai deputati grillini, da Luigi Di Maio, dalla pasionaria Roberta Lombardi come dalla sua avversaria Virginia Raggi. A parte la retorica inevitabile del «baluardo nella lotta alle mafie», in tutti quei comunicati di cordoglio ricorrono puntuali le espressioni «splendida persona», «uomo di grande umanità». Stavolta con il paladino scelto per l’occorrenza i grillini avevano stabilito un rapporto persino di affetto, di vicinanza umana, e anche questo non può creare sorpresa. Perché con la sua passione e i suoi teoremi eccessivi, tutto si può dire tranne che Imposimato disumanizzasse la funzione di magistrato, che vestisse la toga o occupasse lo scranno in Parlamento con il cipiglio sussiegoso e freddo del censore disgustato. Si sporcava le mani, a volte sbagliava, ma ci metteva tutto se stesso. E, se non di magistrati, oggi di uomini così ce ne vorrebbero eccome.

 

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