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Morì fuori, ma le sue condizioni si aggravarono quando era in cella

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Era morto lo scorso ottobre dopo una lunga agonia, finì in coma a causa del suo sciopero della fame e dei medicinali in carcere. Parliamo di Salvatore Urbano, ex uomo di punta della malavita locale di Manduria, provincia di Taranto. Venne recluso a maggio del 2013. Già sottoposto al regime della detenzione domiciliare, l’uomo era stato rinchiuso nella casa circondariale di Taranto per scontare una pena cumulativa di 6 anni, 4 mesi e 14 giorni di reclusione per i reati di evasione, estorsione e danneggiamento. Era molto malato e la sua cardiopatia si aggravò ad aprile di quest’anno, tanto da subire un intervento chirurgico a seguito di una ischemia. «Due detenuti che avevano il mio stesso problema cardiaco sono già morti poco tempo fa, ma purtroppo il tribunale di sorveglianza a cui mi sono rivolto lamentando il mio precario stato di salute, non se ne frega niente», scrisse in una lettera rivolta ai giornali locali. Salvatore Urbano avrebbe così iniziato lo sciopero delle cure decidendo di sospendere la somministrazione di otto medicinali diversi che avrebbe dovuto assumere ogni giorno, a questo aggiunse anche la riduzione dell’alimentazione. Fu un gesto forte, eclatante, per protestare contro il regime detentivo che, a detta non lo avrebbe salvaguardato. Il suo avvocato, Alessandro Cavallo, del foro di Taranto, già informato della lettera fatta circolare dai familiari del recluso, aveva quindi inoltrato un’istanza per chiedere il riconoscimento dello stato di incompatibilità con il regime carce- rario per ragioni di salute del suo assistito. Nel frattempo, colto da un malore, il 4 maggio scorso, fu ricoverato in rianimazione per le sue gravi condizioni dovute alla lunga assenza di corretta alimentazione dopo un primo periodo di ricovero nella cella di isolamento dell’ospedale tarantino. Lì aveva avuto una grave compromissione respiratoria che costrinse i medici a trasferirlo nel reparto di rianimazione. Da quel giorno entrò in coma. A luglio il tribunale di sorveglianza aveva finalmente deciso di dargli i domiciliari per incompatibilità con il carcere. Si era trattato però di una decisione presa fuori tempo massimo visto che Salvatore Urbano era già uscito dal carcere: ma perché fu ricoverato d’urgenza per essere poi intubato. Per un lungo periodo finì in rianimazione presso l’ospedale di Taranto, poi in quella di Manduria dove era stato giudicato inguaribile. Infine venne ricoverato in un centro per malati terminali di Martina Franca, provincia di Taranto. Il 17 ottobre scorso ha emanato l’ultimo respiro. Muore dopo una lunga agonia di 5 mesi. Il suo nome non compirà nella lista ufficiale delle morti in carcere, perché lui è morto su un letto di un ospedale e, in teoria, era stato scarcerato dal tribunale. Non è una morte dietro le sbarre, ma difficile immaginare che l’istituzione carceraria non c’entri niente.

 

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