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Si vota il 4 marzo, ma fino ad allora «Il governo governerà »

Giù il sipario sulla XVII legislatura
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Giù il sipario sulla XVII legislatura. Ieri, il Presidente della Repubblica ha ufficialmente sciolto le Camere e indetto nuove elezioni. Dopo essersi consultato col premier Paolo Gentiloni e i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, Mattarella ha firmato il decreto con cui si certifica l’inizio della campagna elettorale: si voterà il 4 marzo.

In mattinata, il presidente del Consiglio si era congedato italiani nel corso della consueta conferenza stampa di fine anno. È stata l’occasione per tracciare un bilancio di cinque anni di governo Pd: «Da Letta a Renzi a me, abbiamo dimostrato che c’è una sinistra di governo a disposizione del Paese», ha detto. «Il Paese si è rimesso in moto, continueremo a governare», spiega davanti ai cronisti il presidente del Consiglio, convinto che l’Italia sia ritornata in carreggiata dopo la «la più grave crisi del dopoguerra», un traguardo insperato fino a poco tempo fa, a cui «nun ce se crede», aggiunge in dialetto romanesco. Gentiloni ricorda però che il cammino dell’esecutivo non si interrompe con lo scioglimento delle Camere.

«Non tireremo i remi in barca, sarà il presidente Mattarella a dettare i tempi e i modi dei prossimi passaggi istituzionali, ma nei limiti fissati dalla Costituzione questo governo governerà fino all’ultimo». E in effetti, da qui fino ad aprile, considerati i tempi tecnici per la formazione di nuove maggioranze, il calendario del premier è fitto di appuntamenti internazionali: dal primo gennaio l’Italia assumerà la presidenza dell’Osce; a febbraio Gentiloni è atteso al vertice Ue per decidere sulla ripartizione dei 72 seggi lasciati liberi dai parlamentari britannici a Strasburgo; nello stesso mese è in programma un vertice della Nato per decidere sul futuro della struttura di comando atlantica; a marzo, altro appuntamento europeo per discutere di Eurozona, web tax, mercato unico e sostegno al lavoro.

Il “lavoro corrente” da svolgere, dunque, abbonda. E a chi chiede cosa pensi di un possibile Gentiloni bis per superare la quasi certa impasse dovuta a un sostanziale pareggio elettorale, il premier risponde con una battuta: «Qualsiasi cosa dica sarebbe usata contro di me. Sognerei altre panchine». Ma aggiunge: «Governerò fino alle elezioni, dove mi auguro che la mia parte politica prevalga.

Sicuramente dobbiamo farci carico della gestione della situazione per evitare instabilità». Perché l’incubo instabilità è stata la ragione della nascita dell’esecutivo Gentiloni, per evitare «interruzioni brusche e traumatiche» in un momento molto delicato per l’economia. Il premier ricorda che la sua esperienza a Palazzo Chigi cominciò dopo la sconfitta più cocente della storia del Pd: il referendum sulle riforme costituzionali.

Adesso, evitare di «dilapidare gli sforzi fatti fino ad ora deve essere il primo impegno della prossima legislatura. Guai a immaginare un futuro di piccolo cabotaggio». Il presidente del Consiglio ci tiene a rivendicare le proporzioni dello sforzo fatto in questa legislatura, parla del recupero di un milione di posti di lavoro, anche se, ammette, «sul fronte dell’occupazione c’è poco da rallegrarsi e tanto da insistere». Loda il reddito di inclusione e difende uno dei punti più controversi di questi cinque anni: l’operato sulle banche. «C’è chi dice che abbiamo messo soldi pubblici per salvarle, ma in realtà si è trattato di salvare il risparmio, tutelare intere aree, altro che regalare soldi ai “mariuoli”», insiste. E, a scanso di equivoci, ribadisce: «Sono stato io a insistere perché Maria Elena Boschi restasse nell’esecutivo».

Nell’elenco incompiuto dei passi avanti in tema di diritti, Gentiloni preferisce guardare al bicchiere mezzo pieno: «Le unioni civili, il biotestamento, l’accompagnamento per i disabili, la legge sulla tortura, quelle contro la violenza sulle donne», oltre alla riforma carceraria che rende il sistema detentivo più «umano e moderno», garantendo sicurezza. A chi gli fa notare la rinuncia allo Ius soli il premier risponde: «La verità semplice è che non siamo riusciti a mettere insieme i numeri sufficienti per approvarla, naturalmente è un difetto dell’azione di governo, ma non ci siamo riusciti. Non c’era incertezza sul contenuto, ma sui numeri».

Infine, il presidente del Consiglio parla della crisi del suo partito e delle sfide elettorali. Il Pd «ha subito una scissione e mi auguro che le conseguenze non siano rilevanti», ricorda. «Ma penso che il Pd in questo contesto abbia tutto l’interesse ad apparire quello che è: una forza tranquilla di governo.  Questo è il messaggio che deve trasmettere e trasmettendolo recupererà consensi».

 

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