Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Gianni Fiorito: «Le foto, io e Sorrentino, coppia da Oscar grazie al Napoli»

Gianni Fiorito, fotografo di scena di tanti film di Paolo Sorrentino, racconta il suo rapporto con il regista e la foto
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Sono diventato un fotografo da Oscar grazie al calcio Napoli». Tra il serio e il faceto Gianni Fiorito, fotografo di scena di Paolo Sorrentino, la butta lì. Ma la frase sintetizza efficacemente l’inizio della sua avventura nel mondo del cinema. Lui che ha iniziato negli anni 80 a scattare fotografie in una Napoli dove la guerra di camorra tra la Nuova famiglia di Lorenzo Nuvoletta e la Nuova camorra di Raffaele Cutolo lasciava morti sul terreno quasi ogni giorno. Sono anche gli anni del terremoto in Irpinia e della ricostruzione infinita. Gianni Fiorito è sul campo al fianco di tanti fotoreporter napoletani ( Luciano Ferrara, Francesco Paolo Cito, Mimmo Jodice, Francesco Jovane, Fabio Donato, la famiglia Siano, il gruppo del Mattino con Giacomo Di Laurenzio, Mario Siano, Antonio Troncone e Guglielmo Esposito, Franco Esse, Gaetano e Franco Castanò e poi i giovani Mario Laporta, Toty Ruggieri, Ciro Fusco, Renato Carbone, Sergio Del Vecchio e, appunto Gianni Fiorito) che immortalano con i loro scatti la cronaca, il costume, il folklore e le bellezze di Napoli e della Campania. Napoli in quegli anni non è solo camorra. È anche il periodo dell’esplosione del “Neapolitan power” di James Senese e Pino Daniele con tutto il supergruppo di artisti, Edoardo Bennato, ma c’è anche la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone. Napoli è una città in fermento, crocevia di esperienze artistiche di altissimo livello grazie all’impegno di Lucio Amelio che riesce a coinvolgere artisti come Andy Warhol, Joseph Beuys, Jannis Kounellis, Mimmo Palladino nella mostra “Terrae Motus”. E sulla scena teatrale accanto al mostro sacro di Eduardo cresce “Falso Movimento” che diventerà poi Teatri Uniti con Mario Martone, Tony Servillo, Antonio Neiwiller. È il periodo del Napoli di Maradona che vince due scudetti e una coppa Uefa. In questo periodo magmatico Gianni Fiorito arricchisce la sua formazione di fotoreporter. «Ho iniziato proprio negli anni 80 a collaborare con vari giornali. Allora le foto erano fondamentali e di storie da raccontare anche con la macchina fotografica ce ne erano moltissime». Intensa la sua collaborazione con la redazione di Repubblica.

Delle sue foto di scena ne ha fatto anche delle mostre molto apprezzate, curate da Maria Savarese: Sui set di Paolo Sorrentino. Fotografie di Gianni Fiorito ( alla Abbazia del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi e alla Certosa di Capri nel 2014), The Young Pope ( a palazzo Reale a Napoli ad aprile del 2017) e Cronache dal set ( a Torino al Centro italiano per la fotografia fino al 7 gennaio 2018).

Negli anni 80 il nome di Gianni Fiorito è legato a una foto che ancora oggi spesso viene pubblicata: quella di Raffaele Cutolo con la sua fidanzata Immacolata Iacone in tribunale.

Era il 1983. È la mia prima foto importante. Da mesi mi appostavo ad Ottaviano per fotografare la Iacone, senza mai riuscirci. Nel corso dell’udienza di un processo nel quale Cutolo era imputato, lei venne in tribunale. Nessuno la conosceva.

Aspettavo il momento giusto per scattare la foto, ma a un certo punto un maresciallo dei carabinieri disse che in aula c’era la fidanzata del boss. Tutti i colleghi cominciarono ad agitarsi, capii che il presidente ci avrebbe fatto uscire. Nascosi la macchina fotografica sotto la giacca e mi allontanai dal gruppo dei fotoreporter che furono fatti uscire. A un certo punto il presidente acconsentì che Immacolata Iacone potesse salutare da vicino Raffaele Cutolo e la fece entrare nella gabbia. Fu il momento per scattare la foto…

È stata l’unica volta che hai visto Cutolo?

No, ho assistito a tanti suoi processi e lui una volta mi disse “stai facendo un sacco di soldi con quella foto, eh? ”.

Era quello anche il periodo del processo Tortora.

Sì. L’ho fotografato tante volte e con quelle immagini penso di essere riuscito a immortalare una persona travolta dai quei fatti, ma che viveva la vicenda con grande dignità. In una foto in particolare, durante una deposizione, traspare il suo stupore per trovarsi lì, ma anche tutta la sua forza nel difendersi.

Cosa c’è dietro ogni foto?

Le fotografie non è che si trovano per caso, si cercano. Il fotografo deve avere ben chiaro che cosa vuole rappresentare. Lo scatto è la sintesi di tutto questo. Anche nel fotogiornalismo la narrazione di un avvenimento viene filtrato attraverso la storia, la personalità e la sensibilità del fotografo.

Hai continuato, però, a fare cronaca fino a quando?

Il punto di svolta è stato il G8 di Genova del 2001. Ho lavorato per tutta la settimana del summit. Fui uno dei primi a entrare nella scuola Diaz dopo la mattanza. Ero deluso. Capì che con quella irruzione era successo qualcosa di gravissimo: una sospensione dei diritti fondamentali della democrazia. Fu il momento di frattura tra me e il fotogiornalismo. Nel frattempo erano chiusi tanti rotocalchi che usavano molto le foto di cronaca e quelli sopravvissuti le hanno sostituite con il gossip. Capii che quel lavoro, fatto di testimonianza, ma anche di denuncia sociale, come lo avevo sempre inteso, cominciava a non avere più senso.

Un fotoreporter che passa dalla cronaca allo sport e allo spettacolo.

Erano gli anni in cui si lavorava molto per i giornali e quindi capitava di tutto. Ho seguito il Napoli come il teatro e proprio grazie a questo connubio ho conosciuto Paolo Sorrentino. Ho spesso lavorato con gruppi teatrali d’avanguardia, soprattutto con Mario Martone. Era il 1999 e negli uffici di Teatri Uniti, dove c’era anche la nascente “Indigo film”, ho conosciuto Paolo Sorrentino che stava preparando L’uomo in più. Sapendo che seguivo anche io il Napoli, del quale lui è tifosissimo, mi chiese di poter venire a vedere una partita da bordo campo, come fotografo. Gli feci avere l’accredito per alcune partite e da lì è nato il nostro feeling.

Non avete iniziato a collaborare da subito.

No, io ho continuato a fare il fotoreporter, ma cominciavo a non sentirlo più come il lavoro che mi piaceva. Nel ’ 99 il regista Tonino De Bernardi mi chiese di lavorare con lui nel film Appassionate tutto girato a Napoli. Il mio lavoro fu molto apprezzato e fui chiamato a lavorare per altre cinque produzioni.

Con Paolo Sorrentino hai vinto anche tu l’Oscar.

Sul set de La grande bellezza si è capito subito che si stava lavorando a qualcosa di importante. C’era una grande empatia tra tutti quelli che erano impegnati a realizzare quel film. E i risultati poi ci sono stati sia con la conquista dell’Oscar, ma anche con l’apprezzamento del pubblico.

Raccontaci Paolo Sorrentino regista con l’occhio del fotoreporter.

È prima di tutto esigente. Molto attento a qualsiasi particolare e rigoroso nel far rispettare la sua idea del film. Pretende la massima attenzione da parte degli attori per il ruolo. Quando gira sa perfettamente quale deve essere il risultato finale e vuole che l’attore si avvicini quanto più possibile all’immagine e alla scena che lui si è già immaginato.

E Paolo Sorrentino raccontato in un’immagine?

Le mie sono subito riconoscibili: Paolo Sorrentino sorridente. È schivo, ha questa maschera un po’ burbera dietro la quale si cela e si rapporta con gli altri. Evidentemente con me c’è una confidenza e un’amicizia tale che quando lo chiamo per uno scatto lui sorride. Quello è il Paolo vero: quello allegro.

Ti ha anche voluto far interpretare fotografi.

Ogni volta che serve un fotografo in una scena mi chiama. Sono ne L’uomo in più, Il Divo, in The Young Pope, e nel corto The Dream.

In questi anni hai avuto modo di lavorare anche con tanti attori: quali differenze hai trovato?

Con i grandi attori, sia italiani che stranieri, si crea quasi sempre il feeling giusto per lavorare bene insieme e ottenere delle foto che esprimano il senso del film. Questo è fondamentale per il fotografo di scena che, non va dimenticato, lavora quando la macchina da presa è ferma. Raramente sono riuscito a “rubare” delle foto durante la lavorazione, in situazioni particolari, quando il click dello scatto è coperto da altri rumori di scena. La gran parte delle immagini è scattata o immediatamente prima o subito dopo il ciak. È fondamentale che l’attore capisca che davanti all’obiettivo deve ancora essere il personaggio, per poter restituire allo spettatore un’immagine del film. La foto non è fatta all’attore, ma al personaggio che ha appena finito di impersonare.

Chi ti ha dato più soddisfazioni da questo punto di vista?

Con Tony Servillo ormai c’è un’intesa consolidata, ma è venuta istintiva anche con Jude Law, durante le riprese della serie The Young Pope. Ha capito subito il mio modo di lavorare e la mia ricerca di certi particolari. C’è una foto molto rappresentativa di quello che dico: è di notte sul ponte Vittorio Emanuele a Roma, con il Palazzaccio alle spalle. Jude Law cammina con il mantello rosso e lo tiene con le due mani aperte. Sembra un animale notturno perfettamente immedesimato nel personaggio. Stava andando sul set, sono corso verso di lui, mi sono inginocchiato per scattare, la troupe si è fermata e Law si è trasformato subito in The Young Pope per farsi fotografare.

Come si muove sul set Gianni Fiorito?

Facendo quello che ho sempre fatto: il fotoreporter. Il set non è altro che una storia da raccontare. Anzi sono storie che si intrecciano. Da una parte la narrazione del film, fatta da attori, personaggi e luoghi. Dall’altra parte quella di chi lavora a realizzare il film: le maestranze, il registra. Un approccio direi sociale che vuole far uscire all’esterno la fatica e l’impegno che c’è dietro a un’opera cinematografica. C’è poi un terzo piano, al quale tengo molto, che è quello dei luoghi. In questi anni ho raccontato spesso come vengono narrati alcuni posti “inquinati” dalla macchina cinematografica. Una foto del backstage de L’uomo in più è per me molto simbolica: Tony Servillo e Andrea Renzi, i due protagonisti, camminano verso il set e sullo sfondo hanno i sette palazzi del “Villaggio Coppola” ( ora abbattuti). Quell’immagine racconta un momento del film, ma anche un luogo degradato dall’abusivismo edilizio. Il mio impegno sociale ritorna sempre, anche facendo foto per i film.

Da poco sono finite le riprese dell’ultimo film di Paolo Sorrentino Loro, si sa che dovrebbe andare a Cannes e uscire nelle sale per maggio: che ci racconti?

Niente. Per contratto. Ho già detto tutto con l’unica foto ufficiale che gira da un po’, come successe anche con The Youth, la Giovinezza. E anche questo è un privilegio.

 

Ultime News

Articoli Correlati